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Dille che il mio amore non finirà. L’ultimo desiderio del prof nel reparto Covid di Foggia

Scorre come nulla fosse la quotidianità tra vicoli e strade, mentre gli ospedali di Capitanata esplodono per i casi Covid che ormai troppo spesso si trasformano in tragici lutti.

Ma perché si muore così tanto in provincia di Foggia? Nei primi 26 giorni di novembre sono stati ben 231 i decessi dovuti al Coronavirus. “Non è perché non siamo bravi a curarli – spiega Gianluca Castigliego, infermiere di Manfredonia che presta servizio presso il reparto di rianimazione degli Ospedali Riuniti di Foggia – Ma perché in un posto dove si è abituati a curare 15 persone, curarne 160 diventa complicato”.

“Smaltire la mole di lavoro in questo momento è oltre le nostre possibilità – evidenzia nel corso di un’intervista al SipontinoNet – Siamo intorno ai 160/170 assistiti Covid e come rianimazione siamo costantemente intorno ai 26-27 pazienti in terapia intensiva su 23 posti letto. Quindi abbiamo anche aumentato quella che era la disponibilità in reparto”.

Quanti anni hanno in media i malati Covid che finiscono in terapia intensiva? “Nella prima ondata erano inizialmente over settantenni e poi c’è stato un incremento importante verso aprile di persone sotto i 60 anni. In questa seconda ondata si è quasi invertito il numero e da metà ottobre in avanti abbiamo una fascia di età media intorno ai 60 anni, con un tasso di mortalità che si è raddoppiato rispetto ad aprile. Non sempre chi non ce la fa è un soggetto anziano. Anzi, se parliamo degli ultimi 10 giorni e dei 26 posti letto, forse il 60% dei decessi è under 60”.

Anche nella nostra provincia si comincerà a scegliere chi salvare e chi no come accaduto al Nord? “In medicina vige la legge della prospettiva di vita ed è ovvio che un ottantenne ha meno prospettiva di vita rispetto a un sessantenne. Quindi se hai 8 soggetti e ne puoi prendere solo uno, la scelta va fatta secondo i criteri della prospettiva di vita”.

Se gli ospedali sono pieni, cosa si può fare? “Occorre prevenire. Bisogna sensibilizzare la gente a stare attenta. Non è solo la mascherina messa bene a fare la differenza, ma bisogna evitare feste e rispettare i DPCM, per quanto possano essere stravaganti, poiché hanno una logica. Purtroppo, invece, ci siamo dimostrati un popolo che quando ha libertà di scelta non è ancora pronto a mettere in atto atteggiamenti responsabili non soltanto per noi stessi, ma per la società”.

Quali sono i momenti più difficili nel reparto Covid? “Vedere intubate persone coscienti, cosa che di solito non succede nelle terapie intensive. Nel Covid quando intubiamo i pazienti, conservano ancora uno stato di coscienza e sono lì a chiedere di esprimere l’ultimo desiderio e lo sforzo per noi in questi momenti non è solo fisico, ma anche psicologico. Per noi è devastante sapere che i pazienti sono consapevoli che possono non farcela e ci ritroviamo ad esaudire i loro ultimi desideri, come metterli in contatto con i familiari, per quanto possibile, con un’ultima chiamata. Un signore di una certa età che aveva una casetta in campagna e aveva nascosto un gruzzoletto in un mobile per i suoi funerali, ha voluto lo dicessimo al figlio”.

Qual è l’ultimo desiderio che ha realizzato ad un paziente? “C’era in reparto un professore di inglese la settimana scorsa. Ci siamo affezionati a lui e lo abbiamo coccolato. Speravamo di tirarlo fuori da lì, ma quando l’abbiamo intubato abbiamo capito che le cose potevano complicarsi. Mi ha chiesto di tranquillizzare sua moglie e soprattutto di dirle, quando non ci sarebbe stato più, che il loro amore non sarebbe finito in quel momento, ma avrebbe avuto un proseguo non fisico, ma spirituale”.

E la testimonianza di Gianluca diventa ancora più drammatica quando racconta che quei pazienti a cui per forza di cose si affezionano, quando muoiono vengono avvolti in lenzuola disinfettate e richiusi in sacchi “come fossero foderi di chitarra”.

“Sarà un’esperienza che finché il Signore mi darà vita non dimenticherò mai”, ha quindi concluso. Ed intanto, come nulla fosse, scorre la quotidianità tra vicoli e strade.

di Maria Teresa Valente

A seguire, il link al video della diretta con l’intervista integrale:
https://www.facebook.com/watch/?v=218414783039465

Maria Teresa Valente

Giornalista pubblicista dal 2000 ed impiegata, esercita anche l’attività di mamma full time di due splendidi e vivacissimi bambini: Vanessa e Domenico. È nata e cresciuta a Manfredonia (FG), sulle rive dell’omonimo Golfo, nelle cui acque intinge quotidianamente la sua penna ed i suoi pensieri. Collabora con diverse testate ed ha diretto vari giornali di Capitanata, tra cui, per 10 anni, Manfredonia.net, il primo quotidiano on line del nord della Puglia. Laureata in Lettere Moderne con una tesi sull’immigrazione, ha conseguito un master in Comunicazione Politica ed è appassionata di storia. Per nove anni è stata responsabile dell’Ufficio di Gabinetto del Sindaco di Manfredonia. Ancora indecisa se un giorno vorrebbe rinascere nei panni di Oriana Fallaci o in quelli di Monica Bellucci, nel frattempo indossa con piacere i suoi comodissimi jeans, sorseggiando caffè nero bollente davanti alla tastiera, mentre scrive accompagnata dalla favolosa musica degli anni ‘70 e ‘80.

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