Storia

Briganti e grotte garganiche: un legame che riecheggia tra mito e realtà

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BRIGANTI E GROTTE GARGANICHE: UN LEGAME CHE RIECHEGGIA TRA MITO E REALTÀ.

Il tema delle grotte è fortemente radicato nella cultura garganica. Non sono solo cavità rocciose, bensì portali verso un mondo intriso di mistero, intrecciato con leggende, sogni e fervore religioso. Sono custodi di una storia millenaria, un retaggio che permea il tessuto sociale del luogo, evocando rispetto e reverenza. Le grotte sono più di semplici fenomeni geologici; sono parte integrante dell’anima del Promontorio, un gene ancestrale intessuto nel suo DNA.

Ogni cavità è un groviglio di racconti, dove le storie si annodano come fili di un tessuto antico. Leggende e fatti reali si mescolano, tramandati di generazione in generazione, e ancora oggi le testimonianze dirette risuonano nell’aria. Non esiste anziano che non abbia da narrare episodi, né famiglia che in qualche modo non abbia avuto contatti o legami diretti con una di queste cripte naturali.

E tra queste narrazioni si snoda il filo del Brigantaggio, un capitolo storico-sociale conformatosi perfettamente alla geografia e alla collettività locale. I famelici briganti non hanno saputo resistere al richiamo e all’utilità delle grotte disseminate nel territorio.

Le cavità servirono da rifugio e nascondiglio, un modo per scampare temporaneamente alle leggi dell’epoca e divennero dei luoghi perfetti per nascondere i sequestrati, o custodire gelosamente armi e le ricchezze accumulate.

Sul territorio garganico vi sono vari esempi, come quello legato al personaggio di Gabriele Gilardi, chiamato dai locali “Briele Jalardë”, brigante ottocentesco, originario di San Paolo Civitate, fortemente associato alla “Rottë dë Jalardë”, nonché l’attuale Grotta Paglicci, nel territorio di Rignano Garganico.

Le storie tramandate narrano di un tesoro sepolto da Gilardi e i suoi compagni, un enigma che ha attirato molti cercatori desiderosi di rintracciarlo senza successo.

A tal proposito, vale la pena accennare ad un altro racconto legato alla leggenda del tesoro di “Jalardë”, quella di alcuni “avventurieri” che tra il 1910 e 1920, avrebbero addirittura tentato di evocare dei demoni pur di trovare le presunte ricchezze del brigante.

Per riuscire nell’impresa, i tre sprovveduti avrebbero utilizzato “Lu Rutèljë” (il Rotilio), un libro che parlava di agricoltura e fasi lunari, scambiato maldestramente per un libro di riti satanici. Inutile dire che, secondo il racconto, gli improvvisati cercatori non riuscirono nell’impresa, a detta loro a causa di un santino nascosto nel cappello di uno di loro che avrebbe fatto arrabbiare i demoni.

Nell’entroterra di Vico del Gargano ancora riecheggia la leggenda legata ad una presunta grotta di “Lu Zambre”, come il soprannome dato al famigerato capo-brigante Angelo Maria del Sambro, che qui avrebbe nascosto il ricavato di diverse scorrerie e saccheggi. Sembra che tale storia sia stata tramandata da un contadino a cui venne in sogno proprio il famoso brigante, che gli avrebbe rivelato il nascondiglio in un eventuale altro tesoro da lui celato.

A San Nicandro Garganico si possono citare un paio di grotte a cui sono legate storie di briganti, come ad esempio la cosiddetta Grotta Coppa del Mortaio, non lontano dalla famosa Grotta nel Pian della Macina, all’interno della quale i locali avrebbero trovato alcuni cimeli, tra cui una spada, facenti parte del bottino di briganti che qui si nascondevano.

Oppure Grotta di Piscina Secca, che secondo i racconti, fu utilizzata dai briganti per nascondersi e proteggere i loro averi, tra cui i numerosi “tesori” trafugati a chissà quali vittime della zona.

Il caso di Piscina Secca, effettivamente, merita una certa attenzione. La sua morfologia è assolutamente adatta al tipo di azioni citate nei racconti di chi è certo del legame della cavità con il fenomeno del Brigantaggio. E’ percorribile senza particolari attrezzature, si sviluppa quasi totalmente in orizzontale, presenta dimensioni rilevanti, e soprattutto l’ubicazione è di difficile individuazione. A destare sospetti è certamente l’ingresso, il cui diametro è di poche decine di centimetri. Il solo ausilio di un masso nemmeno tanto ingombrante sarebbe bastato per far “scomparire” l’entrata della grotta.

Così, i Briganti, divisi tra bande organizzate e gruppi isolati, vagavano tra la società e la fuga, immergendosi in un’esistenza fatta di incursioni fulminee e fughe repentine. Questo stile di vita, avvolto nell’oscurità dell’ignoranza e della mancanza di comunicazione, alimentava le fantasie delle comunità circostanti, dando vita a un’epopea ricca di eroi e imprese memorabili. Un fenomeno che unito all’archetipo potente della grotta, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia locale, continuando a stimolare l’immaginazione anche ai giorni nostri.

Foto di Giovanni BARRELLA (Team ARGOD), Maria RITOLI (Team ARGOD), Wikipedia, Catasto Grotte Puglia