Storia

Siponto – La fondazione romana (Dies Natalis Siponti) – terza parte

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La città di Manfredonia fu progettata rifacendosi alla pianificazione romana delle città di nuova fondazione con le varianti tipiche del periodo storico contingente, il Medioevo, così come accadde per le coeve bastides francesi e per le terrenuove toscane. La struttura urbana viene, infatti, a svilupparsi privilegiando le vie longitudinali da est ad ovest e parallele al mare. Si evidenziano, all’interno dell’impianto urbano angioino, due decumani massimi, la ruga de Comite (via Tribuna) e via della Piazza (Corso Manfredi). Questi due decumani sono orientati secondo l’asse est-ovest seguendo una precisa progettazione che fa riferimento all’astronomia. La Siponto Romana è stata pianificata secundum naturam, non convergente all’alba del solstizio d’inverno, così come descritto nella prima parte dell’articolo. I due decumani massimi della struttura urbana di Manfredonia (via della Piazza e la ruga de Comite) puntano non verso l’alba ma al tramonto del sole al solstizio d’inverno (Fig.1).




Fig. 1 Orientamento dei decumani massimi verso il solstizio d’inverno (Janua Coeli).
 
La pianificazione e la ristrutturazione urbanistica dell’impianto urbano preesistente (confiscato a Manfredi Maletta), attuata dagli Angioni, mostra chiaramente, oltre ad un tracciato ortogonale, un orientamento astronomico dell’impianto viario della città. La maglia stradale si sviluppava su una griglia di vie ortogonali, privilegiando l’andamento longitudinale dei decumani paralleli al mare. La porta decumana principale di accesso alla città, porta Apulia, si apriva in direzione della ruga de Comite ed era in corrispondenza della porta (Janua Coeli) del solstizio d’inverno (Natalis solis invicti). Corso Manfredi (decumanus maximus 2) quasi sicuramente proseguiva diritto verso il castello; la sua deviazione attuale è dovuta alla costruzione nel Cinquecento del bastione dell’Annunziata e delle connesse prospicienti fortificazioni antemurali a difesa dello stesso.

La porta di accesso principale alla città, la porta decumana (Porta Apulia), era rivolta anch’essa verso il tramonto del sole al solstizio d’inverno e la luce dell’astro inondava scenograficamente la ruga de Comite durante il periodo solstiziale (Fig. 2 e 3).




Fig. 2 Solstizio d’inverno visibile da via Porta Apulia
 
Il solstizio d’inverno non è visibile da via Tribuna (ruga de Comite) il decumano della città, ma solo da via di Porta Pugliese, strada che è decentrata rispetto all’asse mediano di via Tribuna e quindi anche l’asse solstiziale di conseguenza appare spostato verso la sinistra in asse con il decumano.
La foto è stata scattata il 24 dicembre 2019, qualche giorno dopo il 22 dicembre, solstizio d’inverno.



Fig. 3 Ubicazione approssimativa della antica
porta decumana angioina, Porta Apulia
 
La freccia indica il punto in corrispondenza del quale si apriva la porta decumana della città, porta Apulia. La porta è andata distrutta insieme a buona parte delle mura della città. Il fenomeno del solstizio invernale doveva essere visibile fino alla metà circa del secolo XX, prima che l’antico palazzo del Seminario venisse ampliato con un nuovo corpo dissonante con il resto dell’edificio.

Probabilmente fu preso a modello lo schema urbano della Siponto romana, colonia fondata da Roma nel II secolo avanti Cristo, e il cui decumano massimo coincide approssimativamente con il percorso dell’attuale dismessa S.S. 89. Prolungando tale percorso in linea retta si arriva a congiungere il decumano massimo di Siponto con la porta decumana di Sipontum Nova (Manfredonia). La deviazione verso il mare dell’ultimo tratto della strata magna (Viale Sipontino) fu dovuta alla chiusura di Porta Apulia nel Quattrocento e all’apertura della Porta dello Spontone o di Foggia: per cui invece di proseguire diritta verso la prima porta, la strada devierà leggermente verso la seconda porta. Del resto la ruga de Comite ricalcava il percorso della strada che da Foggia e Siponto portava a Monte Sant’Angelo e Vieste. La Siponto medioevale, difatti, sorgeva sulla struttura urbana dell’antica Siponto romana e paleocristiana. Quindi è facile immaginare che abbia mantenuto nel Medioevo, così come del resto tutte le città di nuova fondazione romane (Firenze, Bologna, Torino, Aosta, ecc.), la maglia viaria preesistente. Dalla posizione planimetrica e dall’orientamento longitudinale della antica basilica paleocristiana di Siponto, parallelo al decumanus maximus, è possibile supporre che si sia voluto proporre una nuova maglia urbana nella Nuova Siponto (Manfredonia), che seguiva il vecchio schema romano, ma con il decumano ruotato in direzione del tramonto del sole al solstizio d’inverno (Ianua Coeli), la Porta degli dei. I riferimenti, nella teocratica società medioevale, sono evidenti e rimandano alla simbologia cristiana del passaggio attraverso la porta solstiziale invernale (Ianua Coeli) delle anime verso il Cielo. Del resto anche nel santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo, città dell’Honor della contea di Manfredi Maletta sotto la cui giurisdizione sorse Manfredonia, è presente la famosa iscrizione “Terribilis est locus iste. Hic domus Dei est et porta coeli” (Questo è un luogo terribile. Qui è la dimora di Dio e la porta del cielo). Molto probabilmente la progettazione iniziale della città di Manfredonia prevedeva che fosse inglobata nella cerchia muraria della città anche tutta l’area del vecchio Casale di Siponto. (Fig.4)




