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Cime tempestose, il marketing sta rovinando la letteratura?

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I lettori più esperti avranno notato, girando per librerie o leggendo notizie editoriali, alcune vesti grafiche di grandi classici, come Cime tempestose di Emily Brontë o vari romanzi di Jane Austen, abbastanza “interessanti”, come quelle di seguito mostrate.

Questo stile rappresenta una chiara operazione di marketing. Ed è marketing anche tutto ciò che è avvenuto e sta avvenendo attorno alla nuova trasposizione cinematografica di Cime tempestose di Emerald Fennell, alla nuova sovraccoperta dell’edizione di Einaudi e a quelle virgolette nel titolo.
Tutto questo ci fa comprendere che ormai l’effetto prodotto dall’arte sui consumatori è diventato più importante dell’arte stessa.

Le nuove copertine dei classici

Partendo con ordine, analizziamo le copertine “fantasiose” dei classici, come l’ultima di Cime tempestose. Appare evidente una somiglianza con i romanzi Harmony o, comunque, con i romanzi rosa. A livello di statistiche recenti (periodo 2023-2025), il romance è uno dei generi trainanti dell’editoria, con una crescita esplosiva che lo colloca tra i più letti e venduti, soprattutto tra i lettori giovani e forti (nel senso di frequenti).

L’editoria ha furbamente sfruttato questo dato e sta cercando di imboccare al maggior numero possibile di lettori libri di questo genere e non solo. Ma è davvero necessario?

L’estetica romance: uno specchio per le allodole

Lungi dalla critica del genere romance e del suo pubblico, consistenti e meritevoli di enorme rispetto, appare evidente un tentativo di sfruttare l’estetica per confondere, sviare e cavalcare i trend. Le copertine realizzate da Penguin l’anno scorso per Jane Austen non hanno particolari legami con quanto realmente raccontato dall’autrice.

Non si condanna la voglia di far leggere più persone possibile, ma il fatto di smentire l’autenticità di un testo snaturandolo. I lettori sono abbastanza bravi da decidere cosa vogliono leggere, perché se a un certo punto dovessero imbattersi in una bellissima copertina di Jane Eyre presentato come una love story super romantica, probabilmente quei lettori finiranno per odiare Jane Eyre e non leggeranno un altro libro di Charlotte Brontë – soprattutto perché Edward Rochester non è proprio il bello e dannato che ci si aspetterebbe.

Cime tempestose: un caso cinematografico

Qualcosa di simile è accaduto, come indicato nell’introduzione, con il nuovo film “Cime tempestose”. Il problema non è il film in sé, con delle premesse abbastanza ambigue, che invece di essere una trasposizione cinematografica di un romanzo sembra quasi una sua fanfiction, o comunque una rielaborazione particolarmente slegata dall’opera originale.

La regista può prendersi delle libertà stilistiche, ed è giusto che se le prenda, perché altrimenti vorrebbe dire che tutti leggiamo Cime tempestose nello stesso modo e che tutti abbiamo la stessa esperienza di lettura. Ma un conto è reinterpretare, un altro è cambiare le tematiche principali e l’anima di una storia.

Senza entrare nel merito della scelta del casting, nonostante faccia storcere il naso la scelta di attori “bellocci di Hollywood” (Margot Robbie e Jacob Elordi che, secondo la spiegazione della regista, hanno comunque un senso). Emerald Fennell ha affermato di non voler realizzare un film fedele al romanzo, ma un film che rappresentasse la sensazione primordiale che lei ha provato leggendolo, analizzando soprattutto il concetto di desiderio.

Non si è contro il cambiamento di un’opera nel passaggio al cinema, anche perché Emily Brontë ed Emerald Fennell sono due autrici diverse, con poetiche e stili differenti

Le conseguenze positive del marketing di Cime Tempestose e alcune riflessioni

Il film è appena uscito e deve ancora essere visto da molti, ma già le decisioni prese durante la sua pubblicizzazione hanno fatto discutere. Potrà anche essere un film bellissimo, con immagini e costumi affascinanti, ma è stato tutto calcolato per far reagire i fan (e ha funzionato).

ll trailer che ricorda quello stile sopra le righe (non sempre con criterio) di After, Einaudi che decide di realizzare una sovraccoperta con la locandina del film (distorcendo, potenzialmente, la concezione che un lettore neofita avrà di quel libro), lo scalpore generale: tutto ciò ha contribuito a incuriosire anche molti non-lettori verso Cime tempestose.

Questo, da un lato, è un bene.

Alla fine, la campagna marketing funziona: porta le persone verso i libri, verso il cinema, verso le storie. Non è di per sé un male, né qualcosa da condannare in blocco. È semplicemente il linguaggio con cui oggi la cultura tenta di sopravvivere in un sistema che richiede attenzione costante, reazioni e rumore.

La domanda interessante non è tanto se tutto questo sia giusto o sbagliato, ma perché noi abbiamo così tanto bisogno di essere guidati, provocati, quasi imboccati per avvicinarci a un’opera. Perché sembra che senza una copertina accattivante, una polemica virale o un trailer studiato per far discutere, un classico non riesca più a parlarci da solo.

Forse il problema non è il marketing, ma il fatto che abbiamo imparato a cercare l’esperienza culturale solo quando qualcuno ce la vende come desiderabile.

Ela Bitondi

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