Curiosità

Manfredonia 1620: l’inganno perfetto

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Ingannarono la città per giorni fingendosi veneziani. Studiarono le fortificazioni e alimentarono una falsa notizia. All’alba del 16 agosto, al posto della flotta amica, davanti a Manfredonia comparvero decine di galee ottomane. Cominciava così uno dei più devastanti e ingegnosi saccheggi nella storia del Mezzogiorno.

Per alcuni giorni, nell’agosto del 1620, a Manfredonia nessuno pensò di dover temere quegli uomini arrivati dal mare. Dicevano di essere veneziani, alleati fidati. Si muovevano liberamente per le strade, chiacchieravano con i residenti, compravano viveri e merci, visitavano le chiese. Alcuni erano persino saliti sulla carrozza del console veneto, attraversando il centro storico come ospiti d’onore. In realtà, stavano prendendo le misure alla loro prossima preda.

Questa incredibile storia di spionaggio e guerra psicologica è giunta fino a noi grazie alla Relazione della presa di Manfredonia de’ Turchi, scritta da Antonio Nicastro, un gentiluomo locale che assistette ai fatti. Il suo manoscritto, conservato nell’Archivio della Curia provinciale dei Cappuccini di Foggia, è una cronaca densa di dettagli. Incrociata con altre relazioni dell’epoca, svela un’operazione militare modernissima, dove l’inganno e l’intelligence valsero più dei cannoni.

Gli infiltrati “alla franzese”

Tutto comincia il 10 agosto 1620, sei giorni prima del disastro. Nel porto di Manfredonia attraccano due galee. Nicastro nota che assomigliano solo vagamente a quelle della Serenissima. Da una lancia scendono a terra quattro giovani, guidati da un capitano e alcuni soldati. Il loro abbigliamento è studiato nei minimi particolari per non destare sospetti, ma l’occhio di Nicastro ne coglie la stranezza:
«Smontarono in terra quattro giovanetti di prima barba, con gibbone alla franzese, li calzoni ritirati alle ginocchie, con calzette di seta e con un cioffo di capelli, in mezzo alla testa rasi».

Mentre due di loro si dirigono al castello, gli altri entrano nella cattedrale per ascoltare la messa. È qui che Nicastro li aggancia. Insospettito dalla prudenza delle navi, rimaste al largo, il gentiluomo chiede perché non si avvicinino alla costa. La risposta del portavoce è laconica, quasi proverbiale: «Perché non pratici» (non conosciamo queste acque). La messinscena è perfetta. I finti veneziani citano vecchi amici del posto, mostrano familiarità con la geografia locale e dissipano ogni diffidenza.

Una passeggiata di intelligence

Il giorno dopo, la trappola scatta sul piano psicologico. Le galee si avvicinano con il pretesto di “misurare i fondali”. I quattro giovani, stavolta a bordo della carrozza del console veneziano Cesare Capuano, girano per ore tra piazze e vicoli. Quella che ai locali sembra una visita di cortesia è una spietata ricognizione: gli infiltrati annotano la posizione delle porte, lo spessore delle mura, i punti deboli del castello. Nel frattempo, i marinai scendono a terra a vendere mercanzie e comprare provviste, pagando in monete d’argento spagnole. Tutto grida normalità. Ma la difesa della città è ormai violata dall’interno.

L’11 agosto le navi salpano verso Vieste, ma prima di andare lasciano cadere un’esca micidiale: una colossale flotta veneziana di 55 galee è nel golfo e arriverà a Manfredonia domenica 16 agosto per una grande festa. La fake news ottiene l’effetto sperato: condiziona la psicologia di una popolazione intera. Se vedi apparire delle navi all’orizzonte, penserai a ciò che ti aspetti di vedere.

