Docenti, il caro vita fa saltare il ruolo al Nord
Migliaia di docenti del Sud e del Centro rinunciano al ruolo al Nord per il caro affitti e il costo della vita.

Il caro vita sta trasformando il tanto atteso posto fisso in una scelta economicamente difficile per molti docenti del Sud e del Centro Italia. Nelle ultime settimane diverse regioni del Nord hanno registrato numerose rinunce alle immissioni in ruolo. Come risultato, sono state numerose le cattedre ancora da coprire.
Secondo i dati diffusi da Anief, in Toscana sono circa 300 i docenti che hanno rinunciato alla stabilizzazione. In Friuli Venezia Giulia le rinunce sono state 383.
In Liguria, invece, risultano coperte appena 562 delle 1.407 disponibilità autorizzate. In Lombardia restano migliaia di cattedre scoperte, soprattutto nella scuola primaria.
Alla base delle decisioni non ci sarebbe soltanto la distanza dalla propria famiglia. A pesare sono soprattutto affitti e spese quotidiane nelle città del Centro-Nord.
Con stipendi che si aggirano intorno ai 1.450-1.480 euro mensili, un affitto da 600, 700 o addirittura 1.000 euro può rendere estremamente difficile sostenere una vita da fuori sede.
Il posto fisso che non conviene più
Il fenomeno delle rinunce alle immissioni in ruolo sta assumendo contorni particolarmente significativi nell’avvio dell’anno scolastico 2026/2027. I numeri segnalati dai sindacati mostrano infatti una situazione difficile da ignorare. In Toscana sarebbero circa 300 i docenti ad aver rinunciato al ruolo su circa 2.000 posti. In Friuli Venezia Giulia le rinunce ammontano a 383 su 1.097 posti autorizzati. Ancora più emblematico il caso della Liguria, dove sono state effettuate 562 nomine a fronte di 1.407 disponibilità. In Lombardia, invece, vengono segnalate migliaia di cattedre ancora scoperte, con una situazione particolarmente critica nella scuola primaria.
Dietro questi numeri ci sono storie professionali e personali differenti. Il problema economico rappresenta uno degli elementi che stanno pesando maggiormente sulle decisioni dei docenti. Accettare una cattedra lontano dalla propria regione significa infatti affrontare non soltanto il trasferimento, ma anche un nuovo affitto, le utenze, i trasporti e i viaggi necessari per tornare periodicamente dalla propria famiglia.
La stabilizzazione professionale può quindi diventare meno conveniente della precarietà. Almeno quando il posto di ruolo si trova in una città con un costo della vita molto elevato. Per un docente che guadagna circa 1.450-1.480 euro al mese, infatti, un affitto da 700 euro può assorbire quasi la metà dello stipendio, senza considerare tutte le altre spese necessarie per vivere.
Affitti sempre più pesanti
Il problema emerge soprattutto nelle grandi città. A Firenze, secondo i dati riportati dalla stampa, un monolocale può costare mediamente circa 550 euro al mese. A Bergamo un bilocale può arrivare a 700-800 euro, mentre una stanza in appartamento condiviso si aggira intorno ai 500 euro. A Milano i costi aumentano ulteriormente: una stanza può richiedere 600-800 euro al mese e un monolocale può arrivare a 780-1.000 euro, mentre nelle zone centrali gli appartamenti possono superare rapidamente i 2.000 euro mensili.
Per un docente proveniente dal Mezzogiorno, il trasferimento può quindi comportare una vera e propria rivoluzione del bilancio familiare. Chi al Sud può contare sulla casa di proprietà della famiglia, su un affitto più contenuto o sulla possibilità di vivere con i propri familiari, trasferendosi al Nord deve invece sostenere integralmente i costi di una seconda vita lontano da casa.
Da qui la scelta, per alcuni, di mantenere una supplenza nella propria regione oppure di rinunciare alla nomina in ruolo nella speranza di ottenere successivamente una sede più vicina. Una decisione che può apparire sorprendente se osservata soltanto dal punto di vista della stabilità lavorativa, ma che diventa comprensibile quando si considera il rapporto tra stipendio e costo dell’abitazione.
Anief: «Serve un’indennità per chi lavora fuori sede»
A chiedere un intervento strutturale è soprattutto Anief. Il presidente nazionale Marcello Pacifico sostiene che le rinunce dimostrino la necessità di introdurre una specifica indennità per i lavoratori fuori sede, sul modello di quanto già previsto in altri settori, accompagnata da misure fiscali capaci di alleggerire il peso degli affitti e dei trasporti.
Il sindacato chiede inoltre risorse nella prossima Legge di bilancio e interventi collegati al Piano casa, oltre a forme di agevolazione fiscale per chi deve sostenere costi elevati di mobilità e abitazione. Le proposte sono state portate anche al tavolo dell’Aran nell’ambito del confronto sul rinnovo del contratto nazionale della scuola.
La richiesta nasce da un problema che non riguarda soltanto il singolo docente. Se una cattedra resta scoperta perché il personale individuato non può permettersi economicamente di trasferirsi, il problema diventa infatti anche organizzativo per l’intero sistema scolastico.
Oltre 200mila supplenti e il paradosso delle cattedre scoperte
La situazione assume un peso ancora maggiore considerando che l’anno scolastico è ripartito con oltre 200mila supplenti ancora da assumere. Da una parte, dunque, il sistema scolastico continua ad avere bisogno di personale; dall’altra, in alcune regioni, le disponibilità per le immissioni in ruolo non vengono completamente utilizzate perché una parte dei destinatari rinuncia alla sede assegnata.
Il nodo centrale è quindi il divario tra retribuzioni e costo della vita. Un contratto a tempo indeterminato garantisce stabilità, ma non necessariamente una condizione economica sostenibile quando il lavoratore è costretto a trasferirsi in una città dove l’affitto può rappresentare una quota enorme dello stipendio.
La questione dei docenti fuori sede potrebbe così diventare uno dei temi più delicati del prossimo confronto contrattuale. Per i sindacati, aumentare gli stipendi resta necessario, ma non sarebbe sufficiente: occorrerebbe anche introdurre strumenti di welfare capaci di sostenere chi deve affrontare affitti, trasporti e spese aggiuntive per lavorare lontano dalla propria residenza.
Il paradosso, alla fine, è tutto qui: ci sono insegnanti che aspettano per anni il posto fisso e, quando finalmente arriva, sono costretti a chiedersi se possono permetterselo.

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