Storia

Le pietre di fulmine: quando nel Gargano si credeva che il cielo colpisse la terra con saette di selce

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LE PIETRE DI FULMINE: QUANDO NEL GARGANO SI CREDEVA CHE IL CIELO COLPISSE LA TERRA CON SAETTE DI SELCE.

C’era un tempo (in realtà, spesso, ancora oggi), sul Gargano, in cui l’aratro non portava alla luce solo radici e sassi. Portava alla luce tracce del “cielo”.

Spieghiamoci meglio. Succedeva sovente dopo un temporale. Il contadino scendeva nei campi ancora umidi, la terra scura e morbida sotto le scarpe. Affondava la lama dell’aratro nel solco e, tra le zolle rivoltate, compariva una pietra strana.

Non era come le altre. Piccola. Affilata. Perfetta. A volte triangolare, altre appuntita come una freccia. Grande o piccola. Una pietra lavorata… ma talmente antica da sembrare impossibile.

Per i contadini garganici quella non era una pietra qualunque. Era una “pietra del fulmine”.

Si diceva che fosse caduta dal cielo durante il temporale della notte prima. Una scheggia della saetta divina che aveva colpito la terra e poi, lentamente, nei giorni o negli anni successivi, era riemersa dal terreno. 

Sul Gargano queste pietre avevano un nome preciso, quasi sussurrato per timore divino: “saette”.

Oggi sappiamo cosa erano davvero: punte di freccia, raschiatoi, lame di selce. Strumenti costruiti migliaia di anni prima dagli uomini del Neolitico che abitavano queste montagne e queste pianure. 

Il Gargano, infatti, era (ed è) una delle zone più ricche di selce di tutta l’Italia preistorica. Le comunità umane la estraevano dalle rocce calcaree e la lavoravano con una maestria sorprendente per costruire coltelli, punte di freccia, utensili da caccia o da lavoro.

Poi quelle civiltà scomparvero.

Passarono secoli. Millenni.

Gli uomini dimenticarono chi aveva creato quegli oggetti. E quando, molti secoli dopo, i contadini tornarono a trovarli nei campi, la mente umana fece ciò che ha sempre fatto: inventò una storia per spiegare ciò che non comprendeva.

Così nacque la leggenda.

Quelle pietre non potevano essere opera dell’uomo. Erano troppo perfette e strane. Troppo misteriose. Dovevano essere state scagliate dal cielo. A dir la verità, un’idea che non era solo garganica. In tutta Europa gli antichi utensili di pietra venivano chiamati “ceraunie” o “thunderstones”, “pietre del tuono”, perché si credeva che fossero armi cadute durante i fulmini. 

Secondo molte tradizioni popolari, i fulmini non erano altro che le armi degli dèi del cielo. Gli Slavi parlavano delle frecce di Perun, il dio del tuono. Nel Nord Europa si diceva che fossero i colpi del martello di Thor. In Finlandia erano le asce di pietra lanciate dal dio Ukko. Senza dimenticare la folgore di Zeus.

E sul Gargano? Era semplicemente il fulmine.

Le pietre del fulmine venivano conservate con rispetto.

A volte appese nelle case. Altre volte custodite nelle stalle. Si credeva proteggessero dagli altri fulmini, dalle malattie o dalla malasorte. Come se un pezzo del cielo potesse difendere la terra. Spesso pezzi di selce venivano inglobati nelle murature degli edifici per proteggersi dalle saette durante i temporali e per allontanare le energie maligne.

È affascinante pensare che, in fondo, queste credenze nascono da un momento preciso della storia umana. Il momento in cui l’uomo dimentica la propria antichità. Quando le generazioni si succedono così a lungo che gli oggetti creati dagli antenati diventano incomprensibili. E allora la memoria umana si trasforma in mito.

Così una punta di freccia, fabbricata da un cacciatore del Neolitico su queste stesse colline, diventa per un contadino del Settecento una scheggia di tempesta.

Un attrezzo diventa un prodigio. Un oggetto umano diventa soprannaturale. E forse è proprio questa la cosa più bella delle pietre del fulmine. Sono la prova che sotto i nostri piedi il Gargano conserva due storie sovrapposte. La prima è quella degli uomini che, migliaia di anni fa, scheggiavano la selce per cacciare nei boschi. La seconda è quella dei contadini che, trovandola nei campi, alzavano gli occhi al cielo e dicevano: «Questa l’ha portata il temporale».

E in quel momento, senza saperlo, stavano raccontando una delle leggende più antiche della storia dell’umanità.

Vediamo nello specifico: il lessico non è un dettaglio ornamentale, è una mappa di pensiero. Nel materiale garganico divulgativo che circola oggi, la selce è chiamata anche “pietra focaia” e viene riportata la resa dialettale “preta fucal/fuchel”: non come curiosità, ma come traccia semantica del fatto che quella pietra “ha fuoco” (produce scintille).

La credenza delle “pietre del filmine” non nasce nel vuoto: nasce in un paesaggio dove la selce affiora davvero, dove la si cava, la si scheggia, la si usa; e dove, quando le miniere neolitiche sono già “preistoria” da millenni, le loro figlie minute (punte, lame, accette) riemergono dai campi come oggetti anonimi senza autore.

Una testimonianza chiave è quella ottocentesca di Alberto Benucci, reperibile come monografia a stampa del 1884 conservata presso la Biblioteca provinciale La Magna Capitana (scheda Internet Culturale).

La citazione riportata in letteratura antropologica novecentesca/recente è netta: i coltivatori, e “specialmente le donne”, conservavano con rispetto questi oggetti e portavano “le saette” al collo come amuleti “contro la malia e le percosse del fulmine”.

Nella scansione circolante in rete (riportata anche nel link fornito nelle fonti), il contesto è esplicito: cuspidi raccolte sul territorio di Monte Sant’Angelo (con riferimento anche alla “stazione” di Macchia di Mare) e trasformate in oggetti che passano dall’archeologia al corpo, dal terreno al talismano.

Qui entra in scena Monte Sant’Angelo: non solo come luogo di ritrovamento, ma come luogo di interpretazione. Nella ricostruzione di Giancarlo Baronti, che lavora sulla collezione amuletica di Giuseppe Bellucci, si trova un documento etnografico riferito alla Puglia: se durante il lavoro nei campi si rinveniva una punta di freccia neolitica in selce, veniva intesa come parte materiale del fulmine e conservata come amuleto (in un caso, in chiave anti-malocchio).

E c’è un frammento di voce (prezioso perché dichiara la logica in forma poetica) ricondotto da Baronti a una tesi di laurea su pratiche relative a grandine e fulmine nel comune di Monte Sant’Angelo (Università di Perugia, anni Novanta): “Lu fulmene” lascia “la sajette”, e chi la trova la porta a casa “pecchè j’ere contre lu malucchie”.

In questa traiettoria, l’archeologia non scompare: viene “riusata”. La cuspide non è più arma di caccia o utensile: diventa prova di un evento atmosferico, e insieme scudo invisibile contro malocchio e fulmine.

Questa è la nostra storia. Un legame con il passato, una promessa di salvaguardia per il futuro.

Archivio di Giovanni BARRELLA.

Fonti:

– “Il feticismo primitivo in Italia”, G. Bellucci.

– “L’età della pietra nel Gargano”, internetculturale.it, https://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp…

– “Tra bambini e acque sporche”, Giancarlo Baronti

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