Addio Carta docente? Ma tanto insegnare è una missione!
La Carta docente potrebbe trasformarsi in una Carta welfare, Valentina Petri ironizza sui tagli. La continua svalutazione degli insegnanti.

La Carta del docente potrebbe avere i giorni contati, almeno nella forma in cui l’abbiamo conosciuta. Secondo le anticipazioni sulla Legge di Bilancio 2027, il bonus destinato alla formazione degli insegnanti potrebbe confluire in una più ampia Carta welfare, comprendente convenzioni commerciali, agevolazioni sui trasporti e servizi assicurativi. Dopo essere passato dagli originari 500 euro agli attuali 383, l’importo potrebbe subire un’ulteriore riduzione, arrivando intorno ai 370 euro. Al momento, tuttavia, si tratta di indiscrezioni: nessun provvedimento ufficiale ha ancora confermato l’abolizione della Carta del docente o la sua trasformazione. Intanto, tra gli insegnanti cresce il malcontento, alimentato dalla sensazione che ogni novità venga presentata come una conquista, anche quando rischia di tradursi in una perdita economica. A fotografare la situazione è stata la docente e scrittrice Valentina Petri, che sui social ha commentato con la consueta ironia, ripercorrendo sarcasticamente la progressiva riduzione del bonus e le nuove limitazioni agli acquisti, fino all’ipotesi di sostituirlo con un sistema di sconti e convenzioni.
Carta docente stop? Il vero problema sono alcuni insegnanti
Nel suo intervento, ripreso dalla Tecnica della Scuola, Petri afferma: “E adesso tadà, arriva la carta del welfare, perché giustamente la prima regola è cambiare nome alle cose, e di soldi ce ne sono di meno anzi ‘quest’anno ci si attende un ulteriore calo’, ma avremo diritto, fortunelli, a ‘convenzioni commerciali, agevolazioni sui trasporti, servizi assicurativi e altre prestazioni’ e suppongo anche esclusivi sconti per l’acquisto di una batteria di pentole. Che è una frase lunga per dire che non ci danno più i soldi, giusto? È commovente l’impegno che ci mettono nel trovare giri di parole per dirci ‘ca**i vostri’. Ditemi che ho capito male”. Una prospettiva che solleva una domanda fondamentale: perché continuare a inventare benefici accessori anziché riconoscere economicamente il valore della professione docente?
Ma forse il problema siamo anche noi insegnanti. Perché, diciamocelo, la nostra è una missione, mica una professione! E chi svolge una missione non dovrebbe certo preoccuparsi dello stipendio, delle bollette o del potere d’acquisto. Ci nutriamo di ben altro: dell’amore degli studenti, dei loro sorrisi, dei ricordi costruiti insieme durante cinque meravigliosi anni scolastici.
Vogliamo mettere, del resto, la commozione di accompagnare una classe fino alla maturità, sapendo che quei ragazzi non li rivedremo più ogni mattina? Un momento che vale certamente più di qualsiasi tredicesima o quattordicesima! E che dire dei complimenti dei colleghi, delle pacche sulle spalle del dirigente scolastico, dei ringraziamenti per l’ennesimo progetto portato a termine (magari gratis)? Con le pacche sulle spalle, si sa, si pagano tranquillamente le bollette. E magari il supermercato accetterà presto anche qualche attestato di stima.
Il paradosso, però, nasconde una questione serissima. È proprio lo stupido e logoro concetto dell’insegnamento come missione ad aver contribuito a rovinare l’immagine professionale dell’intera categoria. Una retorica alimentata, purtroppo, anche da quegli insegnanti che considerano il sacrificio personale una medaglia al valore, accettando incarichi gratuiti, responsabilità aggiuntive e lavoro non retribuito in nome della vocazione e del fantomatico «fuoco sacro» che forse ha le sembianze del pokémon leggendario Moltres.
Scioperi? Ma anche no: il fuoco sacro è sacro!
E c’è da scommettere che in occasione dello sciopero generale previsto oggi 30 ottobre, non saranno pochi i docenti che avranno scelto di non incrociare le braccia proprio in nome di questo presunto fuoco sacro. Perché la vocazione viene prima di tutto, persino dei diritti professionali e lavorativi. Del resto, quando si è convinti di essere missionari anziché lavoratori, rivendicare una retribuzione dignitosa rischia quasi di sembrare un peccato. Qualcuno deve aver scambiato la professione docente per una campagna di Dungeons & Dragons, nella quale interpretare il proprio personaggio, rigorosamente un cavaliere o un mago saggio, votato al sacrificio, accumulando punti esperienza a ogni ora di lavoro gratuito.
Peccato che, fuori dal mondo fantasy, le bollette siano reali e i diritti non si conquistino lanciando un dado a venti facce. Naturalmente, non tutti coloro che non scioperano lo fanno per vocazione: le motivazioni possono essere diverse, come la decurtazione del già povero stipendio di 80 euro. Ma resta difficile comprendere come una parte della categoria possa continuare a considerare il sacrificio economico una virtù professionale, quasi che difendere i propri diritti fosse incompatibile con l’amore per l’insegnamento.
Sia chiaro: amare i propri studenti è fondamentale, e guai se fosse il contrario. Ma l’affetto per i ragazzi non dovrebbe mai diventare una giustificazione per rinunciare ai propri diritti. Un insegnante può essere appassionato, disponibile e profondamente legato alle proprie classi senza per questo trasformarsi in un volontario della pubblica istruzione.
Ma le saghe del “mondo fantasy” scolastico continuano
Finché continueremo a presentarci come missionari pronti a lavorare anche gratis, come paladini votati al sacrificio con tanto di abnegazione, sarà difficile pretendere che la società e le istituzioni ci riconoscano come professionisti qualificati, laureati, specializzati e meritevoli di una retribuzione adeguata.
E così, mentre si discute dell’ennesima trasformazione della Carta del docente, il rischio è che il riconoscimento economico venga progressivamente sostituito da una collezione di sconti, convenzioni e promesse. Il welfare può certamente essere utile, ma non dovrebbe diventare il surrogato di uno stipendio dignitoso né sottrarre risorse alla formazione.
In fondo, che bisogno abbiamo di soldi? Abbiamo la vocazione, la gratitudine degli studenti e ruoli eroici da interpretare ogni giorno, ci mancano solo le spade e le bacchette magiche. Peccato soltanto che, alla fine del mese, nessuna di queste meravigliose gratificazioni abbia ancora corso legale.



