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Il mistero del tesoro dei Briganti di San Leonardo

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Il mistero del tesoro dei Briganti di San Leonardo

di Manfredonia Ricordi

Eravamo rimasti nel buio di una cella a Lucera, con un giovane brigante che custodiva l’unico segreto rimasto dell’eccidio di San Leonardo, il punto esatto dove era stata sepolta la borsa d’oro.

I decenni passarono, le mura del Monastero videro la fine del brigantaggio e l’inizio di un nuovo secolo, finché, negli anni ’50, quel mistero tornò improvvisamente a bussare alle porte dell’Abbazia…

Era la metà del decennio quando l’abbazia fu restaurata e riaperta al culto. La chiesa era diventata un punto di riferimento per chi viveva nelle campagne e per i pastori abruzzesi e molisani che si trasferivano in Capitanata per la transumanza; ogni domenica vi si celebrava la messa.

Una domenica mattina presto si presentarono due forestieri mai visti in zona, giunti con la corriera: uno anziano e l’altro più giovane. Conclusa la funzione, il sacerdote e la comunità dei fedeli lasciarono l’abbazia, il prete si allontanò sul suo calesse e il piazzale si svuotò. I due forestieri, invece, rimasero sul posto fino al pomeriggio, aggirandosi intorno alla chiesa come normali visitatori.

A un certo punto il massaio, alle dipendenze della famiglia proprietaria delle fabbriche conventuali, si accorse della loro presenza e li invitò ad andare via, poiché era l’ora di chiusura e non vi erano più corriere per ripartire. I due estranei rimasero spiazzati, non essendo del posto, credevano che la chiesa restasse incustodita. Vedendo che il massaio era irremovibile, decisero di vuotare il sacco e rivelarono il vero motivo della loro presenza a San Leonardo.

L’uomo più anziano raccontò di essere uscito di recente dal carcere di Lucera dopo una lunga detenzione; lì, un vecchio detenuto gli aveva confidato che in un punto preciso dell’abbazia era nascosto un tesoro. Il massaio, in un primo momento incredulo, fu colto dal dubbio: e se fosse tutto vero? Dopo un acceso dibattito, l’uomo della masseria e i due forestieri trovarono un accordo: avrebbero scavato insieme e diviso l’oro in parti uguali.

L’anziano indicò allora il punto esatto: davanti all’ingresso principale della chiesa, sotto una lesena dove ancora oggi è visibile una croce scolpita rozzamente con un pugnale. Era quello il luogo dove, novant’anni prima, era stato sepolto il segreto dei briganti.

Sapevano che, per arrivare alla borsa di cuoio, avrebbero dovuto scavare sotto dei resti umani. Armati di pale, zappe e picconi, iniziarono i lavori nel primo pomeriggio. Quando iniziarono a riemergere ossa umane sparpagliate, la tensione salì: la storia era vera. Continuarono a scavare febbrilmente fino a tarda serata, aprendo un enorme cratere, ma del tesoro non vi fu traccia. Sconfitti e stanchi, i due forestieri trascorsero la notte in un pagliaio con la promessa di ripartire all’alba.

Il mattino seguente, di buon’ora, Don Silvestro giunse all’abbazia e, alla vista dell’enorme buca, andò su tutte le furie. Dopo aver ascoltato il loro racconto, ordinò ai tre di non muoversi e corse a denunciare l’accaduto ai Carabinieri di Manfredonia. Poco dopo, i militari giunsero sul posto con una “Campagnola” e, dopo un breve sopralluogo, portarono tutti in caserma.

Seguì un lungo interrogatorio. Le domande dei carabinieri erano ossessive: “Dov’è il tesoro?”, “Che fine ha fatto l’oro?”. I Carabinieri cercavano qualcosa che i poveri scavatori cercavano a loro volta disperatamente. Domande a cui, però, gli uomini non potevano rispondere: la borsa non era mai emersa. Dopo ore di tensione, furono tutti rilasciati.

Il dubbio

Don Silvestro, uomo colto e attento, non si accontentò della versione ufficiale. Iniziò a collegare alcuni fatti del passato.

Si ricordò che alcuni anni prima un suo predecessore, che aveva avuto in carico l’abbazia prima di morire, aveva donato alla chiesa quattro calici d’oro. Da dove provenivano quegli oggetti preziosi? Il prelato iniziò a indagare presso le parrocchie del Gargano e scoprì che, proprio negli anni del brigantaggio, diverse chiese erano state depredate di calici d’oro.

Il sospetto divenne quasi certezza: le ossa erano lì, ma l’oro era sparito molto tempo prima. Forse il segreto del vecchio brigante era stato sussurrato a qualcun altro già decenni prima di quella notte degli anni ’50, e il tesoro era già tornato alla luce nel silenzio, trasformandosi in dono sacro per espiare un antico peccato. Questo, però, non lo sapremo mai. Ancora oggi, qualcuno si chiede se quella borsa di pelle sia ancora lì, protetta dal silenzio del sacro suolo e dal fantasma del brigante che non l’ha mai abbandonata.

Il mistero di San Leonardo

Per non infrangere l’incanto di questa leggenda, ci piace pensare che il tesoro sia ancora lì, celato in un anfratto che sfugge all’occhio umano. Forse è proprio la presenza di questo segreto sotterraneo a dare un senso profondo alla nostra mistica Abbazia, un luogo dove il tempo si ferma e dove i giochi di luce dei solstizi e degli equinozi sembrano messaggi celesti scritti per illuminare le ombre del passato. Senza il brivido di quel tesoro mai trovato, San Leonardo perderebbe quel velo di mistero che la rende, ancora oggi, una porta aperta tra il visibile e l’invisibile.