I falsi alleati

Domenica 16 agosto, le prime luci del giorno illuminano il mare di Manfredonia. All’orizzonte spuntano le vele. Nicastro scrive: «All’alba comparvero sopra il nostro mare 55 galere a vele spiegate, l’una dopo l’altra». Il numero coincide perfettamente. È la flotta amica.
L’entusiasmo è alle stelle. I cittadini si riversano fuori dalle mura, attraverso la Porta delle Palme, per festeggiare. Perfino il governatore Don Antonio Perez e il castellano Don Fernando de Velasco salgono sulle torri a godersi lo spettacolo con i cannocchiali. Dopotutto, un’armata nemica di quelle dimensioni sarebbe stata avvistata molto prima lungo la costa adriatica. O no?
Eppure, le navi non puntano al porto. Virano bruscamente verso Chianca Masiello, una cala naturale a quattro miglia a nord, protetta alla vista dalle difese del castello. I movimenti sono strani, convulsi. Il dubbio si insinua tra i comandanti. Viene inviata una pattuglia a cavallo per controllare. Dopo un’ora di angosciosa attesa, un cavaliere ritorna al galoppo, il volto pallido. Non sono veneziani. Sono ottomani.

Tre giorni d’inferno

La sorpresa è totale, il panico assoluto. Manfredonia si scopre nuda. Nicastro fotografa il dramma in una riga: è una città «sprovvista di munitione, genti et armi, senza guida e capo».
I corsari (le cronache parlano di una forza d’urto tra i 5.000 e i 6.000 uomini) sbarcano rapidamente e aggirano le difese da nord. In poche ore superano le mura. Comincia un sacco spietato: le case vengono depredate e incendiate, le chiese profanate. L’unica salvezza è il castello, dove si asserragliano i soldati e i civili superstiti. La fortezza resiste eroicamente per due giorni sotto il fuoco nemico, ma senza rifornimenti e munizioni la resa è inevitabile. Il 18 agosto anche l’ultimo bastione capitola.

Il 19 agosto la flotta ottomana riprende il largo, scomparendo all’orizzonte così com’era arrivata. Si lascia alle spalle una città spettrale, ridotta in cenere e svuotata dei suoi abitanti, molti dei quali rapiti per essere venduti come schiavi. Manfredonia impiegherà decenni a riprendersi da quella ferita, inflitta non solo dal ferro delle scimitarte, ma anche dalla sottile arte dell’inganno.

Cosa resta del disastro

Se la Relazione di Nicastro ci ha tramandato le emozioni e la cronaca di quei giorni, l’archeologia moderna ha iniziato a restituirci gli oggetti fisici di quel drammatico scontro. Per secoli le tracce del sacco sono rimaste sepolte sotto la ricostruzione barocca della città, ma recenti scavi urbani hanno letteralmente “bucato” il buio del tempo.
La conferma più sorprendente del passaggio dei soldati ottomani è emersa durante i lavori di scavo a Palazzo San Domenico, l’attuale sede del Municipio di Manfredonia.

Sotto i pavimenti del pianterreno sono riaffiorati strati di cenere e macerie riconducibili agli incendi del 1620, ma soprattutto un piccolo tesoro di vita quotidiana: un lotto di pipe in terracotta di manifattura tipicamente ottomana. Questi piccoli oggetti, persi o abbandonati dai soldati turchi durante i tre giorni di occupazione e bivacco in città, rappresentano una “firma” archeologica indiscutibile dell’invasione.
Anche l’architettura militare parla. Visitando oggi il Museo Archeologico Nazionale e Castello di Manfredonia, si possono notare i segni della pesantissima ristrutturazione che la fortezza subì negli anni successivi al disastro.

I restauri e gli scavi sulle cortine murarie hanno evidenziato come le cannonate ottomane avessero letteralmente sbriciolato le vecchie difese medievali, costringendo gli ingegneri del viceré spagnolo a ripensare totalmente la struttura, che da quel momento perse per sempre la sua funzione difensiva originaria per trasformarsi in magazzino e caserma. I segni di quell’alba di fuoco, insomma, non sono solo inchiostro sbiadito, ma pietre e argilla che si possono ancora toccare.

Chi c’era dietro lo sbarco?

A guidare la flotta ottomana quel fatidico 16 agosto non era un corsaro qualunque, ma Ali Pasha, l’ammiraglio supremo della flotta del Sultano (il Kapudan Pasha). L’attacco a Manfredonia non fu un raid isolato di primi pirati, ma un’azione strategica nel contesto delle forti tensioni geopolitiche tra l’Impero Ottomano, la Spagna (che dominava il Regno di Napoli) e la Repubblica di Venezia. Quest’ultima, pur essendo del tutto estranea all’attacco, si trovò in un gravissimo imbarazzo diplomatico per l’uso strategico che i turchi fecero del suo nome, delle sue divise e delle sue insegne nel Golfo adriatico.