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Il 16 giugno 1988 moriva Andrea Pazienza, il genio del fumetto di San Severo

Trentaquattro anni fa l’Italia perdeva il suo fumettista più geniale: Andrea Pazienza. Morto nella notte del 16 giugno 1988 in seguito a un malore, Pazienza è stato uno dei più brillanti disegnatori e fumettisti. Voce autorevole della contestazione degli anni Settanta, in particolare del 77 bolognese, Pazienza ha firmato grandi classici come “Le straordinarie avventure di Pentothal”. I suoi protagonisti – da Zanardi a Colasanti, da Petrilli allo stesso Pentothal – rappresentano ancora molto per i seguaci del genio Paz. 

Pazienza, nato a San Benedetto del Tronto il 23 maggio del 1956, era un pugliese doc: la sua famiglia, infatti, era di San Severo. Sua madre, Giuliana Di Cretico, era una docente di educazione tecnica; mentre suo padre Enrico Pazienza era un docente di educazione artistica. Prima degli studi a Pescara al Liceo Artistico “Giuseppe Misticoni”, Pazienza ha vissuto gli anni della sua adolescenza fra San Severo e il suo Gargano. San Menaio era una delle sue località preferite che ha continuato a frequentare anche da adulto. 

Fumettista rockstar, tutt’ora icona indiscutibile, Pazienza ha disegnato in un modo tutto suo. Un modo visionario. Non solo per il fumetto, ma anche per il cinema e la musica. Fra le collaborazioni più riuscite, ricordiamo i cartelloni cinematografici di “Città delle donne” di Federico Fellini e la cover del disco di Roberto Vecchioni, “Robinson”.

Il giornalista Tony di Corcia, che a Pazienza ha dedicato una biografia “La femmina è meravigliosa” (Cairo), dice di lui: “Andrea Pazienza apparteneva alla categoria dei veri seduttori. Nell’accezione più comune, aiutato com’era da bellezza, intelligenza, simpatia, potere comunicativo, e in quella più autentica, visto che riusciva a condurre tutti a sé senza distinzioni di età, sessò, di orientamento politico. Continua tuttora a farlo, basterebbe pensare alle generazioni più giovani che parlano di lui come se fosse un amico, il più talentuoso tra i loro amici, e lo celebrano come se Pazienza fosse un loro coetaneo o un personaggio contemporaneo”. 

A trentaquattro anni dalla sua morte, però, Pazienza non ha lasciato un vuoto. “Andrea Pazienza ha accuratamente fatto in modo che non ci fosse un vuoto, dopo di lui”, continua di Corcia“In trentadue anni di vita, ha prodotto ciò che potrebbero realizzare altri dieci artisti baciati da esistenze parecchio longeve. Ha visto e previsto tutto, così da non invecchiare mai. Non solo è così versatile da adattarsi ai giorni nostri, ma riesce a risultare ancora freschissimo e attuale. Quella fiamma è ancora così vivace da illuminare quello che, lasciato da altri, si sarebbe chiamato vuoto. È ancora qui, è ancora il più imprevedibile, il più seducente”. 

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