Storia

La leggenda della Sagra della Foresta: storia di un misterioso Sequel

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LA LEGGENDA DELLA ‘SAGRA DELLA FORESTA’: STORIA DI UN MISTERIOSO ‘SEQUEL’.

Quante volte ci siamo chiesti cosa succede ai protagonisti delle fiabe dopo l’epilogo della storia? Come si evolvono le loro vite dopo il ‘vissero felici e contenti’? Di alcune leggende locali abbiamo scoperto che esiste un ‘sequel’, come nel caso della famosa fiaba di Cristalda e Pizzomunno (ne parliamo in questo post: https://www.facebook.com/share/qA4axeFduTCCb9GJ/?mibextid=WC7FNe) e anche di quella che narra la storia del Millacero e della ninfa Gargara (ecco il nostro post: https://www.facebook.com/share/rfp7N4r7C3xNngm4/?mibextid=WC7FNe), della quale presenteremo, qui di seguito, i successivi eventi, raccontati da Giuseppe D’Addetta. Seguiteci in questo particolare racconto. Per chi non conoscesse la storia del Millacero (necessaria per comprendere quanto segue), può trovarla al secondo link indicato sopra.

La storia del Millacero succitata termina con un triste epilogo: la ninfa Gargara, insidiata da un terribile satiro, viene trasformata da Giove in un rigoglioso acero, divenuto secolare, a protezione della foresta Umbra. Il satiro, nominato ‘Re del bosco’ ne diventa il geloso custode.

Ma la storia continua…

Innanzitutto, apprendiamo dalle parole del D’Addetta che nel 1948, nella selva Umbra, nel cuore del Gargano, si decise di festeggiare quella che fu chiamata la ‘Sagra della Foresta’, nell’ultima domenica di luglio. Giornali e radio locali annunziarono e diffusero la notizia della manifestazione ma nessuno ne sapeva granché e l’attesa era grande, specialmente sul Promontorio.

Ecco i dettagli: “Un giorno, di un luglio stranamente piovoso, cominciarono ad apparire, sui muri delle vecchie case dei paesi garganici, numerose copie di un manifesto in cui predominava un verde forte, denso con arabeschi di cielo cilestrino. Da un lato un intrigo di tronchi scuri, mentre dall’altro rami frondosi si spingevano nella parte superiore e coprivano un monte, chiazzato anch’esso di verde sulla cui cima s’elevava un castello, con una torre più alta verso il cielo. Appollaiato su una grossa branca, in risalto fra il groviglio dei rami, appariva la figura di un mostro, dal volto umano e con una folta capigliatura coronata da due corna caprine. Sul labbro inferiore faceva scorrere una fistula tenuta dalle dita contorte e unghiate, mentre il torso nudo, seguiva l’arco del ramo che lo sosteneva. Le gambe pelose e i piedi erano anche caprini, e gli occhi sensualmente socchiusi davano al volto un’espressione di gaudio satanico. Su tutto quel verde risaltava una scritta bianca: «Sagra della Foresta — Bosco Umbra nel Gargano. 24 – 25 luglio 1948»; mentre in calce un bel verso del geniale autore del manifesto, marcava il sapore agreste dell’opera: «E la voce di Pan dentro ti scorre.» (A. Petrucci).”

Il D’Addetta prosegue nel suo racconto: “Quando l’attacchino scendeva dalla scala, un piccolo capannello si formava e i visi meravigliati dei montanari si attardavano a guardare. Poi, man mano i capannelli si scioglievano, se ne riformavano degli altri durante i giorni e nelle sere, fin quando non se ne videro più. Ma nei paesi del Promontorio cominciò a circolare una voce. Una voce pavida e sommessa da principio, che in poco tempo crebbe e fu di dominio comune, che formò oggetto delle chiacchiere delle comari e degli ozi dei campagnuoli, che divenne poi certezza perchè tutti la ripetevano. Dove era sorta, nessuno lo sapeva. Ma in ogni paese si diceva che la notizia era venuta dal centro vicino sicché la patria d’origine rimase ignota. Può darsi però che la leggenda si sia creata con elementi di diversi luoghi, per le aggiunte che accompagnano e arricchiscono ogni riferimento, per cui i caratteri e i particolari possono ritenersi di tutto il popolo dello Sperone.”

Quale mistero si celava dietro questa iniziativa?

Tutti ormai raccontavano la storia di Gargara e del Millacero, tra fascino e spavento, sussurrando i dettagli di quella spaventosa fiaba, quasi temessero di essere ascoltati dal satiro stesso.

Da quegli eventi miracolosi della fiaba di Gargara era trascorso molto tempo. Intanto, gli uomini avevano spopolata la selva dalle fiere e solo sparuti caprioli sopravvivevano quando il Governo vi installò le guardie forestali. Ma qualche boscaiolo sosteneva che Umbra era ancora abitata da esseri soprannaturali, che si dileguavano all’apparire dell’uomo e che non si riusciva mai a vedere bene, tanto erano lesti nel fuggire, quasi avessero la virtù di diventare invisibili.

Fra questi esseri soprannaturali si annoverava un mostro che aveva volto umano sormontato da due robuste corna caprine, e le gambe lunghe e pelose e i piedi pure caprini. Era il satiro ‘Re del bosco’?

Emetteva accenti inarticolati e ogni tanto nella foresta si sentiva un suono flautato, triste, e nelle note vi era un pianto accorato come per la nostalgia di un bene perduto per sempre. Perché, nel frattempo, un’ottantina di anni addietro era avvenuto che la spregiudicatezza e la prepotenza di un funzionario governativo, avevano abbattuto un acero millenario per farne mobili per la sua casa. Il Millacero era forse stato tagliato via? Ormai tutti credevano di sì.

