Spettacolo Italia

Gli esordi di LA7: dagli anime alla politica

Un viaggio alle origini di LA7, nata dalle ceneri di Telemontecarlo, pensata come canale giovanile alternativo a Italia 1.

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Dopo il dossier che su queste stesse pagine abbiamo dedicato alla storia di Telemontecarlo, torniamo oggi a occuparci della sua erede naturale: La7, la rete che nei primi anni Duemila tentò di reinventare la televisione italiana partendo proprio dalle frequenze di TMC.
Come promesso, questo nuovo approfondimento ripercorre la prima vita di La7, quella più vivace, colorata, sperimentale; un periodo che molti hanno dimenticato, ma che rappresenta una delle stagioni più creative del piccolo schermo nazionale.
Era il tempo dei modem che fischiavano, dei telefoni con l’antenna e dei primi format “interattivi”; un’epoca in cui la tv cercava ancora di essere giovane, curiosa, impertinente. La7 nacque con questo spirito, tra anime giapponesi, quiz notturni, magazine urbani e una voglia genuina di libertà.
E proprio di quella stagione, della sua energia e della sua metamorfosi, parleremo in questo viaggio dentro la televisione che voleva cambiare tutto, e per un po’, c’era quasi riuscita.

La rivoluzione arancione e la direzione venuta da Italia 1

Quando il 24 giugno 2001 Telemontecarlo diventò ufficialmente La7, la trasformazione non fu soltanto estetica ma culturale. A guidare il passaggio c’era Roberto Giovalli, ex direttore di Italia 1, figura chiave della televisione commerciale italiana, capace di coniugare ritmo, modernità e linguaggio pop. Fu lui, insieme a un gruppo di autori giovani e intraprendenti, a delineare l’impronta della nuova emittente: una tv generalista “diversa”, con il respiro del grande network ma che allo stesso tempo guardava anche ai giovani.

Accanto a lui lavorava Elisa Ambanelli, anche lei proveniente da Italia 1, dove aveva curato palinsesti e strategie d’intrattenimento. In La7 assunse il ruolo di direttore dell’intrattenimento e del palinsesto, portando la sua esperienza nel costruire una programmazione pensata per un pubblico giovane, urbano e curioso.

Fu questa coppia professionale a impostare la cosiddetta “rivoluzione arancione”, che puntava su energia, ironia e sperimentazione. I nuovi bumper, le grafiche digitali, le campagne con lo slogan “Difficile spegnerla” raccontavano una rete viva, colorata, che voleva rompere le abitudini del pubblico generalista.
Italia 1 restava il modello, ma La7 voleva essere la sua evoluzione: meno giovanilista, più colta, più curiosa. Una scommessa audace che, almeno per un paio d’anni, sembrò funzionare davvero.

La7 pop: giochi, magazine e curiosità

La prima fase, tra 2001 e 2002, è un vortice creativo. Il palinsesto è un mosaico di formati, linguaggi e colori. In prima serata debutta “Sfera”, talk condotto da Daria Bignardi, che affronta temi di costume, identità, sentimenti e cultura pop con un tono diretto, moderno. È una trasmissione raffinata ma accessibile, che incarna perfettamente l’ambizione della rete: essere leggera ma non banale.

Durante la giornata trovano spazio programmi più “popolari” ma comunque innovativi.
Al mattino e nella notte dominano la cosiddetta “tv partecipata” fatta di giochi e intrattenimento. Call Game è l’esempio più noto: un contenitore di mini-quiz come Zengi, Mango, Puzzle Time e Sì o No, condotti da Jane Alexander, Dado Coletti ed Edoardo Stoppa.
Erano dirette frenetiche, improvvisate, a volte caotiche, ma di un’energia contagiosa. I conduttori scherzavano, i telefoni squillavano, il pubblico partecipava davvero.

C’era anche “100 %”, gioco a quiz condotto in voce da Gigio D’Ambrosio, più lineare ma comunque dinamico, e “Telerentola”, show di Roberta Lanfranchi che montava bloopers, errori e momenti assurdi di televisione.
Era una tv giovane nel linguaggio e nei tempi, ancora imperfetta, ma capace di ridere di se stessa.

A completare il quadro arrivavano i magazine Fluido (con Alvin) e Ibiza (con Andrea Pellizzari), dedicati alla musica elettronica, alle notti estive, ai locali e alle mode urbane.
La7 guardava al pubblico di chi frequentava club e università, offrendo un racconto diverso degli adolescenti e dei giovani adulti, più reale e meno stereotipato.

