
Secondo una leggenda popolare, l’arcangelo Michele, dopo aver sconfitto Satana e gli angeli ribelli, si inginocchiò sugli scogli dell’Acqua di Cristo per pregare Dio. Dal suo pianto sarebbe nata la sorgente conosciuta ancora oggi con quel nome.
Secoli dopo, il 30 luglio 1627, il Gargano fu colpito da un violento terremoto seguito da uno tsunami che raggiunse anche le coste di Manfredonia. La tradizione racconta che, durante quella tragedia, l’arcangelo Michele volò sulle mura della città per proteggerla con le sue ali, diventando così il simbolico custode della comunità sipontina.
Proprio a partire da questa narrazione nasce oggi la proposta dell’ingegner De Meo, già promotore del progetto del Cristo del Gargano, di realizzare un monumentale Angelo della scogliera sugli scogli dell’Acqua di Cristo.
La proposta ha suscitato apprezzamenti, polemiche e riflessioni. Su questi temi interviene Flavio L. Belvedere, docente, filosofo e pensatore controcorrente, che già durante il dibattito sul Cristo del Gargano, è intervenuto, offrendo il suo contributo critico. Per comprendere meglio il suo punto di vista e dare ai lettori una visione più ampia e articolata sul tema, lo abbiamo intervistato.
D: Cosa ti spinge a intervenire pubblicamente nel dibattito nato attorno alla proposta dell’Angelo della scogliera e perché hai ritenuto importante condividere una riflessione critica su questo tema?
R: In un panorama multiforme, e talvolta anche troppo superficiale, ho sentito l’esigenza di condividere il mio punto di vista a partire da quella che considero l’espressione di una società che, davanti alla complessità del presente, preferisce spesso rifugiarsi nel rassicurante abbraccio del mito piuttosto che guardare in faccia la cruda, e talvolta mesta, realtà, affrontando la fatica di una ricostruzione giudiziosa e metodica.
D: Quanto incide, a tuo avviso, la tendenza a trasformare eventi storici traumatici in narrazioni leggendarie sul nostro modo di interpretare il passato e costruire identità collettive?
R: Quando eventi drammatici vengono riletti attraverso uno stile leggendario, si assiste a una rielaborazione mitopoietica del trauma.
Il terremoto della Capitanata del 30 luglio 1627, con il conseguente tsunami nel basso Adriatico, è stato un evento devastante e ben documentato, ma la narrazione dell’Arcangelo che protegge la città con le sue ali rappresenta il tentativo umano, in termini filosofici, di dare senso al caos.
L’evento naturale, nella sua imparzialità e amoralità distruttiva, viene assorbito in una narrazione teleologica. Questo significa che, secondo alcuni, se la città è sopravvissuta (anche solo in parte), deve esserci stato per forza un intervento divino. Non ci si chiede però, allo stesso modo, se la calamità sia stata causata dalla stessa forza ultraceleste.
Il rischio è che il trauma si trasformi in identità collettiva al prezzo di una distorsione della realtà. In questi casi si dimenticano prevenzione, negligenza e responsabilità umane, per celebrare invece una protezione invisibile che, nella cronaca, risulta molto più allettante.
D: Alla luce di queste considerazioni, come giudichi dunque la proposta di un “Angelo monumentale” nello spazio pubblico?
R: L’“Angelo monumentale” sugli scogli si inserisce in quello che potremmo definire un fenomeno di “idolatria estetica moderna”.
Quando lo spazio pubblico viene occupato prevalentemente da simboli religiosi, la città rischia di smettere di essere polis, luogo del confronto tra diversi, per diventare fanum, luogo del sacro.
In una società multiculturale e post-secolare, un’iconografia confessionale così forte rischia di trasformare l’opera in un simbolo identitario che non tutti possono sentire come proprio.
L’arte, a mio avviso, dovrebbe interrogare più che rassicurare. Un angelo sugli scogli oggi non rappresenta un’avanguardia, ma il ritorno a un simbolismo consolatorio che finisce per “addomesticare” il paesaggio e la sua storia.
Nei momenti di precarietà economica e sociale, l’uomo è spesso tentato dal ritorno al metafisico e dall’esternalizzazione delle responsabilità. Piuttosto che affrontare le cause strutturali del declino, disoccupazione, gestione del territorio, impoverimento culturale, si delega la rinascita a un simulacro di cemento, bronzo o pietra, una sorta di “placebo architettonico”.
Si rischia inoltre di trasformare la devozione in una forma di marketing della fede, dove l’identità locale diventa prodotto turistico-religioso. Oggi, la vera sfida non è costruire un angelo custode, ma porre le basi perché siamo noi stessi a diventare “custodi” del luogo in cui viviamo, attraverso l’azione civile.
D: In alternativa, quale modello di sviluppo urbano e culturale consideri più adeguato per una città come Manfredonia?
R: Sono abbastanza certo che la rinascita dall’oblio non possa passare attraverso il bronzo o il marmo di una statua. Deve invece contemplare la riqualificazione dei servizi, l’istruzione, la restituzione degli spazi pubblici alla creatività giovanile, la tutela rigorosa del patrimonio paesaggistico, lo sviluppo di un’etica della responsabilità collettiva e la cura del dialogo tra le generazioni e la cultura laica.
D: Perché, secondo te, è più facile mobilitare energie e risorse per la costruzione di un’icona monumentale rispetto a interventi strutturali come biblioteche, laboratori culturali o spazi sociali?
R: L’idea di trasformare la città in un “museo della venerazione” sembra riflettere una difficoltà nel progettare il futuro, preferendo ancora una volta il rifugio rassicurante della tradizione rispetto alla ricerca, più complessa ma necessaria, di una nuova identità culturale.
Ho la sensazione che, invece di guardare avanti verso forme di bellezza capaci di valorizzare l’uomo, la sua ragione e la sua capacità di resistere ai tumulti della storia, si rischi di scivolare verso una sorta di oscurantismo di ritorno, fascinoso ma vuoto. Concludo con un interrogativo (perché se c’è una cosa che mi ha insegnato la filosofia è porre e pormi domande): siamo certi che la “bellezza” di cui ha bisogno la città sia un’altra effigie da idolatrare, o non piuttosto un nuovo senso del dovere verso il bene comune?


