Smartphone a scuola: la minaccia invisibile dell’ipervigilanza
Tenere lo smartphone spento nello zaino evita cali di attenzione e disturbi del sonno nei ragazzi? I chiarimenti del professor Giovanni Mento

Fabio Gervasio di Orizzonte Scuola ha intervistato il professor Giovanni Mento, docente di Neuroscienze presso l’Università di Padova. Il tema centrale è stata l’annosa questione dello smartphone a scuola. Il device spento degli zaini di ragazzi basta per evitare problemi psicologici a questi ultimi? Secondo lo studioso, tale semplice non risolve il problema dell’inquinamento attentivo. Il cervello degli studenti rimane infatti in uno stato permanente di ipervigilanza, consumando preziose risorse cognitive. Fenomeni come la ring anxiety — la falsa percezione che il cellulare stia squillando o vibrando — rivelano come la mente si sia assuefatta alla continua richiesta di stimoli digitali. Questa risposta allucinatoria spinge i ragazzi ad azionare comportamenti compulsivi per controllare le notifiche, innescando dinamiche di dipendenza legate alla dopamina. La sola vicinanza fisica del telefono rappresenta quindi un distrattore continuo, capace di interferire con l’apprendimento e con la capacità di autoregolazione emotiva dei giovani in fase di sviluppo.
L’impatto sul cervello: il falso mito del multitasking e le alterazioni del sonno
Secondo il professor Giovanni Mento, il cervello umano opera a capacità limitata e non è strutturato per il multitasking, che rappresenta un vero e proprio mito culturale fuorviante. Quando i ragazzi studiano passando continuamente da una notifica all’altra, la mente non gestisce più compiti contemporaneamente, ma saltella rapidamente da una funzione all’altra. Questo continuo passaggio genera il cosiddetto switch cost, un costo cognitivo ed esecutivo che riduce le prestazioni, frammenta la concentrazione e stimola la produzione di ormoni dello stress come il cortisolo.
L’abuso serale del dispositivo agisce poi negativamente sulla salute psicofisica attraverso il fenomeno dell’inerzia attentiva. Lo scrolling compulsivo prima di dormire mantiene il cervello in uno stato di iperstimolazione artificiale, ritardando l’addormentamento e disgregando la struttura fisiologica del sonno. Il risultato si manifesta al mattino con un’alterazione del fisiologico picco di cortisolo, traducendosi in stanchezza cronica, ansia, irrequietezza e incapacità di mantenere la soglia di attenzione durante le ore di lezione.
Per contrastare questo scenario non bastano approcci meramente punitivi. Occorre costruire un’igiene digitale condivisa tra scuola e famiglie. I dispositivi devono essere allontanati fisicamente dagli ambienti scolastici per l’intero orario quotidiano, evitandone la presenza anche durante la ricreazione per prevenire l’effetto binge da privazione. Sul piano educativo, la dipendenza artificiale va sostituita attivando rinforzi dopaminergici naturali: metodologie didattiche coinvolgenti come la flipped classroom, progetti artistici o sportivi e brevi pratiche di mindfulness quotidiana in grado di ripristinare l’equilibrio attentivo ed emotivo dei ragazzi.