Gli anime del preserale: quando Yusuke sfidò Dragon Ball

Il vero colpo di genio arriva nel preserale.
Il 25 giugno 2001, giorno dopo il lancio ufficiale, LA7 inaugura una fascia d’animazione giapponese alle 19.30, un orario fino a quel momento dominato da quiz e sitcom. Come afferma il blogger Mikimoz: “Giocandosela coi due principali distributori italiani di animazione giapponese (Dynamic e Yamato nda), la rete di Roberto Giovalli (che aveva in passato diretto proprio Italia 1) sceglie due opere specifiche: Daitarn III e YuYu Hakusho (i palinsesti riportavano solo YuYu come titolo)“.

Yu Yu Hakusho debutta in prima visione assoluta per l’Italia, seguito da Daitarn III, classico anni ’80 firmato da Yoshiyuki Tomino.
L’esperimento funziona subito: pubblico fedele, ottimi riscontri nei forum di fan, e perfino una risposta difensiva di Mediaset, che sposta Dragon Ball nello stesso slot per reggere l’urto.

Nei mesi successivi arrivano Ken il Guerriero e Street Fighter II Victory, creando un blocco anime di grande qualità. La7 tratta l’animazione con rispetto, senza tagli e senza infantilizzarla, trasformandola in intrattenimento serale per ragazzi e adulti.
È la prima volta che una generalista parla direttamente alla cultura otaku prima che il termine diventi di moda. Gli spot con il logo arancione, le sigle curate, le brevi introduzioni editoriali fanno di quel momento una piccola rivoluzione culturale.

Un laboratorio di libertà

La sensazione, rivedendo oggi quelle trasmissioni, è di assistere a una tv che si diverte a sperimentare.
Tra 2001 e 2003, LA7 è un laboratorio libero, dove tutto convive: anime, giochi, magazine, talk e misteri.
Nella stessa settimana potevi trovare Daria Bignardi che intervistava scrittori, Alvin che raccontava la nightlife, Jane Alexander che estraeva numeri in diretta, e Roberto Giacobbo che parlava di Atlantide in Stargate – Linea di confine, show ereditato dalla oramai defunta Telemontecarlo..

Era una rete viva, giovane, ancora incerta ma sincera. Negli studi romani si respirava un’aria creativa, tra autori alle prime armi e tecnici che improvvisavano per mancanza di mezzi. Una tv di persone, non di apparati.

Dal colore al dibattito: la metamorfosi politica

Nel 2003 il sogno inizia a cambiare forma. Le difficoltà economiche si fanno sentire, i costi degli anime e dei quiz aumentano, e la nuova dirigenza di Telecom Italia Media decide di orientare la rete verso l’approfondimento.
Nascono i primi talk politici, tra cui Otto e Mezzo, Omnibus e Le Invasioni Barbariche.
La7 perde la leggerezza, ma guadagna un’identità più solida.
I toni si spengono, la grafica si fa sobria, e la rete trova finalmente il suo posto come canale “intelligente”, dedicato alla riflessione e all’attualità.

Tuttavia, chi ha vissuto gli anni pop ne conserva ancora il ricordo: gli spot frenetici, i conduttori giovanissimi, gli anime nel tardo pomeriggio.
Era la tv che osava, quella che non temeva di cambiare idea, di mescolare alto e basso, cultura e gioco.

Perché tutto cambiò: ipotesi di una metamorfosi

Perché una rete così vitale abbandonò quella formula?
Le ragioni sono anche economiche, ma vi è un altro motivo da considerare: LA7 era troppo avanti per il suo tempo.
Il pubblico italiano dei primi anni Duemila non era ancora pronto per un canale “ibrido”, che alternasse cartoni giapponesi e dibattiti di filosofia pop.
I budget pubblicitari premiavano i format consolidati, mentre gli anime e i giochi telefonici rendevano poco sul piano economico.

Inoltre, l’arrivo del digitale terrestre e la presenza di MTV Italia spostarono il pubblico giovane altrove. LA7 dovette scegliere: inseguire la leggerezza o diventare credibile come rete d’approfondimento.
Scelse la seconda strada, trovando la propria cifra nel giornalismo e nella politica.

