Manfredonia Ricordi ed una storia da brividi: “Oltre il muro del Cimitero di Manfredonia”

Manfredonia Ricordi ed una storia da brividi: “Oltre il muro del Cimitero di Manfredonia”
Ci sono storie che vivono della polvere dei ricordi, del buio fitto delle notti di provincia e di quel sottile brivido che solo la giovinezza sa cercare. È un episodio autentico, accaduto più di quarant’anni fa nel cuore del cimitero di Manfredonia, ma che ancora oggi, quando viene rievocato tra vecchi amici, riesce a far gelare il sangue anche ai più scettici.
La sfida, il cimitero di Manfredonia e la cripta di San Domenico
Era una notte senza luna. Cinque amici, uniti dal legame della comitiva e da quella tipica sconsideratezza spensierata dei vent’anni, decisero di mettersi alla prova con una vera e propria sfida di coraggio. Erano dei ragazzi agnostici e scettici, lontani da ogni superstizione o credenza. Quella prova fu affrontata sempre con il massimo rispetto per la sacralità del luogo e per i defunti, nessun intento vandalico o voglia di spaccare, a differenza di quanto si vede accadere fin troppo spesso oggi.
Per entrare, non servì forzare alcun cancello, bastò raggiungere uno dei punti in cui la recinzione perimetrale offriva un muro più basso, facile da superare nel silenzio della notte. L’obiettivo era la storica tomba di San Domenico. Varcato il perimetro, l’accesso ai piani inferiori si trovava subito sulla destra, una scala che sprofondava in una cripta sotterranea, antica e colma di sepolture molto datate.
L’ambiente non era immerso nel buio totale, trattandosi di un luogo sacro vecchio e dimenticato, la penombra spettrale era appena rischiarata dalla luce fioca di qualche lampada votiva e di qualche lumino tremolante. La struttura custodiva una particolarità inquietante, una volta scesi giù, la sfida consisteva proprio nel percorrere il corridoio sotterraneo a pianta quadrata, muovendosi in senso orario per completare l’intero giro e ritornare al punto di partenza per risalire.
Il silenzio, la torcia e quel rumore inatteso
All’inizio si era partiti carichi di spavalderia ma, una volta messi piede in quel contesto così carico di storia e di ombre, in quel preciso istante si scoprì che erano tutti un po’ fifoni, nessuno escluso. Con il cuore in gola e armati di una sola piccola torcia per farsi luce tra i chiaroscuri, i cinque iniziarono la discesa in fila indiana.
Il silenzio tutt’intorno era assoluto, rotto solo dal calpestio sordo e dal respiro pesante della tensione.
Poi, improvvisamente, accadde l’inatteso.
Mentre avanzavano per imboccare l’angolo successivo del corridoio circolare, il silenzio fu squarciato da un rumore secco e agghiacciante, il suono inconfondibile di una lastra di marmo che strisciava pesantemente a terra, proprio come se qualcuno la stesse spostando o trascinando con forza. In fondo sarebbe bastato un attimo, fare un solo passo e svoltare a destra per vedere cosa stesse accadendo, aiutati da quei pochi lumini.
La fuga e il segno indelebile
Invece no. In una frazione di secondo prevalse l’istinto, nessuno osò sporgersi. Travolti da un terrore improvviso, i cinque amici scapparono via all’unisono, urlando e dandosi a una precipitosa fuga a ritroso verso l’uscita, scavalcando di nuovo quel muro con la sensazione di avere qualcuno alle calcagna.
Quella lezione bastò per tutta la vita e nessuno rimise mai più piede in quel sotterraneo.
Oggi quel luogo ha cambiato volto, complice un importante intervento di restauro, la configurazione è totalmente diversa, l’ingresso si trova sul lato opposto e l’area è completamente illuminata, cancellando del tutto l’atmosfera di un tempo.
Eppure, a distanza di decenni, basta un accenno tra una risata e l’altra per far fermare il respiro. Negli occhi di quei vecchi compagni di avventura, per un solo istante, torna a brillare l’ombra di quella notte lontana.
Una notte che ha lasciato un segno indelebile nel tempo, a dimostrazione che certi misteri, anche quando il paesaggio attorno cambia, non si chiudono mai davvero.
Foto creata con AI


