Twisted-Wonderland stagione 1: recensione dell’anime Disney+
Twisted Wonderland porta i cattivi Disney a scuola di magia, tra misteri, regole feroci e un protagonista spaesato che funziona.

Nel vasto e spesso imprevedibile laboratorio creativo della Disney, Twisted-Wonderland rappresenta uno degli esperimenti più audaci degli ultimi anni. Un progetto che nasce in Giappone, parla il linguaggio dell’anime e del manga, ma affonda le radici nell’immaginario più iconico della casa di Topolino: quello dei grandi cattivi. Personaggi che, da sempre, incarnano desiderio di potere, ossessione, narcisismo, paura del cambiamento. Trasportarli in una scuola di magia frequentata da studenti problematici, ambiziosi e spesso emotivamente instabili poteva essere un’idea brillante o un disastro annunciato. La prima stagione, composta da otto episodi, dimostra che, almeno per ora, siamo decisamente più vicini alla prima ipotesi.
Disponibile su Disney+ esclusivamente in versione sottotitolata, Disney Twisted-Wonderland: La serie animata non cerca di essere rassicurante. Al contrario, costruisce un mondo scolastico dove l’eccellenza è una forma di pressione costante, la disciplina diventa controllo e il carisma spesso si confonde con la tirannia. Il tono è cupo, talvolta persino claustrofobico, ma sempre coerente con l’universo narrativo che la serie vuole raccontare. Non è un anime d’azione classico, né una commedia scolastica leggera: è un racconto di formazione distorto, ambientato in un collegio dove nessuno è davvero innocente.
Le origini videoludiche di Twisted-Wonderland
Prima ancora di essere una serie animata, Twisted-Wonderland nasce come videogioco per smartphone, sviluppato in Giappone con la supervisione di Disney. Il gioco, lanciato con enorme successo, è strutturato come una visual novel con elementi RPG, fortemente incentrata sui dialoghi, sulle relazioni tra i personaggi e sulla costruzione graduale del mondo narrativo. Questo DNA si avverte chiaramente anche nell’adattamento animato.
La serie non ha fretta. Si prende il tempo di presentare ambienti, rituali scolastici, regole non scritte e dinamiche di potere interne ai dormitori. È una scelta che potrebbe spiazzare chi si aspetta un ritmo frenetico, ma che risulta perfettamente coerente con l’origine videoludica del progetto. Ogni episodio sembra quasi un capitolo di gioco sbloccato, con una progressione emotiva più che spettacolare.
Questa impostazione consente a Twisted-Wonderland di concentrarsi su ciò che le riesce meglio: il conflitto psicologico. Non ci sono battaglie continue né escalation di poteri senza controllo. Il vero campo di battaglia è la personalità dei personaggi, il modo in cui reagiscono alle aspettative e al peso della tradizione incarnata dai grandi villain a cui si ispirano.
Yūken Enma: un protagonista “babbano” in un mondo magico
Al centro della storia troviamo Yūken Enma, studente del mondo reale che si ritrova improvvisamente catapultato a Night Raven College, prestigiosa accademia per maghi. Yūken ha una caratteristica fondamentale: non possiede alcun potere magico. In un contesto dove la magia definisce status, valore e autorità, questa mancanza lo rende immediatamente un corpo estraneo.
Ed è proprio questa condizione a renderlo un protagonista efficace. Yūken non è un eroe predestinato né un genio incompreso. È un osservatore forzato, costretto a sopravvivere grazie all’intelligenza, all’empatia e a una buona dose di adattamento. Il suo ruolo non è dominare la scena, ma fare da catalizzatore: attraverso il suo sguardo, lo spettatore scopre le crepe del sistema.
Accanto a lui c’è Grim, creatura irrequieta e arrogante, che funge da contrappunto comico ma anche da simbolo del caos che serpeggia sotto la rigida superficie dell’istituto. Il loro rapporto è centrale nel mantenere la serie in equilibrio tra dramma e leggerezza.
