Scuola

Docenti, la povertà dilaga, Floris: “Lo stipendio può ridare prestigio”

Gli stipendi dei docenti italiani restano in coda al confronto europeo. Giovanni Floris riaccende il dibattito.

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In Italia l’insegnamento continua a pagare un prezzo alto, anche in busta paga. Gli stipendi dei docenti restano tra i più bassi nel confronto europeo e il tema torna ciclicamente al centro del dibattito pubblico. A rendere il quadro ancora più problematico è una narrazione tossica, diffusa anche all’interno della stessa scuola, secondo cui insegnare non sarebbe un vero lavoro ma una “missione”. Una mentalità malata, che finisce per giustificare compensi minimi per professionisti laureati e abilitati, messi paradossalmente su un piano diverso rispetto ad altre figure di pari livello formativo come medici e avvocati. L’idea della vocazione, in questa chiave distorta, diventa un alibi: si pretende impegno totale, dedizione e sacrificio personale anche a fronte di stipendi bassi. Non mancano, soprattutto sui social, voci saccenti che arrivano a rivendicare l’insegnamento come attività da svolgere quasi gratis, sostenendo che l’unico vero guadagno consista nel vedere crescere e formarsi gli studenti. In questo clima culturale, parlare di salario diventa quasi una colpa. Nelle ultime ore è intervenuto Giovanni Floris, il quale ha legato il nodo economico a quello dell’autorevolezza sociale. Il suo messaggio è netto: nella “società del denaro”, solo lo stipendio può restituire prestigio a chi trasmette il sapere.

La frattura con l’Europa e il “segnale” del nuovo contratto

Il punto, al netto degli slogan, è che la distanza con altri Paesi europei è strutturale: non riguarda soltanto la retribuzione d’ingresso, ma anche la progressione nel tempo, che in Italia procede lentamente e spesso non intercetta l’aumento del costo della vita. Un confronto giornalistico basato sui dati europei ha riportato cifre annuali lorde molto differenti tra Stati, collocando l’Italia sotto Francia e Spagna e molto lontana dalla Germania, dove le retribuzioni risultano nettamente più elevate. È in questo contesto che si inseriscono le parole di Floris, riprese da Orizzonte Scuola: l’idea di fondo è che, se la società misura il valore soprattutto attraverso il reddito, allora pagare poco chi educa equivale a ridurne lo status. Floris ha spiegato: “Se siamo in un paese che rispetta solo chi guadagna, bisogna far guadagnare di più i docenti. Avrebbe l’effetto di dare maggiore status a chi fa il lavoro più importante che c’è in Italia, cioè passare il sapere”. Per il giornalista e conduttore, la leva economica diventa quindi anche un fatto culturale: riconoscimento pubblico e retribuzione finiscono per camminare insieme. Sul piano pratico, proprio in questi giorni è arrivato un tassello concreto ma non sufficiente: la firma del contratto del comparto istruzione e ricerca, con aumenti medi indicati attorno ai 144 euro (lordi, non netti attenzione!) per i docenti e l’annuncio di arretrati in arrivo, mentre una parte sindacale ha contestato la scarsità delle risorse. Un piccolo passo in avanti, ma non di certo la “svolta” capace da sola di colmare il gap europeo. Il tema degli stipendi non è più solo una questione di categoria, perché tocca la capacità della scuola di attrarre giovani laureati, ridurre la fuga verso altri lavori e sostenere la qualità dell’istruzione.
Il dibattito, insomma, torna sempre lì: quanto vale, per lo Stato e per la società, il lavoro di chi forma cittadini e professionisti di domani. E nella grammatica del nostro tempo, spesso, quel valore si legge prima di tutto in fondo alla busta paga.

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