ManfredoniaStoria

Il pranzo di nozze fino agli anni ’40-’50

[esi adrotate group="1" cache="public" ttl="0"]

IL PRANZO DI NOZZE FINO AGLI ANNI ‘ 40 – ‘50

A cura del Cavaliere Michelarcangelo SIMONE

Foto scattata nello Studio fotografico Valente

Fino al secondo dopoguerra, i ricevimenti nei ristoranti non esistevano per la gente comune; la festa si svolgeva interamente nella casa della sposa o dei suoceri.

Il pranzo in quegli anni a Manfredonia avvenivano con un rito intimo, austero e fortemente legato alle tradizioni del Gargano, dove il ridetto pranzo di nozze in casa rappresentava il cuore pulsante della festa. In quegli anni, c’era una rigida distinzione sociale tra le famiglie benestanti e le famiglie di pescatori o braccianti che si rifletteva sia negli abiti che nell’organizzazione del ricevimento tra le mura domestiche.

Il pranzo di nozze più che un semplice rito era un vero e proprio cerimoniale di gastronomia che praticavano i nobili durante i loro banchetti. Ogni invitato veniva collocato al suo posto a seconda del suo grado: nel nostro caso, la parentela con gli sposi.

Il pranzo durava da uno a due giorni a seconda delle condizioni economiche della famiglia, i preparativi una settimana.

I preparativi del pranzo di nozze da parte delle mamme e zie

La frutta fresca come le arance, non si vendevano sul mercato manfredoniano, ma bisognava comprarle sul mercato di Foggia.

Le spese per i viveri, per il pranzo, per la chiesa, per i fiori, per la carrozza, per le collaboratrici domestiche, per il cuoco, ecc. venivano equamente divise tra le due famiglie interessate. I poveri non avevano questi problemi, dividevano solo le spese del pranzo, dei fiori e della chiesa.

La preparazione della stanza: Per fare spazio alla lunga tavolata, le stanze principali della casa venivano svuotate dai mobili superflui. Venivano uniti più tavoli di legno recuperati dal vicinato e coperti con i migliori corredi ricamati a mano dalle donne di famiglia, un vanto della tradizione artigianale sipontina.

Poiché il pranzo veniva servito in case della sposa, dopo la cerimonia religiosa dalla chiesa, gli sposi con il corteo degli invitati raggiungevano la casa della sposa. Qui giunti, venivano accolti da un evviva, una pioggia di riso e lunghi battimani.

Dopo che li sposi si erano sistemati al centro di un grande tavolo ad “U”, il padre della sposa fissava i posti agli invitati nell’ordine seguente: accanto allo sposo la comare, il padre di lei, la madre di lui, i parenti di lui, i fratelli, le sorelle e gli amici di lui; a fianco della sposa, il compare, la madre di lei, il padre di lui, i parenti, fratelli, sorelle e amici della sposa. I nonni occupavano i posti centrali di fronte agli sposi e accanto ad essi c’era sempre una nipote adulta per servirli e aiutarli.

Prima che iniziasse il pranzo il nonno più anziano degli sposi pronunciava un breve ringraziamento a Dio e dopo benediceva gli sposi a cui seguiva subito la benedizione degli altri nonni e dei genitori. L’acqua che era servita per benedire gli sposi era stata donata dal cappellano di famiglia.

Poiché allora il pane veniva confezionato solo in pagnotte da kg. 8 – 12 cadauna, era devoluto al più anziano tagliare la prima fetta.

Premetto che i piatti venivano cucinati in case dalle donne della famiglia (le mamme e le zie) nei giorni precedenti. Il menù di una famiglia povera consisteva in un semplice antipasto di pezzettini di pancetta di maiale (vendrésche) pepata e tagliata alla carrettiera, rotoli di uova sode, olive e capperi. Il primo piatto era composto secondo la tradizione sipontina: la pasta fatta a mano tipo orecchiette, maccheroni, e troccoli (ndurce) al sugo rosso di carne (spesso carne equina, gallo o agnello).

Il secondo piatto da seppie imbottite e patate cotte al forno. Infine frutta di stagione, frutta secca, fichi, mandorle, noci, noccioline, taralli, tarallini, scaldatelli, il tutto era accompagnato dal vino locale delle vigne del territorio o del Tavoliere.

La musica era affidata ai suonatori locati, formato di solito da tre o quattro musicisti che suonavano strumenti a corda e a fiato o a mantice, come violino, chitarra, mandolino e batteria, oppure chitarra, violino, fisarmonica o contrabbasso (quest’ultimo conosciuto localmente come (u catarròne).

Foto anni ’50 – Orchestra ‘Indiscià, famiglia De Salvia, tutti musicanti che hanno operato per tutto il Novecento. In questa foto alcuni membri della Famiglia De Salvia “Indischà; Clarinetto Gennaro De Salvia (mio insegnate di Fisarmonica negli anni ’60) batteria Antonio Talamo, alla chitarra Antonio De Salvia, Fisarmonica Matteo Muro

Alle ore 22.00 veniva donato ad ogni capo famiglia “u presende”, che consisteva in una guantiera piccola piena di taralli, tarallini, biscotti, confetti, ecc.

Il pranzo dei ricchi consisteva in lauto banchetto che a volte durava anche due giorni.

Cav. Michelarcangelo SIMONE

.

Promo Autodrive Manfredonia