Night Raven College: una scuola fondata dai villain Disney!
Night Raven College non è la classica scuola magica accogliente e inclusiva. È un’istituzione elitaria, competitiva, spietata. Ogni studente è assegnato a un dormitorio ispirato a uno dei Great Seven, figure leggendarie che incarnano i grandi antagonisti della tradizione Disney. Questi non sono semplici riferimenti estetici, ma vere e proprie linee guida morali (o immorali).
La scuola diventa così una metafora potente: un luogo dove si insegna a dominare, non a comprendere; a primeggiare, non a collaborare. Il risultato è un ambiente saturo di tensione, dove ogni errore può essere punito e ogni debolezza sfruttata.
I professori del Night Raven College: mattacchioni, ma con stile
Una delle sorprese più divertenti — e narrativamente significative — nella prima stagione di Twisted-Wonderland riguarda proprio il personale docente e lo staff di Night Raven College. Non si tratta di figure neutre che “spiegano le regole”; sono personaggi eccentrici, fortemente caratterizzati e, spesso, inconsapevolmente comici… ma anche spie sottili delle storture di un sistema educativo rigido e un po’ ottuso. Al vertice di questa banda di adulti c’è Dire Crowley, il preside mascherato della scuola. Apparentemente gentile — e lui stesso non perde occasione per ricordarlo — Crowley è un enigma: carismatico, ambiguo e contemporaneamente incapace di intervenire davvero sui grandi problemi degli studenti, spesso demandando ogni responsabilità proprio a loro. La sua presenza è uno scherzo continuo: manda i ragazzi in missione per rimediare ai pasticci che lui stesso sembra incapace di risolvere, il tutto con un sorriso enigmatico e quell’aria da “professore strambo” che non fa che aumentare il delirio del campus.
Al suo fianco, il corpo docente è una sfilata di caratteri che sembrano usciti da un manga scolastico in salsa dark-comica. Divus Crewel insegna scienze e pozioni, ma non appena apre bocca scopri che è ossessionato dalla moda: sarebbe impensabile, per lui, scendere a compromessi anche su un solo centimetro di tessuto o accessorio, perché l’eleganza è parte integrante della magia stessa. Insegna formule, sì, ma con un’ironia tutta sua che fa riflettere sulla vanità come disciplina educativa. Accanto a lui c’è Mozus Trein, severissimo docente di arti liberali e storia della magia. Non solo è temuto per la sua rigidezza in classe, ma la sua disciplina si estende anche fuori dall’aula, dove molti studenti lo vedono come un’incarnazione del “prof che spaventa pure l’aula vuota”. Trein è così serio da far sembrare ogni spiegazione storica un ultimatum morale, e questa severità — pur con tutte le sue esagerazioni — restituisce un’immagine impietosa della cultura accademica che si autovaluta attraverso la paura invece che la curiosità.
Poi c’è Ashton Vargas, un docente d’educazione fisica e volo che sembra uscito da un’anime sportivo con troppe proteine: passionale, narcisista e convinto che i muscoli siano la base di ogni magia. Vargas incarna il cliché del coach che spinge oltre ogni limite, insiste sugli allenamenti come se fossero lezioni di vita, e finisce per sembrare più un povero pazzo vanesio e nerboruto che un insegnante con criterio. Non a caso è ispirato a Gaston de La Bella e la Bestia. Infine, tra i personaggi meno “accademici” ma più memorabili, c’è Sam, proprietario di “Mr. S’s Mystery Shop”, il negozio di scuola che è un po’ emporio, un po’ bazar, un po’ trappola per studenti indecisi. Sam è amichevole, sorridente e sorprendentemente bravo a vendere qualunque oggetto — magico o inutile che sia — con una sicumera da mercante di spezie. La sua presenza quasi fuori ruolo serve da promemoria costante: a Night Raven College non c’è nulla di troppo serio per non essere preso un po’ in giro. Questi adulti non sono “sfondo”: sono specchi caricaturali del sistema educativo, ognuno con una filosofia diversa su come insegnare — da Crowley che scarica la responsabilità sui ragazzi, a Vargas che confonde educazione con disciplina da palestra, passando per Crewel che mima la perfezione estetica come se fosse un requisito magico. Funzionano da contrappeso umoristico al dramma degli studenti, ma servono anche a ricordare che, nel mondo di Twisted-Wonderland, la linea tra saggezza e follia è sottile… e spesso mascherata da fiducia in sé stessi.
