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Manfredonia, Riccardi: nuovo pungente attacco. “Il Regno abituato ai proclami, pochi fatti”

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Manfredonia, Riccardi: nuovo pungente attacco. “Il Regno abituato ai proclami, pochi fatti”

Quando il Barbagianni divenne Re, il Regno si era abituato ai suoi proclami: cielo più azzurro, porto più pulito, feste più luminose.

Col tempo, però, gli abitanti cominciarono a guardare meno le padelle e più ciò che accadeva davvero.

Arrivarono i Forzieri Promessi: scrigni pieni di monete destinate ai luoghi più feriti del Regno, al Borgo degli Invisibili che vivevano ai margini. I forzieri, però, presero altre strade, finirono in mille rivoli, si dissolsero in “spostamenti”, “rimodulazioni”, “altri obiettivi strategici”.

Nel Borgo, il fango rimase fango, le baracche rimasero baracche.

Nel Castello, invece, le luci dei festival non si spensero mai.

Intanto il Barbagianni aveva scoperto un’arte che gli riusciva benissimo: raccontare la sofferenza del Regno.

Ogni occasione era buona per ricordare che il Regno era ferito, che il Male Oscuro non era mai andato in vacanza, che lui governava tra rovine e macerie ereditate.

Le parole si ripetevano come un rosario: comunità spezzata, città ferita, ricostruzione difficile.

Più il tempo passava, più le frasi suonavano consumate.

Nel frattempo, sulle piazze e vicino alla Rocca sul mare, le risse tornavano una dopo l’altra.

Non era la prima volta, né la seconda. Erano sempre negli stessi punti, con gli stessi ingredienti: buio, abbandono, assenza di presidio, luoghi lasciati in mano a chi se ne serviva per tutt’altro che per la semplice “movida”.

Il Regno reagiva sempre allo stesso modo: mai con un piano, sempre con un racconto.

Per coprire il rumore dei fatti, iniziò la stagione delle grandi narrazioni sulla Giustizia.

Arrivarono rassegne, incontri, palchi, locandine variopinte: si parlava di legalità, memoria, riscatto.

I conti del Regno erano abbastanza robusti per pagare cachet, service audio, cartelloni estivi senza identità.

Non abbastanza, però, per lasciare un segno visibile nei luoghi che si diceva di voler cambiare.

Il Barbagianni compariva ovunque: nelle sale, sui manifesti, persino nelle tele magiche che portavano immagini lontano, oltre il mare.

Raccontava di quanto fosse difficile governare un Regno segnato da delitti, commissariamenti e antiche vergogne.

Sorvolava, con la stessa naturalezza, su ciò che lui stesso non faceva, su ciò che avrebbe potuto fare e non aveva nemmeno provato a tentare.

Il Regno, intanto, cambiava a sua insaputa.

I cittadini avevano imparato a confrontare le parole con i fatti:

i forzieri mai arrivati dove erano stati promessi,

le emergenze invocate per giustificare ogni rinuncia,

le notti demonizzate invece che governate,

le risorse usate per raccontare la legalità più che per praticarla.

Il Barbagianni continuava a sorvolare il porto con aria grave, convinto che bastasse indicare il buio per sembrarne il custode.

Non si accorgeva che, a forza di ripetere la storia di un Regno malato, stava trasformando i suoi abitanti in comparse di un racconto eterno, dove tutto resta sempre ferito, tutto sempre provvisorio, tutto sempre “ereditato” da altri.

Fu in quel silenzio, tra un festival e un’intervista, che molti capirono una cosa semplice:

il problema non era più il Barbagianni capitato per caso sul trono,

ma il Barbagianni che, dopo tanto tempo, continuava a comportarsi come se fosse appena arrivato.

Il Re che ripete la diagnosi all’infinito, ma non inizia mai la cura, non governa un Regno: lo tiene fermo.

E, prima o poi, anche nel regno dei barbagianni, fermo diventa sinonimo di colpevole.

Palombella Rossa

Angelo Riccardi

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