Fig. 4 Probabile area dell’insediamento normanno del Casale Siponto.
Con molta probabilità, il casale normanno di Siponto doveva essere stato fondato su di una piccola altura poco distante dal mare e compresa tra i due torrenti stagionali che avevano creato delle piccole insenature, ottimi porti naturali. In verde è indicata approssimativamente la parte più alta dell’altura del Casale. Man mano essa degradava sino a circa l’attuale Corso Roma. Le altre due vie più vicine al mare sorgeranno successivamente a mezzo di lavori di colmata, quando verranno creati gli isolati della nuova fondazione della città.

Tale area si veniva a trovare in parte oltre il perimetro delle mura fatte costruire da Carlo D’Angiò, secondo il nuovo disegno che modificava l’assetto urbano preesistente, tagliando fuori la zona che si estendeva a nord dell’attuale cerchia muraria. Infatti nel contratto di appalto dei lavori di costruzione delle mura della città, si parla di un tratto di mura appena iniziate che erano oltre il nuovo perimetro tracciato dal re (omnes lapides muri eiusdem terre, qui fuit inceptus) (R.A. Vol. XVIII, pag. 254, 255 e in Sthamer Dokumente ecc., pag. 133, n.243).

Il nuovo sulcus primigenius (il tracciato dei confini della città) ordinato dal re Carlo delimiterà la città per circa settecento anni, fino all’inizio del XX secolo.

Quello che lega la pianificazione romana di Siponto con quella della Nuova Siponto (Manfredonia) è la forma degli isolati all’interno dell’area ovest della città, in cui questi presentano le dimensioni tipiche dell’Ager romano, secondo il sistema ippodamico agricolo modulato sulla dimensione dell’actus (120 piedi, ml. 35,52) e dell’heredium (240 piedi, ml. 71,04) (Fig. 5)




Fig. 5 La centuriazione romana di Firenze
(da G. Fanelli, “Firenze, architettura e città”, Firenze, 1974)
La colonia romana di Firenze fu fondata nel 59 a.c., alla confluenza dell’Arno con il torrente Mugnone. L’orientamento cardinale della città fondata, scompartita dai due assi principali del cardo (corrispondente al ponte sull’Arno) e del decumano, non coincide con quello della centuriazione della pianura, orientata invece in modo da adattarsi agli elementi topografici. Le centuriae avevano il lato di 20 actus e la superficie di 200 iugeri e quindi di 100 heredium, ragion per cui venne in uso il termine stesso di centuria.
(G.K. Koenig e altri, “Tecnologia delle costruzioni 3”, Le Monnier, Firenze, 1995, pag. 465)

L’etimologia del termine actus deriva dal latino ago che significa conduco, guido, e indica il tratto di terreno percorso dall’aratro condotto da una coppia di buoi, prima di voltare. La dimensione dell’actus è stata individuata nella struttura degli isolati di buona parte delle città di fondazione romane. Due actus quadrati costituivano lo iugerum (120 piedi per 240). Così come l’actus anche lo iugerum ha origine nel campo agricolo. L’etimo della parola, infatti, deriva da iugum (il giogo degli animali) ed era pari alla quantità di terreno che, per convenzione, una coppia di buoi riusciva ad arare in una giornata di lavoro. <<Iugum vocant, quod iuncti boves uno die exarare possint.>> (Varrone De Rustica I,10). Due iugeri formavano l’heredium ovvero la porzione di terreno che Romolo assegnò ai primi cittadini di Roma e che era possibile trasmettere in eredità, con diritto di proprietà. Nella fondazione delle nuove città i coloni ricevevano, per tradizione, due iugeri di terra, che non erano però sufficienti, in genere, al sostentamento delle famiglie. Oltre questo piccolo appezzamento in proprietà, l’heredium, si poteva coltivare altro terreno nell’ager publicus (agro pubblico), che era e rimaneva di proprietà dello Stato e quindi non veniva trasmesso in eredità. In altri casi si andava oltre la tradizione e si assegnavano una quantità maggiore di iugera, così come riportato da Tito Livio per la fondazione di Potentia e Pisarum (Pesaro) nel 184 a. C.; ai coloni, in quel caso, si assegnarono sei iugera a testa. <<..sena iugera in singulos data..>> (Livio Ab Urbe Condita, XXXIX,44). Le indagini archeologiche della Siponto romana e medievale si sono concentrate in modo particolare nell’area dell’attuale complesso costituito dai resti della basilica paleocristiana e dalla chiesa romanica. Sono stati effettuati scavi in altre parti dell’insediamento urbano. Conosciamo il percorso del Cardo Massimo della città, ma le indagini archeologiche, allo stato attuale delle conoscenze, non ci permettono una analisi approfondita dell’impianto viario della città e delle dimensioni degli isolati. Si può solo ipotizzare che, così come rilevato in buona parte delle città di fondazione romane, alla base della progettazione degli isolati di Sipontum vi sia l’actus e i suoi multipli e sottomultipli. Infatti nella progettazione urbana della città di Manfredonia si è tenuta in considerazione la stessa base agricola modulare dell’actus e dell’heredium che si riscontra nella progettazione delle colonie e sopratutto nelle suddivisioni dei nuovi territori, cioè la centuriazione (Fig. 5).




