La ribellione dei docenti altoatesini: che cosa è accaduto?
La protesta dei docenti in Alto Adige contro stipendi bassi, precariato e carenza di organico. Due insegnanti spiegano le motivazioni.

Francesco Brunetto di Orizzonte Scuola ha intervistato i docenti Andrea Perger e Rodolfo Razi. I due insegnanti hanno raccontato la mobilitazione nata nel mondo della scuola in Alto Adige. Questa protesta è nata per richiamare l’attenzione su una situazione scolastica provinciale che desta profonda preoccupazione, specialmente a causa di una grave carenza di organico. Su oltre duemila posti vacanti nella provincia di Bolzano, infatti, più di mille sono coperti ricorrendo a personale non qualificato e privo del titolo di studio previsto. Nel colloquio si è discusso di come gli insegnanti abbiano deciso di reagire con fermezza per farsi ascoltare dalla politica e dall’opinione pubblica. La forma di protesta più clamorosa è stata la sospensione delle gite scolastiche e delle attività didattiche integrative. Questa decisione drastica punta a esercitare pressione sulle istituzioni locali affinché affrontino nodi storici mai risolti. Tra questi spiccano la questione salariale, il mancato adeguamento del contratto e la necessità di rendere la professione più attrattiva. I docenti denunciano anche una svalutazione culturale del loro operato in un territorio strategico di confine.
Mobilitazione docenti altoatesini: le ragioni della protesta
La mobilitazione è nata dall’unione spontanea di due gruppi di insegnanti della Valvenosta e della Valpusteria, che hanno deciso di fare rete per dare risonanza alle proprie richieste di fronte all’inerzia della politica. Come spiegato nel corso dell’intervista, la protesta si è concretizzata principalmente nella sospensione delle attività extrascolastiche, come i viaggi d’istruzione e l’accoglienza di esperti esterni (giornalisti, registi o referenti teatrali). Nonostante alcune critiche da parte dei media e delle famiglie, i docenti hanno chiarito che il loro lavoro quotidiano in classe non si è mai interrotto e che molti viaggi d’istruzione sono stati comunque realizzati in autonomia o grazie all’accompagnamento volontario degli insegnanti.
Il problema principale risiede nelle peculiarità di un territorio di confine. L’Alto Adige subisce la forte concorrenza di Paesi limitrofi come l’Austria, la Svizzera e la Germania, dove gli stipendi sono significativamente più alti e le condizioni lavorative migliori. Questo spinge molti giovani insegnanti locali, spesso formatisi all’estero, a non rientrare in provincia o ad andarsene dopo un breve periodo di prova. Di conseguenza, la cattedra scolastica viene talvolta percepita come un semplice lavoro di ripiego temporaneo per chi è privo di altre alternative occupazionali.
Una scuola italiana non considerata adeguatamente
A gravare sulla situazione vi sono anche questioni contrattuali e retributive irrisolte. L’introduzione del contratto provinciale, inizialmente accolta con favore, ha finito per favorire quasi esclusivamente i docenti prossimi alla pensione, lasciando i colleghi più giovani bloccati all’interno di categorie fisse, senza possibilità di scatti di anzianità o avanzamenti di carriera significativi. I sindacati combattono da anni contro questo sistema per ripristinare progressioni economiche eque.
Nonostante le difficoltà, la mobilitazione ha prodotto importanti risultati concreti. Il primo traguardo è stato quello di riportare il valore dell’istruzione e della scuola al centro del dibattito pubblico e politico. Inoltre, un esito tangibile e di rilievo è l’attivazione, a partire dal prossimo autunno, di un corso di formazione triennale per insegnanti di integrazione in collaborazione con la Libera Università di Bolzano. Si tratta di una misura fondamentale per rispondere alla crescente carenza di figure specializzate nel supporto agli studenti, una necessità acuitasi notevolmente nel periodo post-pandemico.
I docenti intervistati hanno ribadito che la scuola non deve essere considerata “l’ultima ruota del carro” sul piano economico solo perché non genera profitti immediati. Al contrario, l’istruzione è un settore strategico per il futuro della società, in quanto forma cittadini consapevoli dotati di competenze civiche e sociali fondamentali per la democrazia. Se le risposte delle istituzioni non dovessero rivelarsi adeguate, gli insegnanti – forti di una rete solidale e creativa che è riuscita a unire anche i diversi gruppi linguistici del territorio – si dicono pronti a proseguire la protesta con nuove e incisive iniziative.

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