Heartslabyul e il dominio delle regole
La prima stagione si concentra quasi interamente sul dormitorio Heartslabyul, ispirato all’universo di Alice nel Paese delle Meraviglie. Qui il concetto di regola viene elevato a dogma assoluto. Ogni comportamento è codificato, ogni infrazione punita senza appello.
A capo del dormitorio c’è Riddle Rosehearts, personaggio che incarna alla perfezione il tema centrale della stagione: l’ossessione per l’ordine come maschera del trauma. Riddle non è un villain monodimensionale. È un giovane brillante, schiacciato dalle aspettative, che ha interiorizzato la disciplina fino a trasformarla in violenza.
La serie ha il merito di non limitarne il ruolo a quello di antagonista. Scava nel suo passato, ne mostra le fragilità e costruisce un arco narrativo che parla di educazione repressiva, perfezionismo tossico e incapacità di gestire le emozioni. È qui che Twisted-Wonderland mostra il suo lato più maturo.
Gli altri studenti di Night Raven College: caratteri e maschere
Se Riddle Rosehearts rappresenta il cuore drammatico della prima stagione, Twisted-Wonderland dimostra subito di non voler costruire un mondo popolato da comparse. Intorno a lui si muove una galleria di studenti che, pur appartenendo allo stesso dormitorio o comparendo solo marginalmente, iniziano fin da subito a delineare le molte anime di Night Raven College. Personaggi che sembrano archetipi, ma che l’anime si diverte progressivamente a incrinare.
Deuce Spade è forse il più immediatamente empatico. Ex teppista, impulsivo, goffo nei tentativi di comportarsi “da studente modello”, Deuce è la dimostrazione vivente che la redenzione non è mai elegante. Il suo percorso non è fatto di grandi rivelazioni, ma di piccoli sforzi quotidiani: trattenere un pugno, rispettare una regola, scegliere di non reagire d’istinto. È un personaggio che sbaglia spesso, ma proprio per questo risulta autentico. In un contesto dominato dall’ossessione per la perfezione, Deuce rappresenta la fatica concreta del cambiamento.
Accanto a lui troviamo Ace Trappola, il provocatore per eccellenza. Ironico, insofferente all’autorità e sempre pronto a infrangere le regole di Heartslabyul, Ace incarna la ribellione adolescenziale pura, quella che non nasce da un trauma profondo ma da una naturale avversione per l’ingiustizia percepita. È spesso lui a fare da detonatore narrativo, mettendo in luce l’assurdità del sistema di Riddle e costringendo gli altri a reagire.
Di segno completamente diverso è Cater Diamond, personaggio che introduce uno dei temi più moderni della serie: la costruzione dell’identità attraverso l’immagine. Cater è solare, socievole, ossessionato dai social e dal mostrarsi sempre sorridente. Ma dietro questa facciata c’è una strategia di sopravvivenza emotiva: Cater evita il conflitto, si adatta a tutto, pur di non essere escluso. È il personaggio che più di tutti suggerisce quanto, a Night Raven College, la performance sociale sia importante quanto la magia.
La prima stagione, pur restando focalizzata su Heartslabyul, lascia intravedere anche altri dormitori, introducendo figure destinate a diventare centrali nelle stagioni successive. Tra queste spicca Leona Kingscholar, studente di Savanaclaw e presenza magnetica già al primo apparire. Leona è l’antitesi di Riddle: pigro, cinico, disilluso, apparentemente disinteressato a ogni forma di ambizione. Ma questa apatia è solo la superficie di un personaggio profondamente frustrato, consapevole del proprio talento e al tempo stesso convinto che il sistema non gli permetterà mai di brillare davvero.
