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Vieste tra magia, stregoneria e inquisizione: le paure e le credenze di un tempo

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VIESTE TRA MAGIA, STREGONERIA E INQUISIZIONE: LE PAURE E LE CREDENZE DI UN TEMPO

da GarganodaScoprire

Cosa accadeva, nella Vieste del Seicento, quando qualcuno veniva sospettato di praticare la magia? Quali comportamenti potevano attirare l’attenzione delle autorità ecclesiastiche? E quanto poteva essere pericoloso, per una persona comune, essere accusata di aver compiuto un maleficio?

Sono domande che ci riportano a un periodo della storia del Gargano del quale si parla ancora relativamente poco, ma che ha lasciato testimonianze documentarie di notevole interesse.

Tra Cinquecento e Settecento, la convinzione che fosse possibile intervenire sugli avvenimenti attraverso incantesimi, sortilegi e pratiche magiche era diffusa in diversi ambienti della società. Si ricorreva a queste pratiche, o a persone ritenute capaci di esercitarle, per cercare di guarire dalle malattie, ritrovare oggetti smarriti, conoscere il futuro, favorire un matrimonio oppure, secondo le accuse dell’epoca, arrecare danno a qualcuno.

Non si trattava necessariamente di credenze estranee alla religione cristiana. Al contrario, in molte pratiche popolari preghiere, formule religiose e gesti rituali potevano mescolarsi, dando origine a comportamenti che le autorità ecclesiastiche consideravano superstiziosi e, in alcuni casi, persino diabolici.

Ma come venivano affrontati questi fenomeni in una piccola città del Gargano come Vieste?

A offrirci uno spaccato particolarmente interessante è la ricerca della storica Francesca Vera Romano, autrice del volume Magia, stregoneria e “superstizione” nel Viceregno di Napoli. Le diocesi di Melfi, Tricarico e Vieste tra Cinquecento e Settecento, pubblicato da Bulzoni Editore. Attraverso l’esame di documenti ecclesiastici, disposizioni inquisitoriali e atti processuali, la studiosa ha ricostruito il rapporto tra le autorità religiose e le pratiche considerate magiche o superstiziose, dedicando un intero capitolo alla diocesi di Vieste.

Per comprendere quanto accadeva, dobbiamo innanzitutto considerare la situazione in cui si trovava Vieste.

Nel Cinquecento la città occupava una posizione strategica lungo la costa adriatica. Era una città regia, sede di un presidio militare spagnolo, e rappresentava uno dei punti di controllo del litorale garganico, particolarmente esposto alla minaccia ottomana. Questa condizione, tuttavia, non garantiva tranquillità ai suoi abitanti. Le incursioni provenienti dal mare, le difficoltà economiche e i continui contrasti tra le autorità civili ed ecclesiastiche contribuivano a rendere precaria la vita cittadina.

Anche la diocesi attraversava una situazione particolarmente difficile. Nonostante la presenza di vescovi di grande rilievo, come Giulio Pavesi e Ugo Boncompagni, quest’ultimo destinato a diventare papa Gregorio XIII, le strutture ecclesiastiche locali disponevano di risorse limitate.

La situazione si aggravò ulteriormente nel maggio del 1646, quando un violento terremoto colpì il Gargano, causando gravissimi danni anche a Vieste. Il vescovado ne uscì devastato e si arrivò persino a proporre la soppressione della sede episcopale e la sua annessione a Manfredonia.

È in questo contesto, segnato da instabilità e difficoltà, che dobbiamo collocare anche le vicende relative alla magia e alla stregoneria.

La Chiesa dell’epoca guardava con particolare preoccupazione a tutte quelle pratiche che sembravano attribuire a forze soprannaturali, diverse dall’intervento divino, la capacità di influenzare la vita degli uomini. Nel linguaggio ecclesiastico, il termine latino superstitio comprendeva comportamenti assai differenti, alcuni dei quali potevano essere interpretati come forme di apostasia o come violazioni del primo comandamento. Ma sarebbe sbagliato immaginare che queste credenze appartenessero esclusivamente agli ambienti popolari.

