Cronaca Italia

Liliana Resinovich, svolta sull’impronta trovata sul sacco nero

Nuovi esami nel caso Resinovich rivelano che l’impronta sul sacco nero proviene dai jeans della vittima. Ecco cosa è stato escluso.

[esi adrotate group="1" cache="public" ttl="0"]

Svolta nelle indagini sulla morte di Liliana Resinovich. L’impronta rinvenuta sul sacco nero che avvolgeva il corpo non sarebbe stata lasciata da un guanto, come inizialmente ipotizzato, ma dal tessuto dei jeans grigi che la donna indossava al momento del ritrovamento. Il risultato arriva dagli accertamenti disposti dalla Procura e affidati al Gabinetto interregionale della Polizia scientifica di Padova, che ha condotto una serie di test comparativi su indicazione del gip. Gli esperti hanno confrontato la trama dell’impronta con quella dei guanti usati durante i rilievi e con un guanto sinistro trovato vicino al cadavere. Esito: nessuna corrispondenza. Al contrario, è stata riscontrata compatibilità con il tessuto dei pantaloni grigi della vittima.

Liliana Resinovich: cosa dicono gli esami scientifici

Per confermare l’ipotesi riguardo alla precitata compatibilità, è stato effettuato un esperimento con i jeans originali di Liliana e tre sacchi dell’immondizia simili a quelli presenti sulla scena. I materiali sono stati esposti a condizioni simili a quelle del ritrovamento — umidità, congelamento e scongelamento — ottenendo impronte praticamente identiche a quella analizzata. Secondo gli investigatori, la posizione rannicchiata del corpo e il modo in cui i sacchi erano stati “rimboccati” avrebbero favorito la formazione di queste tracce. Un elemento che ridimensiona l’impronta, in passato considerata uno dei pochi possibili indizi della presenza di terzi. A settembre sono attese nuove indagini genetiche e dattiloscopiche. Nel frattempo, le verifiche sulla GoPro installata sulla bicicletta di Sebastiano Visintin, marito e unico indagato, non hanno evidenziato anomalie: GPS e orari dei file coincidono con la sua versione dei fatti. Il team dell’antropologa forense Cristina Cattaneo ha escluso l’ipotesi del suicidio, privilegiando la pista dell’omicidio. Tuttavia, non emergono gravi indizi di colpevolezza a carico di Visintin, motivo per cui la Procura non ha chiesto misure cautelari. Il caso di Liliana Resinovich iniziò il 14 dicembre 2021, quando la 63enne triestina scomparve da casa senza lasciare traccia. Dopo settimane di ricerche, il suo corpo venne ritrovato il 5 gennaio 2022 in un’area boschiva dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni, chiuso all’interno di due sacchi neri e con la testa avvolta in sacchetti di plastica. Le prime ipotesi parlarono di suicidio, ma gli esiti medico-legali e alcune circostanze anomale — come l’assenza di segni compatibili con un gesto volontario — aprirono la strada alla pista dell’omicidio. Da allora, indagini, perizie e controperizie si susseguono, con il marito Sebastiano Visintin come unico indagato, ma senza prove definitive che possano attribuirgli responsabilità dirette. Il giallo si intreccia anche con la figura di Claudio Sterpin, amico di lunga data di Liliana, che in più occasioni ha dichiarato di avere con lei un legame profondo e confidenziale. Sterpin recconto, al suo tempo, che la donna, nei giorni precedenti alla scomparsa, gli avrebbe confidato un forte malessere e la volontà di allontanarsi temporaneamente dal marito. Le sue dichiarazioni hanno alimentato ipotesi e speculazioni, entrando a pieno titolo nel fascicolo d’indagine, anche se non risulta indagato e non sono emersi elementi concreti che possano collegarlo direttamente alla morte di Liliana.

tenuta santa lucia