Leona introduce un altro tema chiave di Twisted-Wonderland: il fallimento del merito. Se Riddle è il prodotto di un’educazione che esige l’eccellenza, Leona è il risultato di un mondo che l’eccellenza la riconosce solo quando conviene. La sua presenza, ancora marginale nella prima stagione, è sufficiente però a suggerire che i conflitti futuri non saranno meno complessi di quelli visti a Heartslabyul.
Nel complesso, questi studenti non sono semplici pedine funzionali alla trama. Ognuno rappresenta una risposta diversa alla pressione del sistema: obbedienza, ribellione, adattamento, rinuncia. Twisted-Wonderland costruisce così un microcosmo scolastico credibile, dove il vero scontro non è tra buoni e cattivi, ma tra modi diversi di sopravvivere in un ambiente che chiede sempre troppo.
Quando l’educazione tossica crea piccoli manager del controllo
Nel caso di Riddle Rosehearts, il capodormitorio di Heartslabyul, Twisted-Wonderland compie una scelta narrativa sorprendentemente lucida: spiega il mostro senza assolverlo. Al centro della sua deriva autoritaria non c’è un destino oscuro né una predisposizione naturale alla crudeltà, ma una figura genitoriale chiaramente tossica: sua madre. Una presenza che, pur rimanendo fuori campo per gran parte della serie, incombe su Riddle come una legge non scritta, più potente di qualunque incantesimo.
La madre di Riddle è l’incarnazione dell’educazione iper-performativa: studio ossessivo, obbedienza assoluta, zero spazio per l’errore, zero spazio per l’emotività. Ogni comportamento è valutato in termini di risultato, ogni deviazione viene corretta con la colpa. Non si tratta di semplice severità, ma di controllo totale, esercitato in nome di un’idea astratta di successo. Il messaggio è chiaro: sei accettabile solo se eccelli.
Riddle interiorizza questo modello e lo replica su scala più ampia. A Heartslabyul non governa come un leader, ma come un manager aziendale travestito da capodormitorio: KPI emotivi, procedure rigidissime, punizioni automatiche per chi non rispetta il protocollo. Le regole diventano il suo linguaggio affettivo, l’unico che conosce. Non chiede fedeltà, pretende conformità.
La cosa più inquietante è che Riddle non si percepisce come un tiranno. È convinto di fare “la cosa giusta”, esattamente come sua madre era convinta di educarlo per il suo bene. È il classico caso in cui la violenza non viene trasmessa come aggressione, ma come cura. Ed è qui che Twisted-Wonderland colpisce duro: mostra come un’educazione tossica possa produrre individui funzionali, brillanti, impeccabili… e profondamente disfunzionali sul piano umano.
In questo senso, Riddle non è semplicemente un cattivo temporaneo, ma il prodotto perfetto di un sistema che premia l’obbedienza cieca e punisce l’imperfezione. Più che un antagonista, è uno specchio deformante del mondo adulto: quello dei manager che parlano di regole e risultati mentre intorno tutto si incrina. E quando finalmente il suo controllo crolla, non è una sconfitta spettacolare: è un collasso emotivo. Perché senza regole, Riddle non sa chi è.
Dylla Spade: una madre presente e luminosa
Se la madre di Riddle Rosehearts è una figura ingombrante, totalizzante e opprimente, Dylla Spade, madre di Deuce, rappresenta l’esatto opposto: una presenza discreta ma concreta, affettuosa ma non invadente, capace di orientare senza schiacciare. Nella prima stagione di Twisted-Wonderland la vediamo solo parzialmente, spesso in penombra, senza mai un’inquadratura pienamente rivelatrice del volto. Eppure Dylla non è un fantasma narrativo: è una figura viva, riconoscibile, e soprattutto determinante.
