Storia

Le neviere: l’industria del freddo nel Gargano e in Capitanata

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LE NEVIERE: L’INDUSTRIA DEL FREDDO NEL GARGANO E IN CAPITANATA.

Le neviere del Gargano e della Capitanata sono un pezzo di storia quasi dimenticato, un frammento di vita quotidiana che oggi sembra appartenere ad un passato fantastico ma che, fino a poco più di un secolo fa, rappresentava una necessità concreta, una ‘tecnologia’ ingegnosa capace di trasformare un fenomeno naturale in risorsa, guadagno e sopravvivenza.

Quando il freddo non si accendeva con un pulsante e il ghiaccio non arrivava dal freezer, era la neve stessa a diventare merce: raccolta, compressa, custodita come un tesoro bianco nei mesi gelidi dell’inverno, per poi essere liberata in estate nelle case, nelle osterie, nelle botteghe, nelle farmacie. Un’industria prima dell’industria, fatta di braccia, di fatica, di astuzie tecniche e di contratti notarili rigidissimi.

Sul Gargano, questa attività raggiunse livelli sorprendenti. I versanti più alti, le zone di San Marco in Lamis, San Giovanni, Rignano, Monte Sant’Angelo, custodivano quantità generose di neve; bastava una notte di vento e la montagna si riempiva di cumuli naturali che i “nevaroli” iniziavano subito a rastrellare.

Erano uomini temprati dal freddo, capaci di passare intere giornate a raccogliere neve fresca, a spingerla in sacchi di canapa, a trasportarla verso le strutture destinate a custodirla: fosse profonde, cisterne in muratura, grotte scavate nella roccia, pozzi con volta a botte. Ogni neviera aveva un suo carattere: quelle nelle pianure della Capitanata erano locali bassi, spesso scavati nel tufo o nel terreno, mentre sul Gargano diventavano vere e proprie architetture ipogee, con mura spesse e ingressi stretti, pensati per trattenere il freddo e impedire che la temperatura salisse anche quando fuori il sole picchiava.

All’interno la neve non veniva buttata a caso: era arte, una scienza, una tecnica che si tramandava per generazioni. Si alternavano strati di neve fresca e strati di paglia, come una lasagna gelida, per isolarla dal calore e farla durare mesi. Poi la neve veniva pressata con attrezzi di legno (enormi pale o tavole, chiamate “paravisi”) fino a diventare ghiaccio compatto e durissimo. Alla fine veniva coperta da sacchi, tavole o altri materiali isolanti. L’obiettivo era uno solo: farla sopravvivere all’estate, quando diventava preziosa come l’oro.

Il bello è che tutto questo non era improvvisato. In Capitanata esistevano contratti di appalto severissimi: i Comuni concedevano la gestione della neve in esclusiva a un appaltatore, che doveva garantire il servizio tutto l’anno. Prezzi fissati, controlli, gabelle a favore della città o delle feste religiose. Se l’appaltatore falliva (se cioè, al bisogno, la neve mancava) si beccava multe salate o persino arresti. La neve era un bene pubblico. Era un diritto. E anche un dovere.

La richiesta era alta: serviva nelle cucine, nelle osterie, nelle case aristocratiche, nelle farmacie che la usavano per abbassare febbri e infiammazioni. Veniva venduta a rotoli, a peso o a blocchi. In città come Foggia e Lucera, dove il clima era più mite, la neve arrivava da alture lontane trasportata a dorso di mulo. A volte veniva persino caricata sui trabaccoli diretti verso altri porti dell’Adriatico, insieme agli agrumi della Capitanata: un binomio che oggi sembra assurdo, ma che allora costruiva micro-commerci stagionali, itineranti e silenziosi.

Sul Gargano le neviere erano ovunque: vicino ai boschi, nei pressi dei conventi, nelle pieghe della montagna. A Monte Sant’Angelo se ne contavano diverse, alcune accanto al castello normanno. A Vico del Gargano erano spesso scavate direttamente nella roccia, sfruttando la temperatura costante delle cavità naturali. Su Monte Calvo si sfruttavano le doline naturali. In molti casi hanno continuato a esistere fino ai primi decenni del Novecento, poi sono state dimenticate, interrate, trasformate in cantine o depositi, oppure crollate per incuria. Chi oggi passeggia in foresta o nelle zone alte del promontorio potrebbe passarci accanto senza rendersene conto, scambiandole per grotte o anfratti naturali, ignaro del fatto che proprio lì, secoli fa, si conservava l’unico refrigerio dell’estate.

Il declino fu rapido: con l’arrivo dei primi sistemi artificiali di produzione del ghiaccio, la neve naturale perse valore. Le neviere vennero abbandonate, cancellate dal paesaggio e dalla memoria. Restano però i documenti (come quelli studiati dall’archivista Lucia Lopriore) che rivelano la complessità di questo mondo fatto di fatica, ingegno e commercio regolato. Restano i toponimi, come quelli legati alla Madonna della Neve, che testimoniano quanto fosse radicato questo culto del freddo. E restano alcuni ruderi dispersi, bui, silenziosi, che raccontano ancora la storia di un’industria senza macchine, senza elettricità, eppure perfettamente organizzata.

Le neviere sono un pezzo di Gargano che nessuno guarda più, ma che una volta era essenziale. Un ingranaggio dimenticato di una vita che faceva i conti con la natura ogni giorno, e che dalla neve traeva non solo refrigerio, ma economia, ordine, contratti, lavoro, superstizioni e speranze. Erano piccole cattedrali del freddo costruite dall’uomo per sfidare la stagione più calda. E ce l’hanno fatta per secoli. Una storia che merita di essere raccontata, prima che l’ultima neviera scompaia del tutto sotto il peso del tempo.

Archivio di Giovanni BARRELLA.

Si ringrazia Toni Augello per i riferimenti bibliografici e le fonti più accreditate.

Per approfondire:

– LUCIA LOPRIORE, “Le neviere in Capitanata. Affitti, appalti, legislazione”, Edizioni del Rosone, Foggia 2003.

– GUARELLA G., “Niviere e vendita della neve nelle carte del passato”, in Umanesimo della pietra, 1988.

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