“Il funzionario aveva, da allora, passato molti dispiaceri, ma la foresta era stata orbata da quel gran pregio e all’infelice satiro non rimaneva più neanche la realtà arborea, come unico ricordo della donna amata. Si affermava che era stato visto di sfuggita, qualche volta, quell’essere immondo che da migliaia d’anni si aggirava per la foresta. Qualcuno assicurava addirittura di aver finanche tirato contro di esso parecchi colpi di fucile, andati a vuoto, quasi che un potere arcano deviasse il piombo. Fin quando in un giorno imprecisato dell’inizio di quella estate piovosa, una pattuglia di guardie aveva sentito nella boscaglia il suono flautato e triste. Richiamata dalla dolcezza delle note, si era avvicinata cautamente al luogo da dove proveniva, e aveva scorto, appollaiato su un tronco, il mostro mezzo uomo e mezzo capra che dava fiato alla fistula.”

“Le guardie allora, avevano sparato da lontano con i loro fucili mitragliatori e il mostro era caduto al suolo, ferito a una gamba. Ghignava, ringhiava, contorceva le dita lunghe e armate di unghie enormi, batteva il terreno con lo zoccolo della gamba ferita e cercava di raddrizzarsi per fuggire. Le guardie tentavano di intimidirlo tenendo i fucili spianati ed emettendo alte grida, nella speranza anche di richiamare rinforzi sul luogo.”

“Perché non volevano ammazzare un esemplare così raro che esse stesse non avevano mai visto. Poco dopo, giunse un pastore che aveva addosso un’ampia rete, di quelle che servono per fare recinti mobili per le mandrie. La rete era stata stesa cautamente sul mostro per tenerlo imprigionato e assicurata al suolo con molti picchetti. Poi, il pastore era corso al comando per chiedere rinforzi. Nel frattempo, la pattuglia delle guardie aveva assunto una posizione d’attesa, allontanandosi di poco dall’essere fiabesco, che aveva smesso di dimenarsi e di ringhiare. E sembrava esausto di forze nella sua immobilità.”

“Riassicurate, le guardie chiacchieravano e fumavano sedute alla base di un tronco secolare. Ma a un tratto violenti sobbalzi scossero la rete che, rotta dalle corna del mostro, ne lasciò uscire la testa e le spalle; certamente fra poco avrebbe ceduto maggiormente e lasciato scappare l’uomo-capra. Fecero in tempo le guardie a scaricare i loro fucili sulle gambe della preda che, ancora colpita, si accasciò al suolo con terrificanti urli e con una espressione infernale sul volto. Tremò il cuore delle guardie che invocarono Sant’Antonio, protettore della foresta.”

“Sopraggiunse poco dopo l’ufficiale comandante del distaccamento con un buon numero di militi e i più coraggiosi si avvicinarono al satiro che legarono con grosse funi e catene.

Lo caricarono su una di quelle carriole basse che si usano nella foresta per il trasporto dei tronchi, e lo portarono nei pressi della caserma dove fu rinchiuso in una robusta capanna di boscaioli, guardata costantemente da più sentinelle armate.”

“Fin quando il Prefetto della Provincia non ebbe stabilito che il mostro doveva essere assicurato in una massiccia gabbia di ferro, per essere esposto al popolo e poi ucciso in pubblico, nella foresta, il 25 luglio. In quel giorno, sarebbero convenuti nel bosco tutte le autorità e i sindaci della regione e poteva andarci chiunque lo desiderasse con i molti automezzi che erano stati messi a disposizione da tutti i paesi del Promontorio.”

“Sarebbe stata una grande festa; finanche il Governo avrebbe mandato da Roma il suo rappresentante per assistere all’uccisione di quel mostro infernale che portava iattura al Promontorio e che aveva fin’allora tenuto lontano dal Gargano ogni progresso civile, mentre il resto d’Italia aveva tante cose che i garganici da secoli sognavano, senza mai riuscire a ottenerle.”

“Ma chi avrebbe avuto il coraggio di assistere all’uccisione del mostro che sarebbe stato certamente duro a morire per i millenni che aveva sulle spalle? E poi… chi sa che quello non era il diavolo e che cosa poteva scatenare! Forse era meglio rimanersene a casa.”

“Tutto questo dicevano allora le comari nei loro conciliaboli e i contadini nei riposi e lungo i tratturi. Così sorse la ‘Leggenda della Sagra’ che circola ancora sebbene in tono minore, con l’aggiunta che la ripetizione annuale della festa è la celebrazione di quel giorno in cui il Promontorio fu liberato dal mostro.”

“Però moltissimi garganici, uomini e donne, andarono alla Sagra ma nessuno vide il mostro; si confusero invece in una moltitudine di gente che animò la foresta fino a notte inoltrata, lieta, sorridente, noncurante della pioggerella. Al ritorno in paese e nei giorni successivi, i burloni riferirono di aver appreso da sicura fonte che l’uomo-capra era stato ucciso alla sola presenza delle autorità, mentre la folla ballava sullo spiazzo avanti l’albergo-rifugio.”

Questa è la storia di Gargara e dell’infelice satiro. La morte ‘simbolica’ e ‘fantasiosa’ di queste mitiche creature rappresenta la morte di un’epoca, sostituita da tempi attuali non più sensibili a certi miti. Ma leggenda e vita contadina garganica si mescolano tuttora, in un luogo dove ancora oggi alberi maestosi svettano verso il cielo e la Natura splende di rara bellezza: la foresta Umbra.

Grazie Giuseppe D’Addetta.

Foto e archivio Giovanni BARRELLA, Alfredo BRONDA, Domenico S. ANTONACCI.

Fonte: G. D’Addetta, Scrittori Dauni, 1960; si ringrazia anche Rete Gargano