Anche se la serie sceglie di non mostrarla ancora apertamente, Dylla viene descritta e percepita come una donna bellissima, non solo nell’aspetto ma nell’atteggiamento. La sua bellezza non è ostentata né idealizzata: è quella naturale di chi emana calore, di chi sa guardare il figlio senza ridurlo ai suoi errori.
Una donna che, da quel poco che sappiamo, ha avuto una vita non facile, con un figlio problematico che le causava grandi dispiaceri e che per esorcizzare questo malessere, telefonava spesso alla madre raccontandole in lacrime ciò che stava passando. Quando Deuce si accorge per caso della tristezza di di Dylla, ecco che avviene il trauma, ma al contempo la trasformazione spirituale: rinnegherà il suo passato da delinquente, cercando di essere un ragazzo modello, affinché la sua mamma possa essere felice e orgogliosa di lui.
In antitesi con Riddle, che obbedisce a una genitrice interiorizzata come legge assoluta, Deuce risponde a una madre reale, presente, che esiste fuori dal mito e dal controllo. Dylla non governa, non gestisce, non misura. Ama. E questo amore diventa per Deuce un punto di riferimento morale più forte di qualsiasi regola imposta dall’alto. Il suo percorso non è lineare, né privo di ricadute, ma è autentico: Deuce non cambia per paura, cambia per riconoscenza.
Attraverso Dylla Spade, Twisted-Wonderland suggerisce una verità semplice ma potentissima: l’educazione non è un sistema di punizioni e obiettivi, ma una relazione. Dove la madre di Riddle crea un leader rigido, incapace di gestire il fallimento, Dylla contribuisce a formare un ragazzo imperfetto ma empatico, che sbaglia, si rialza e continua a provarci. È una differenza sottile, ma decisiva. Ed è uno dei motivi per cui la serie, sotto la superficie fantastica, riesce a parlare di cose molto più reali di quanto sembri.
I Great Seven: i cattivi Disney come archetipi morali
I Great Seven rappresentano il cuore simbolico dell’intero progetto. Ispirati ai grandi antagonisti Disney – dalla Regina di Cuori a Malefica, passando per Ade e Jafar – non sono semplici omaggi nostalgici, ma archetipi narrativi. Ognuno incarna una forma diversa di abuso del potere, di egocentrismo o di paura.
La serie suggerisce, senza mai dirlo apertamente, che il vero problema non sia l’essere “cattivi”, ma l’incapacità di evolversi. I dormitori diventano così laboratori emotivi, dove gli studenti rischiano di replicare gli errori dei loro modelli.
Grim: mascotte, caos incarnato e specchio dell’ego dei “cattivi”
In un mondo dominato da gerarchie, regole ossessive e identità costruite sul potere, Grim entra in scena come una variabile impazzita. Apparentemente è la classica mascotte rumorosa e arrogante, quella che urla, mangia troppo e si crede più importante di quanto sia. Il classico animaletto dei majocco come Kerochan in Card Captor Sakura o Posi e Nega ne L’incantevole Creamy. Ma Twisted-Wonderland è troppo furbo per fermarsi a questo livello. Grim è molto di più: è il caos che il sistema cerca di reprimere, ed è anche il riflesso più sincero dell’ego che anima molti degli studenti.
Grim desidera essere riconosciuto come potente, temuto, rispettato. Vuole diventare un “grande mago”, sogna fama e autorità, e reagisce con rabbia quando viene ridimensionato. In questo senso, Grim è sorprendentemente simile ai capodormitorio e ai personaggi più autoritari della serie: la differenza è che lui non ha filtri, non possiede l’educazione o l’autocontrollo necessari a mascherare l’ambizione con la disciplina. Dice ad alta voce ciò che gli altri pensano in silenzio.
