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Hiro, il canale anime che Mediaset non ha saputo sfruttare

Storia completa di Hiro, il canale di Mediaset Premium dedicato agli anime, nato come erede spirituale di Italian Teen Television.

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Quando l’8 dicembre 2008 si accese Hiro sul digitale terrestre, all’interno dell’offerta a pagamento Mediaset Premium, sembrò per un attimo che il sogno degli appassionati di animazione giapponese potesse trovare una casa stabile, moderna e ben finanziata. In un’Italia che veniva dall’epoca dei pomeriggi di Italia 1, dall’Anime Night di MTV e dall’esperimento raffinato di Italian Teen Television, l’idea di un canale interamente votato agli anime, in pay TV, con palinsesto dedicato e anteprime assolute, aveva il sapore di una rivoluzione promessa. La cornice era quella del pacchetto Premium Fantasy, accanto a marchi fortissimi come Cartoon Network e Playhouse Disney, ma con una differenza sostanziale: Hiro era un prodotto interno Mediaset, costruito attingendo a una library sterminata e a nuove acquisizioni mirate. La voce del canale, quella di Claudio Moneta, dava un’identità precisa al progetto: timbro riconoscibile, familiarità per chi già lo associava a personaggi iconici dell’animazione, continuità sonora tra i blocchi di palinsesto e un tono che provava a tenere insieme bambini, adolescenti e trentenni cresciuti a robottoni e maghette. Lo slogan, “The next level”, suggeriva l’idea di un passo avanti rispetto alle vecchie fasce ragazzi generaliste: più contenuti, meno censure, sigle rispettate, una programmazione che prometteva di accompagnare lo spettatore lungo tutta la giornata. Eppure fin da subito qualcosa non tornò. Il mix fra vecchie glorie e inediti risultò affascinante ma caotico, con tre passaggi giornalieri di molte serie e una struttura difficile da seguire per chi studiava o lavorava. Le prime recensioni specializzate sottolineavano l’interessante bouquet di titoli ma criticavano la gestione di palinsesto, percepita come confusa, spezzettata, priva di una strategia editoriale chiara. Nel frattempo, all’orizzonte, si profilava una concorrenza diretta: Cooltoon (già Cultoon) su Sky, nato per presidiare l’immaginario degli anime cult e poi riconvertito a canale più generalista, anch’esso in cerca di un ruolo forte nel mercato italiano. La parabola di Hiro, breve e intensa, sarebbe durata meno di tre anni nella sua forma lineare, con una coda on demand come Premium Hiro fino al 2013. In questo arco di tempo il canale passò dall’entusiasmo delle prime settimane alle proteste per gli oscuramenti legati al calcio e ai reality, fino alla sensazione sempre più netta che Mediaset non credesse davvero nella costruzione di una “rete identitaria” per gli anime, ma piuttosto in un contenitore flessibile sacrificabile sull’altare dei diritti sportivi e dei canali più remunerativi. Hiro è stato, insieme a Cooltoon, il tentativo italiano più vicino a un “anime channel” moderno… e proprio per questo il suo fallimento pesa ancora di più nella memoria dei fan.

Dall’esperimento ITT a Hiro: quando l’erede perde l’anima

Per capire Hiro bisogna partire da Italian Teen Television, canale Mediaset–Sky attivo nella prima metà degli anni Duemila. ITT fu un laboratorio: anime, telefilm teen, ma soprattutto produzioni autoprodotte come Dance It, Free Pass, Bandit, Mangaus. Erano contenitori con conduttori in studio, rubriche, interazioni col pubblico, un’estetica che rievocava lo spirito di Bim Bum Bam tradotto nel linguaggio dei primi anni Duemila. Il canale non era solo l’emittente pay “dove passavano gli anime”: era un luogo, un ambiente, una piccola community televisiva che molti spettatori avvertivano come casa. Hiro venne presentato, in modo più implicito che esplicito, come erede spirituale di quell’esperienza. Stesso universo Mediaset, stesso target ragazzi–teen, stesso utilizzo massiccio di animazione giapponese. Ma al momento di accendere il nuovo canale su Mediaset Premium, l’azienda fece una scelta drastica: abbandonare completamente la dimensione di studio, i programmi autoprodotti, le rubriche, per concentrarsi su un flusso continuo di serie animate, telefilm e film d’animazione. Dove ITT aveva un volto e dei conduttori, Hiro aveva solo un logo e una voce off.

