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Due giganti e un bivio: Giacomo Palmieri e gli italiani che dissero no al nazifascismo

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Due giganti e un bivio: Giacomo Palmieri e gli italiani che dissero no al nazifascismo

«Tu e io, a differenza di tanti altri, sappiamo bene cosa significa». Con queste parole il mio amico Mimmo Palmieri mi ha invitato a ricordare gli Internati Militari Italiani. Non era soltanto la proposta di un articolo, ma il richiamo a una storia che appartiene alle nostre famiglie: suo padre Giacomo, mio padre Antonio Riccardi. Raccolgo l’invito partendo da un’amicizia, da due fotografie e da un bivio della nostra terra.

Oggi 20 settembre 2026 ricorre la Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi, istituita con la legge 13 gennaio 2025, n. 6. La data ricorda il 20 settembre 1943, quando Hitler trasformò i militari italiani catturati dopo l’armistizio da prigionieri di guerra in «internati militari». Dietro quella definizione apparentemente burocratica c’era la negazione delle garanzie della Convenzione di Ginevra del 1929: non una questione di parole, ma di persone consegnate alla coercizione e al lavoro coatto.

Una delle fotografie custodite da Mimmo fu scattata a Padova, durante l’addestramento. Suo padre è accanto all’inseparabile amico di San Marco in Lamis. «Papà coi baffetti, Giacomo», mi precisa. Dell’altro non sa dirmi il nome. Poi aggiunge un particolare che restituisce da solo la loro giovinezza: «Erano due giganti di quasi un metro e novanta».

La vicenda di Giacomo era già stata raccontata nel gennaio 2021 dalla testimonianza del figlio Domenico. Arruolato in fanteria nel 1940, appena ventenne, da Padova fu trasferito in Francia, nella zona di Lione. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 fu catturato dai tedeschi. Nel racconto familiare il passaggio decisivo è il rifiuto di aderire alla Repubblica sociale italiana: Giacomo rimase fedele al giuramento e affrontò la prigionia. Non aveva scelto di essere catturato, ma scelse di non mettersi al servizio di chi lo teneva prigioniero.

La sua storia appartiene a quella dei circa 650 mila militari italiani internati, la cui resistenza è rimasta a lungo ai margini della memoria pubblica. Quel rifiuto ebbe un costo altissimo, ma anche un significato concreto: sottrasse uomini alla disponibilità militare degli oppressori e contribuì alla lotta di liberazione. Fu una Resistenza senza armi, sostenuta in condizioni di estrema sopraffazione. Mimmo li definisce «i primi inconsapevoli Resistenti al nazifascismo». Non occorre attribuire a ciascuno la stessa formazione politica per comprenderne il valore: fedeltà al giuramento, dignità personale, ragioni di coscienza e rifiuto di combattere contro altri italiani confluirono in una scelta che fu parte della Resistenza.

L’altra fotografia appartiene ai primi giorni della cattura. Giacomo è indicato da una piccola freccia. Secondo il racconto familiare, i tedeschi realizzarono quello scatto per offrire alla Croce Rossa internazionale un’immagine rassicurante del trattamento dei prigionieri. «L’inferno iniziò subito dopo», scrive Mimmo. Ciò che un’immagine mostra può essere molto diverso da ciò che gli uomini ritratti stanno per subire.

Domenico raccontava dei lavori forzati imposti al padre dall’alba al tramonto, della costruzione di un ponte, dei commilitoni annegati in un fiume impetuoso. L’altezza, la forza dei corpi, i vent’anni da poco superati non proteggevano dall’umiliazione e dalla morte: erano uomini nel pieno della vita, costretti a consumarla lavorando per i propri carcerieri.