Il suo rapporto con Yūken Enma è centrale. Grim è dipendente da lui, ma non lo ammetterebbe mai. Lo provoca, lo insulta, lo mette costantemente in difficoltà, eppure è proprio attraverso questa relazione sbilanciata che emerge una forma di affetto rozza ma autentica. Grim non chiede perfezione, non pretende risultati: chiede attenzione, riconoscimento, presenza. Tutto ciò che manca ai personaggi cresciuti sotto il peso di aspettative disumane.
Narrativamente, Grim svolge anche una funzione più sottile: sdrammatizza senza banalizzare. Nei momenti più tesi dell’arco di Heartslabyul, è spesso lui a rompere la solennità eccessiva del contesto, ricordando allo spettatore che siamo pur sempre in una scuola, popolata da ragazzi emotivamente immaturi. Ma questa leggerezza non è mai fine a sé stessa. Grim è un promemoria costante del fatto che reprimere impulsi e desideri non li elimina: li rende solo più pericolosi.
Non è un caso che Grim sia attratto dalla magia più instabile, più “scorretta”. Come i grandi villain che ispirano i dormitori, anche lui è affascinato dal potere in quanto tale, non dalla responsabilità che comporta. In questo senso, Grim è una sorta di villain in miniatura, una caricatura che anticipa e riflette le derive degli altri personaggi. Fa ridere, certo. Ma fa anche un po’ paura. Ed è proprio questo equilibrio a renderlo uno dei personaggi più riusciti della prima stagione.
Un mondo quasi senza donne: assenza voluta, non dimenticanza
Uno degli aspetti che colpisce maggiormente Twisted-Wonderland, soprattutto a uno sguardo occidentale, è la quasi totale assenza di personaggi femminili. Night Raven College è una scuola maschile, i dormitori sono abitati esclusivamente da studenti uomini, e le figure femminili restano confinate al mito, al passato, alle mamme degli studenti o all’astrazione simbolica. Una scelta che potrebbe apparire anacronistica o quantomeno sospetta, se non fosse in realtà perfettamente coerente con la natura del progetto.
Twisted-Wonderland nasce infatti come videogioco mobile pensato per un pubblico prevalentemente femminile, in particolare per chi ama i character-driven stories, i rapporti di rivalità, amicizia e tensione emotiva tra personaggi maschili. È una tradizione ben radicata nella cultura pop giapponese: dagli shōjo agli otome game, passando per una lunga linea di opere che mettono al centro dinamiche maschili non per escludere il femminile, ma per offrire uno spazio di osservazione e proiezione allo spettatore/giocatore.
In questo senso, l’assenza delle donne non è una rimozione, bensì una sottrazione funzionale. Le figure femminili – come quelle dei Great Seven, spesso ispirate a villain donne iconiche – diventano archetipi, presenze ingombranti che agiscono come ombre lunghe sulle vite degli studenti. Sono madri oppressive, regine irraggiungibili, streghe del controllo e dell’ossessione. Non abitano la scena perché dominano il passato, e il loro potere è già stato interiorizzato.
C’è poi una lettura più sottile, quasi maliziosa: Twisted-Wonderland è un mondo in cui i ragazzi imitano modelli di potere distorti, senza il contrappeso di uno sguardo altro che li costringa a rimettersi in discussione. È una mascolinità chiusa in se stessa, competitiva, performativa, che implode regolarmente sotto il peso delle aspettative. In questo senso, l’assenza femminile diventa parte del problema narrativo, non una sua dimenticanza.
Che piaccia o no, è una scelta consapevole, figlia di un preciso target e di una precisa tradizione narrativa. E proprio per questo, nel bene e nel male, Twisted-Wonderland non può essere accusato di ingenuità: sa benissimo cosa sta facendo, e a chi sta parlando.