Eppure, dietro la sobrietà di oggi, rimane l’eco di quella prima stagione, quando Yusuke e Daitarn combattevano al tramonto, Roberta Lanfranchi rideva in prima serata, e Daria Bignardi parlava d’amore e cultura come in un loft metropolitano.

Fu un esperimento breve, sincero, visionario. La prima versione di La7 non durò a lungo, ma dimostrò che un’altra televisione, più libera e curiosa, era davvero possibile.

Epilogo invisibile: LA7 Cartapiù, la sorella dimenticata

C’è un’ultima pagina, oggi quasi rimossa, che merita di essere raccontata. Dopo la fase pop dei primi anni Duemila, e prima della piena metamorfosi giornalistica, nacque un progetto collaterale: LA7 Cartapiù (spesso indicata anche come LA7 Carta Plus).
Lanciata nel 2005 da Telecom Italia Media, era una piattaforma pay-per-view su digitale terrestre, attivabile tramite smart-card prepagata. L’idea era quella di dare un’estensione alla rete generalista, un piccolo mondo parallelo dove sperimentare nuovi linguaggi e contenuti dedicati a un pubblico più giovane e curioso.

Cartapiù nasceva principalmente per lo sport — calcio di Serie A e B, match in esclusiva e highlights — ma nel suo palinsesto infilava anche qualche anime giapponese acquistato per testare il terreno del pubblico teen. Tra questi, il titolo più noto fu Mimì e la nazionale di pallavolo, riproposto in versione rimasterizzata, e l’improbabile I Cacciastregoni (Bakuretsu Hunter in originale), serie fantasy-comica dalle atmosfere caotiche e sopra le righe, ben lontana dall’eleganza dei grandi shōnen ma perfetta per riempire gli spazi di un canale in cerca di identità.

Quei contenuti, alternati a film e sport, davano al canale un’anima ibrida, a metà fra la nostalgia e la sperimentazione. C’erano anche serie minori, produzioni europee di animazione e piccoli speciali tematici. La7 Cartapiù era insomma un cantiere digitale che cercava di tenere viva la curiosità di quella generazione che aveva seguito Yusuke e Daitarn pochi anni prima sul canale principale.

Ma l’esperimento durò poco. La concorrenza delle piattaforme satellitari, la limitata diffusione del digitale terrestre e i costi di gestione ne decretarono la fine nel giro di poche stagioni. Eppure, nella memoria dei telespettatori più attenti, Cartapiù resta l’ultimo battito del cuore pop di LA7, la prova che la rete, anche mentre si avviava verso la maturità giornalistica, non aveva smesso di credere nei linguaggi dell’immaginario e della cultura visiva.

Una sorella minore, dimenticata, ma ancora capace di raccontarci quanto quella televisione dei primi anni Duemila avesse voglia di rischiare, di cercare, di essere diversa.

Conclusione: il tempo in cui La7 sognava

Guardando oggi quella stagione, viene naturale un sorriso. La7 dei primi anni Duemila fu una parentesi luminosa, un esperimento libero, imperfetto e pieno di vita. Nel tentativo di diventare “la nuova Italia 1”, finì per essere qualcosa di più raro: una rete che non aveva paura di sbagliare, che provava linguaggi, che parlava ai ragazzi senza paternalismo e agli adulti senza noia.

Tra le luci arancioni di Call Game, le riflessioni di Sfera, le sigle di Yu Yu Hakusho e i misteri di Stargate, si muoveva l’ultima vera idea di televisione generalista come spazio d’avventura culturale, non solo d’intrattenimento. Poi tutto cambiò: i talk, la politica, il giornalismo. Ma in fondo, quell’anima giovane non è mai scomparsa del tutto.

Oggi La7 non è più la rete dei sogni, ma quella della realtà: una tv di approfondimento, politica e attualità, che ha scelto la via della continuità e della solidità editoriale.
Si è standardizzata, è vero, ma anche riconosciuta: chi accende La7 oggi sa cosa trova, e forse è proprio questa la sua forza. Di tanto in tanto torna a proporre qualche film o incursione culturale, ma il suo linguaggio è ormai definito, maturo, consapevole.

Eppure, guardando indietro, resta la sensazione che tutto sia cominciato da quella stagione arancione, pop e spregiudicata, in cui la rete cercava la propria voce e scopriva il piacere di sorprendere.
È lì che La7 ha imparato a essere se stessa: prima giocando, poi crescendo.

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