Fig. 6 Castramentatio all’interno della “zona ovest” di Manfredonia, isolato campione.
L’isolato presenta le dimensioni tipiche dell’ager romanus, sistema ippodamico agricolo modulato nella dimensione dell’actus (120 piedi, pari a ml. 35,52) e dell’heredium (lato ml. 71,04). L’isolato presenta una dimensione pari ad uno iugerum (120 per 240 piedi romani). La parte sporgente il rettangolo su Via Ospedale Orsini è una occupazione di via pubblica, relativamente recente, da parte della tipologia a mignale plurifamiliarizzato, a cui in seguito si è allineato l’accorpamento in posizione angolare insistente sulla medesima via.

L’area dell’isolato rappresentato (vedi fig. 6) corrisponde a due actus quadrati, ossia lo jugerum, un rettangolo avente le dimensioni di piedi 120 per 240. Due jugerum, nel sistema agricolo romano, corrispondono a un heredium. All’interno dell’area della Castramentatio (Fig. 7) gli isolati hanno la dimensione di uno jugerum esclusi gli isolati compresi tra via della Piazza (Corso Manfredi) e Via San Matteo (Corso Roma) che risultano essere della stessa lunghezza degli altri isolati dell’area ma con una larghezza maggiore. Questa variazione nella larghezza è dovuta molto probabilmente a necessità di carattere pratico di raccordo tra i due decumani massimi della città: la ruga de Comite, probabilmente già in parte preesistente (strata magna), e il secondo decumano via della Piazza (Corso Manfredi).




Fig. 7 La castramentatio nella parte ovest della città di Manfredonia
 
La castramentatio è un’area all’interno della “zona ovest” della città che presenta una struttura degli isolati, salvo qualche irregolarità, che rimanda all’ager romanus.

Nel periodo angioino gli isolati della zona est (Fig. 7 e 1) dovevano avere, probabilmente, la stessa morfologia della zona ovest. Sarà solo con la grande ristrutturazione urbanistica avvenuta dopo le distruzioni del 1528 e la creazione dell’area militare nella zona est della città, eseguita sotto il regno di Carlo V, che sarà modificata la struttura degli isolati di questa parte della città antica. Tale area militare, inedificata o comunque vincolata da precise disposizioni di carattere militare, fu favorita proprio dalla distruzione quasi completa della città durante la guerra tra Francia e Spagna. Racconta Pompeo Sarnelli1 che restarono in piedi 150 case, mentre 800 furono abbattute dalla furia dei mercenari lombardi al soldo degli Spagnoli. Via della Piazza (Corso Manfredi), così come da me ipotizzato nella mia pubblicazione sul Centro Storico di Manfredonia2, non deviava nella zona est, come poi avvenne perché impedita dalle fortificazioni antistanti il bastione dell’Annunziata, e con molta probabilità doveva avere un andamento rettilineo (Fig.1). (Fine terza parte)

Architetto Michele Di Lauro

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1 «L’Oranges Viceré di Napoli per Carlo V, mandò Andelotto cò due mila Lombardi in presidio della Città. Ma questi portandosi peggio, che da nimici, messero a sacco, e ridussero a desolatione la Città, gettando a terra 800 case, restandone in piè solamete 150, si tolsero 12 Artigliarie, vendettero il bestiame de’ Cittadini agli stessi Venetiani nemici, né perdonarono al sangue dè Sipontini, molti de’ quali fuggirono in Bari, Lecce e Dalmatia, restandovi duecento sole famiglie. La qual cosa molto dispiacque al Viceré, avendo sperimentato questi soldati cotanto infedeli, che, in vece di difendere, offesero così scelleratamente così fedeli vassalli del Re di Spagna » Pompeo sarnelli, Cronologia de’ Vescovi et Arcivescovi Sipontini, Centro di Documentazione Storica di Manfredonia, p. 320-321.

2 Michele Di Lauro, Centro Storico di Manfredonia (Analisi Storica e Morfo-Tipologica del Tessuto Urbano), Arti Grafiche Agropolis, Manfredonia, Febbraio 2005. (Le fig. 1,4,5,7 sono tratte dal libro)