L’antica arte garganica della raccolta delle piante

L’ANTICA ARTE GARGANICA DELLA RACCOLTA DELLE PIANTE.
Torniamo a parlare di tradizioni. Il mondo moderno, anche in un territorio geograficamente decentrato come il Gargano, ha portato via tantissimo, da quello che un tempo si definiva ‘Sapere antico’.
Chi oggi è sui 40-50 di età, ricorda come nei decenni passati, soprattutto fino agli anni ‘80 e i primi anni ‘90, esistesse ancora un ‘modus vivendi’, un modo di vivere, tipicamente garganico, legato strettamente alla Natura e alle sole capacità umane: tutte le problematiche quotidiane venivano risolte da un sapere contadino-pastorale tramandato per generazioni, dove gesti e comportamenti, semplici e mirati, portavano alla soluzione dei problemi. Veri e propri rituali pratici, in un misto di magia, folklore, religione ed esperienza umana, che soddisfacevano ogni esigenza comune.
Erano ancora i tempi in cui risultava più semplice rivolgersi a persone ‘fidate’ piuttosto che alle istituzioni ufficiali.
Tra queste ‘figure di fiducia’ vi erano le raccoglitrici di piante a scopo fitoterapeutico. ‘Raccoglitrici’ non a caso, perché da come ci è stato raccontato da alcuni anziani, la raccolta delle piante per uso commestibile spettava ai maschi di famiglia, mentre la raccolta per uso terapeutico spettava alla figura femminile. Esempio emblematico, l’asparago selvatico: per uso alimentare, la sua raccolta spettava ai maschi (come succede ancora oggi); per uso terapeutico, le femmine di casa, anche se ne avevano disponibilità per la cucina, tornavano a raccoglierne secondo il rituale giusto.
Come ci spiega Anna Lucia Di Nauta, nel suo bellissimo libro “Magia e medicina alternativa nella tradizione popolare e religiosa del Gargano”, il rimedio erboristico ha il vantaggio di essere multifunzionale: nelle piante utilizzate a scopo terapeutico sono presenti, oltre ai componenti attivi, diverse sostanze che, con meccanismi chimici complessi, rendono più efficace l’azione curativa, per cui nessun costituente si può considerare inerte. Tutti gli elementi concorrono a determinare l’effetto terapeutico: un’alchimia non ottenibile con i farmaci di sintesi.
Le piante spontanee sono più valide rispetto a quelle coltivate, perché è la Natura stessa a scegliere l’habitat più adatto a farle crescere. Anche la raccolta delle piante deve avvenire nel pieno rispetto del loro “tempo balsamico”, ossia nella stagione e nel momento della fioritura, della fruttificazione, in cui è presente il più elevato contenuto di principi attivi.
Vediamo alcuni esempi di quello che la tradizione garganica è riuscita a tramandarci, facendoci guidare dalla Di Nauta.
Secondo la nostra consuetudine, le foglie si raccolgono prima della fioritura, le radici in autunno, i bulbi a fine fioritura, i fiori all’inizio della fioritura.
A esempio, il rizoma del tarassaco va raccolto in autunno, quando la pianta è in riposo, poiché il contenuto di inulina raggiunge il 30%; l’aglio va raccolto con la luna calante per dare il massimo effetto; la malvarosa con il plenilunio.
La raccolta delle piante, nel Gargano, era un rituale a tutti gli effetti magico e bisognava seguire specifici accorgimenti. Purtroppo, come ci spiega la Di Nauta, non è stato possibile riportare il rituale per tutte le piante, visto che i guaritori-erboristi sono quasi del tutto scomparsi e quei pochi anziani rimasti custodiscono gelosamente le pratiche di raccolta.
Da quello che si è riusciti a documentare, secondo le tecniche di cura, oltre al rispetto del calendario balsamico, si dovevano usare particolari cautele per ottenere il massimo beneficio dalle piante medicinali: era consigliato cogliere il limone, il girasole, la camomilla, il grano e il tarassaco di domenica oppure alle prime ore del mattino di altri giorni della settimana. Infatti, erano piante protette dalla luce del sole.
La malva, il papavero, la bella di notte e il tiglio andavano raccolti col plenilunio o verso mezzanotte, perché piante sottoposte al potere della luna. L’olivo, la cicoria, la menta, la verbena e la melissa si raccomandava di raccoglierle verso le otto del mattino.
E ancora: l’aglio, l’artemisia, il carciofo, l’asparago, la felce e l’ortica si coglievano a mezzogiorno. La quercia, il carpino, l’origano, l’issopo si preferiva raccoglierle nelle ore del tramonto. La rosa, la viola, il rovo e la mandorla si potevano prendere di sera tardi, mentre il pino, il fico, la datura, il papavero, il prezzemolo, l’edera, il muschio e l’artemisia si coglievano per scopi terapeutici a mezzanotte.
Inoltre, la salvia e il rosmarino dovevano essere colti senza l’intervento di utensili di ferro e con la mano destra, indossando qualcosa di bianco.
Anche il cardo di San Giovanni a mezzanotte, tra il 23 e il 24 di giugno, assieme all’artemisia, alla verbana e all’iperico. Solo rispettando tali regole queste erbe sacre avrebbero avuto il potere di “scacciare le streghe”. Il succo dei petali di iperico macchia di rosso e, perciò, viene detto “Sangue di San Giovanni” e, se doveva servire a curare le piccole ferite, andava raccolto a mezzogiorno.
Di un tipo di “fiore di felce”, raccolto all’alba del 24 giugno, si diceva che donasse la capacità di leggere il passato e il futuro delle persone. A San Nicandro Garganico, dove la pratica della raccolta delle piante officinali era molto diffusa, la tradizione continua in parte ancora oggi, anche se la modernità ha introdotto elementi nuovi.
Pratiche antiche di altri tempi, che ancora sanno raccontare quel passato che sembra scomparso per sempre e che, in realtà, arde ancora vivo come la brace sotto la cenere di superficie.
Archivio di Giovanni BARRELLA.
Fonte:
– Anna Maria Di Nauta, “Magia e Medicina alternativa
nella tradizione popolare e religiosa del Gargano”, Claudio Grenzi Editore, 2004