La stessa Romano ricorda come alcune forme di magia cosiddetta “colta”, tra cui la negromanzia, fossero diffuse anche negli ambienti istruiti e, talvolta, tra gli esponenti del clero. Esisteva tuttavia una differenza significativa: mentre la magia colta faceva ricorso a libri, scritture e conoscenze riservate a pochi, quella popolare si esprimeva spesso attraverso formule tramandate oralmente, rituali e pratiche legate ai problemi della vita quotidiana. A partire dalla seconda metà del Seicento, anche grazie all’azione dell’arcivescovo di Manfredonia Vincenzo Maria Orsini, futuro papa Benedetto XIII, l’attenzione verso queste manifestazioni si fece particolarmente intensa.

Nel 1678 Orsini pubblicò il sinodo diocesano di Manfredonia, accompagnato da un’appendice quasi interamente dedicata alla repressione di sortilegi, incantesimi e superstizioni. Le disposizioni riflettevano gli orientamenti del Sant’Ufficio e si inserivano in un programma di maggiore controllo religioso sul territorio, che interessava anche la suffraganea Vieste.

Tra le pratiche espressamente richiamate nell’editto figuravano quelle rivolte contro la vita matrimoniale.

In un passaggio si legge infatti:

«fra quelli, quali esercitano magie, sortilegi & incantesimi, principalmente sono compresi coloro, che, per arte diabolica legassero, ò sapessero legare gli sposi, affinche non possano consumare il matrimonio».

Si riteneva, dunque, che attraverso un sortilegio fosse possibile impedire a due sposi di consumare il matrimonio. Il documento prendeva in considerazione anche coloro che affermavano di poter sciogliere simili legami magici. Si tratta di una credenza che oggi può apparirci sorprendente, ma che nell’Europa dell’età moderna era conosciuta e discussa anche negli ambienti ecclesiastici.

L’aspetto interessante non è soltanto la natura del presunto maleficio, ma il fatto che una simile pratica fosse considerata abbastanza rilevante da comparire espressamente tra i comportamenti perseguibili.

Le disposizioni non si limitavano, però, ai presunti malefici.

L’editto prendeva in considerazione anche coloro che, attraverso pratiche giudicate superstiziose, sostenevano di poter guarire uomini e animali.

Il testo menzionava infatti:

«colore i quali, con arte superstiziosa sapessero curare le infermità, tanto d’huomini, quanto d’animali».

La stessa attenzione veniva rivolta a chi dichiarava di poter ritrovare animali, oggetti smarriti o beni rubati servendosi di procedimenti magici. Tra le pratiche ricordate figuravano persino esperimenti effettuati con una caraffa o con un crivello, oggetti di uso quotidiano che potevano essere impiegati in rituali divinatori. Un altro riferimento particolarmente interessante riguardava la vigilia e il giorno di San Giovanni Battista, durante i quali alcune persone cercavano, secondo quanto riportato nell’editto, di conoscere gli avvenimenti futuri attraverso mezzi superstiziosi.

Il riferimento a San Giovanni è significativo, perché ci riporta a un insieme di credenze e consuetudini popolari legate a una ricorrenza religiosa che, in diverse regioni italiane, ha conservato a lungo tradizioni particolari. Naturalmente, occorre fare una distinzione importante: questi passaggi documentano ciò che le autorità ecclesiastiche intendevano proibire, ma non dimostrano, da soli, che tutte le pratiche elencate fossero effettivamente diffuse a Vieste.

Ci restituiscono, però, un quadro molto interessante delle credenze che preoccupavano la Chiesa e degli aspetti della vita quotidiana sui quali essa cercava di esercitare il proprio controllo.

Uno degli aspetti forse più inquietanti di questo sistema era il ruolo attribuito alla denuncia. Le disposizioni ecclesiastiche non si limitavano a proibire determinati comportamenti. Ai fedeli veniva richiesto anche di segnalare coloro che ne fossero sospettati. Chi era a conoscenza di pratiche considerate illecite e non le denunciava rischiava a sua volta la scomunica. Si creava così un meccanismo nel quale il semplice sospetto poteva assumere conseguenze molto serie. Un vicino di casa, un conoscente o persino un familiare potevano essere chiamati a riferire quanto avevano visto, ascoltato oppure appreso da altri.

