
Manfredonia Ricordi: Nonna Siponta e Nonno Michele
Siponta e Michele erano due genitori onesti e buoni. Avevano molti figli ma, per sfamarli, erano spesso costretti a rivolgersi alla “carità” di don Felice e di qualche altro “pio” cristiano.
Molte volte mamma Siponta restava digiuna pur di nutrire i propri figli. Quando padre Michele se ne accorgeva, la rimproverava: «Cara Sipontina mia», le diceva, «tutto ciò che fai è inutile, perché i nostri figli, una volta grandi, non si ricorderanno dei sacrifici che abbiamo fatto per loro». Nonostante le parole del marito, mamma Siponta continuava a sacrificarsi e rispondeva: «Ora sono piccoli ed è nostro dovere crescerli e nutrirli; in futuro, saranno loro a pensare a noi».
Il tempo passò e mamma Siponta divenne nonna, ma nessuno dei figli si ricordò di lei o del marito. L’egoismo si era impossessato dei loro cuori, mentre i due vecchi restavano saldi nella propria dignità.
Quando nonno Michele giunse al lumicino dei suoi giorni, chiamò a sé la moglie e le chiese di promettergli che avrebbe rispettato la sua volontà. Prendendole la mano, le parlò così: «Sipontina mia, diletta sposa, giurami che farai ciò che ti dico. Dopo la mia morte, chiama la comare e dille che ti ho lasciato un tesoro».
Scomparso il vecchio, nonna Siponta chiamò la comare e le riferì del tesoro. La donna, che si curava più degli affari altrui che dei propri, corse subito ad avvisare i figli che il defunto padre aveva lasciato una fortuna.
Non appena i figli furono informati, fecero a gara per invitare la madre a casa propria. Le riservavano ogni premura e rispetto, facendole mangiare “ogni ben di Dio”. Tra loro era iniziata una vera e propria competizione di generosità. Ogni sera nonna Siponta rientrava nella sua umile casetta e, mentre i figli origliavano dietro la porta, lei faceva finta di “contare i soldi”.
Nonna Siponta trascorse così, serenamente, il resto della sua vita. Quando Dio la chiamò a sé, i figli, dopo averla accompagnata al cimitero, si affrettarono a cercare l’eredità. Ma, per quanto rovistassero, del tesoro non c’era traccia. Trovarono, infine, solo una cassettina con dentro due soldini, una piastrina di ferro sulla quale la nonna “batteva” le monete per farne sentire il rumore e un biglietto su cui era scritto: «Grazie!»
Così quei figli rimasero beffati, con gli occhi sbarrati e le mani vuote.
“Ogni riferimento a persone, nomi o cose è puramente casuale”
Da Storielle di Manfredonia di Papicchje, Papòcchje e Pagghjalònghe di Giuseppe Antonio Gentile
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