Secondo il ricordo di Mimmo, Giacomo e l’amico riuscirono a fuggire insieme da un lager nel sud della Francia. La testimonianza del 2021 indica in un bombardamento alleato l’occasione della fuga. Ma uscire dal campo non significò tornare liberi: dopo altre traversie e l’incontro con gli Alleati, ci fu un nuovo internamento nei pressi di Caserta, in attesa degli accertamenti sulla loro posizione. Poi il trasferimento ad Amendola e, una volta rilasciati, il cammino a piedi lungo quella che oggi è la statale 89.

È qui che la storia della guerra incontra una strada che conosciamo. Erano partiti insieme, erano stati catturati insieme, insieme avevano affrontato prigionia e fuga. Camminarono ancora fianco a fianco fino al bivio di San Giovanni Rotondo. Poi le loro strade si separarono: Giacomo verso Manfredonia, il compagno verso San Marco in Lamis. Non si rividero mai più.

Quel bivio mi colpisce più di qualsiasi immagine celebrativa. Dentro quel saluto c’è il passaggio, comune a molti reduci, da un’esperienza estrema condivisa ogni giorno alla necessità di ricominciare una vita. La fine della prigionia non poteva restituire gli anni perduti, né garantire che a casa tutto fosse rimasto com’era.

Per Giacomo il ritorno portò infatti un altro dolore: scoprì che i suoi genitori erano morti. La fidanzata, invece, non aveva smesso di aspettarlo e sarebbe diventata la madre di Domenico. Nella casa alla quale aveva cercato di tornare convivevano ormai un’assenza irreparabile e la possibilità di un futuro.

Alla fine degli anni Cinquanta Giacomo emigrò per lavoro in Germania, amara ironia del destino sottolineata dallo stesso Domenico. Non abbiamo il diritto di attribuire a quella decisione sentimenti che non conosciamo, né di trasformarla in una storia di perdono. Possiamo però riconoscere quanto fosse complessa la vita di chi, sopravvissuto alla guerra, doveva ancora costruirsi un avvenire. Una persona non può essere racchiusa soltanto nella sofferenza che ha subito.

Giacomo non parlava volentieri degli anni da militare: troppe sofferenze, troppe umiliazioni. Morì nel 1978, a cinquantotto anni. Il 27 gennaio 2021, a Venaria Reale, fu consegnata una medaglia alla sua memoria, ritirata dal nipote che porta il suo stesso nome, Giacomo Palmieri, insieme al padre Damiano Cosimo. Le ricerche del nipote avevano contribuito a ricostruire la vicenda e a ottenere il riconoscimento. Giacomo non aveva potuto vederlo.

Una medaglia conta: conta che lo Stato restituisca onore a una scelta rimasta troppo a lungo poco conosciuta. Ma nessun riconoscimento può sostituire il lavoro quotidiano della memoria. Una fotografia deve poter incontrare una spiegazione, un documento deve essere conservato, una testimonianza deve trovare qualcuno disposto ad ascoltarla. Altrimenti rischiamo di celebrare una categoria e di perdere le persone che la compongono.

Per Manfredonia, per San Marco in Lamis e per tutte le comunità di quegli uomini, il 20 settembre dovrebbe diventare anche questo: un’occasione per raccogliere le storie delle famiglie e portarle nelle scuole, costruendo una memoria cittadina accessibile. Non per sostituire la ricerca con l’emozione, ma perché l’emozione spinga alla ricerca. E sarebbe bello che da questo racconto nascesse la possibilità di restituire un nome all’amico di Giacomo, attraverso un ricordo, una fotografia di famiglia, un documento custodito a San Marco in Lamis.

Penso a Giacomo, a mio padre Antonio e a tutti gli Internati Militari Italiani. Oggi la grandezza di quei due giovani non sta più soltanto nel metro e novanta, ma nel rifiuto che pagarono sulla propria pelle e nell’amicizia che riuscirono a conservare dentro la prigionia. Non abbiamo bisogno di trasformarli in uomini senza paura: ci basta riconoscere il coraggio degli uomini che furono.

Quei due amici si separarono al bivio di San Giovanni Rotondo. Nella nostra memoria devono continuare a camminare insieme.

Angelo Riccardi