Per evitare di essere coinvolti in un procedimento, alcune persone potevano scegliere di presentarsi spontaneamente alle autorità ecclesiastiche e riferire ciò che sapevano. Questa procedura, conosciuta come spontanea comparitio, rappresentava uno degli strumenti attraverso i quali l’Inquisizione cercava di raccogliere informazioni e individuare possibili trasgressori.

Ma ciò che rende particolarmente interessante la documentazione è anche l’attenzione riservata alla raccolta delle testimonianze.

Le istruzioni raccomandavano ai funzionari ecclesiastici di trascrivere con precisione le dichiarazioni, indicando i nomi dei testimoni, le circostanze, i luoghi e persino le parole esatte pronunciate dalle persone denunciate.

In un passaggio si legge:

«Se gli facciano esprimere le parole precise che furono dette».

Non bastava, quindi, affermare genericamente che qualcuno avesse pronunciato una bestemmia o compiuto un gesto sospetto. Si chiedeva di ricostruire l’episodio nei suoi dettagli. Le stesse istruzioni raccomandavano di evitare domande suggestive, anche se ciò non impediva che le deposizioni venissero raccolte all’interno di un sistema fortemente orientato a individuare e perseguire comportamenti ritenuti contrari alla fede. Questo aspetto è particolarmente importante per comprendere il valore delle testimonianze che ci sono giunte. I documenti processuali non ci raccontano necessariamente ciò che accadde nella realtà esattamente come viene descritto. Ci mostrano, piuttosto, ciò che i testimoni dichiararono, ciò che gli accusati furono chiamati a spiegare e il modo in cui le autorità interpretavano determinati comportamenti.

La documentazione relativa alla magia e alla stregoneria nell’Italia meridionale non è sempre abbondante e molti procedimenti sono conosciuti soltanto attraverso riferimenti indiretti. Per Vieste, tuttavia, sono sopravvissute testimonianze che consentono di avvicinarci a vicende realmente affrontate dalle autorità ecclesiastiche. Già nel 1644, quando il vescovo Paolo Ciera descriveva la città come una comunità sostanzialmente osservante della religione cattolica, il Sant’Ufficio si stava occupando di una causa riguardante una donna sospettata di maleficio.

Di quel procedimento è rimasta una traccia nella documentazione romana, mentre il fascicolo originale non è stato ritrovato nell’archivio della Curia di Vieste.

Ma la vicenda non si esaurisce qui.

La ricerca della studiosa porta infatti alla luce altri episodi, alcuni dei quali ricostruibili attraverso atti giudiziari e testimonianze dirette. Sono storie che coinvolgono uomini e donne, accuse di maleficio, comportamenti ritenuti sospetti e situazioni che oggi potrebbero apparirci difficili da comprendere, ma che all’epoca potevano avere conseguenze molto concrete sulla vita delle persone. Non abbiamo alcuna ragione di considerare queste accuse come prove dell’esistenza di poteri magici. Il loro valore storico è un altro: ci permettono di conoscere le paure, le convinzioni, i conflitti e i rapporti sociali di una comunità vissuta oltre tre secoli fa.

Nei prossimi post, entreremo nel vivo di alcuni procedimenti documentati nella Vieste del Seicento, cercando di ricostruire, attraverso le deposizioni originali e gli studi storici, cosa venne raccontato davanti ai giudici ecclesiastici, chi furono i protagonisti e quali circostanze portarono alle accuse. Vicende particolari, talvolta sorprendenti, che ci consentiranno di osservare un aspetto ancora poco conosciuto della società garganica di quel tempo.

Fonti: “Magia, stregoneria e “superstizione” nel Viceregno di Napoli. Le diocesi di Melfi, Tricarico e Vieste tra Cinquecento e Settecento”, Francesca Vera Romano, Bulzoni Editore.

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