Disney e manga: un matrimonio storicamente complicato
Arrivati a questo punto, è impossibile non affrontare il grande elefante nella stanza: il rapporto tra Disney e cultura manga/anime. In passato, questo connubio ha prodotto risultati quantomeno discutibili. Basti pensare a Kingdom Hearts, ambiziosa saga videoludica nata dall’incontro tra Disney e Square Enix, in cui personaggi originali dal character design tipicamente giapponese convivono con Topolino, Paperino e i grandi mondi dei classici animati. Un progetto amatissimo da una parte del pubblico, ma spesso criticato per una narrazione iper-stratificata, carica di pathos “da manga”, fatta di destini incrociati, identità spezzate, versioni alternative degli stessi personaggi e un tono che oscilla continuamente tra fiaba e dramma cosmico.
Twisted-Wonderland, però, sembra aver imparato dagli errori di quel precedente ingombrante. Non tenta di fondere tutto indiscriminatamente, né di usare l’immaginario Disney come semplice parco giochi nostalgico. Al contrario, sceglie una direzione precisa e coerente: utilizza il linguaggio anime per raccontare una storia che, paradossalmente, risulta più fedele allo spirito Disney di quanto sembri, perché mette al centro emozioni, crescita personale e responsabilità, invece di perdersi in una mitologia autoreferenziale.
La prima stagione di Disney Twisted-Wonderland è dunque un inizio convincente, elegante e sorprendentemente adulto. Non è priva di difetti, ma dimostra che il dialogo tra Disney e anime può funzionare, se affrontato con misura e intelligenza. Resta da vedere se la serie saprà mantenere questa coerenza nel lungo periodo. Per ora, chi scrive resta cautamente ottimista, pronto – se necessario – a ricredersi.
Un anime Disney per il dopo feste?
Arrivati alla fine della prima stagione, la domanda sorge spontanea e oggi, a Capodanno, è persino lecita: Twisted-Wonderland è una serie adatta a essere guardata in questo clima post-natalizio, magari alternandola ai classici film Disney che RAI continua a riproporre puntualmente durante le feste? La risposta, sorprendentemente, è sì. Ma con una precisazione fondamentale.
Twisted-Wonderland non è il comfort movie zuccheroso da divano, plaid e sonnellino pomeridiano. Non è Cenerentola, non è La Bella e la Bestia, e non vuole esserlo. È piuttosto il rovescio della medaglia festiva: lo stesso immaginario Disney, ma osservato dalla parte dei cattivi, dei repressi, dei frustrati, di quelli che nei film classici arrivano solo alla fine… per perdere. In questo senso, guardarlo durante le feste funziona proprio perché dialoga in modo ironico e quasi polemico con i titoli più tradizionali.
Mentre in TV scorrono principesse, redenzioni lampo e finali rassicuranti, Twisted-Wonderland si prende il lusso di dire che crescere è complicato, che l’autorità spesso sbaglia, che i traumi non si risolvono con una canzone e che diventare “perbene” richiede tempo, tentativi e qualche fallimento. È un universo Disney che non consola: riflette. Ed è forse per questo che, nel clima sospeso del dopo feste — quando il Natale è passato, il panettone è ancora lì e l’anno nuovo non è ancora iniziato davvero — la serie trova il suo momento ideale.
Guardarla a Capodanno significa anche coglierne il sottotesto più sottile: Twisted-Wonderland parla di ragazzi costretti a fare i conti con modelli sbagliati, con aspettative irrealistiche e con l’ansia di “dover essere qualcuno”. Temi che, diciamolo, risuonano parecchio proprio quando si fanno bilanci e buoni propositi. Non promette cambiamenti miracolosi, ma suggerisce una cosa molto più onesta: si può iniziare a cambiare, anche senza magia.
In definitiva, sì: Twisted-Wonderland è una buona compagnia per questo periodo dell’anno, soprattutto se visto in contrasto con i grandi classici Disney delle feste. Non li sostituisce, li completa. E se in passato il matrimonio tra Disney e manga ha prodotto risultati “quantomeno discutibili”cringe”, questa serie dimostra che forse — con le giuste cautele — si può brindare a un’eccezione riuscita. Almeno per ora.