Questo scarto è fondamentale. Se ITT univa anime e “televisione fatta in casa”, con un’identità quasi da canale tematico di nicchia, Hiro nacque come juke box spara-anime, un flusso programmato che puntava a riempire ore e ore di palinsesto con contenuti spesso molto validi, ma poco interconnessi fra loro. Non c’erano più i blocchi come Dance It o Mangaus a fare da cornice, nessun tentativo di raccontare gli anime, di contestualizzarli, di trasformare la semplice messa in onda in un discorso culturale. L’“anima” di ITT, fatta di sperimentazione e di contatto col pubblico, si perde quasi del tutto nel passaggio a Hiro.

In altre parole, Hiro raccoglieva il patrimonio di magazzino, ma non l’eredità di linguaggio. Il risultato fu un canale tecnicamente ricco e concettualmente più povero, che viveva di titoli ma non di narrazioni editoriali.

Il lancio su Mediaset Premium Fantasy

Quando Mediaset annuncia il pacchetto Premium Fantasy, nel 2008, Hiro è la punta “originale” dell’offerta: un canale autoprodotto, affiancato a Cartoon Network e ai brand Disney, pensato per dare un valore aggiunto a chi sottoscriveva l’abbonamento. L’8 dicembre 2008, alle 7 del mattino, Hiro inaugura le trasmissioni con Re Artù, King Arthur, in una giornata-evento in cui vengono programmati tre episodi per ciascuna delle tredici serie in palinsesto: un vero e proprio buffet di lancio per presentare il menù del canale. Dal punto di vista dell’immagine il canale si presenta bene: logo pulito, identità grafica coerente, promozioni in cui la voce di Claudio Moneta introduce serie celebri e novità, sottolineando che si tratta di un ambiente “premium” in cui i cartoni vengono trattati con rispetto. Le sigle, per molti titoli, vengono mantenute integralmente, senza tagli; in alcuni casi si conservano le opening originali giapponesi, esperimento già visto su Italian Teen Television qualche anno prima. Una scelta non banale per una rete commerciale italiana. Il target dichiarato è “ragazzi”, ma in realtà Hiro parla a tre pubblici contemporaneamente: i bambini e preadolescenti che si avvicinano agli anime per la prima volta; gli adolescenti che hanno già incontrato Naruto, One Piece, Dragon Ball; gli adulti trentenni e quarantenni che riconoscono in Gundam, Lodoss War, le serie meisaku la prosecuzione naturale dei pomeriggi di Italia 1. Per questo il canale miscela titoli di curriculum scolastico otaku (Dragon Ball GT, Naruto, Mobile Suit Gundam) con anteprime più verticali e ricercate.

L’idea editoriale, sulla carta, è forte: usare i grandi nomi come traino per introdurre il pubblico a serie meno note, spesso inedite, che altrove avrebbero faticato a trovare spazio. Hiro prova a essere contemporaneamente comfort zone e frontiera, luogo riconoscibile e, allo stesso tempo, finestra sull’inedito.

Vecchie glorie e prime TV

Uno degli elementi più ricordati di Hiro è il suo palinsesto iniziale, fitto e quasi sperimentale. La griglia giornaliera alternava, in più momenti della giornata, repliche di serie già ampiamente viste su Italia 1 e nuove acquisizioni in prima visione assoluta per il pubblico italiano. In mattinata e nel tardo pomeriggio si potevano trovare sequenze che, oggi, sembrano un manifesto generazionale: Prince of Tennis in prima TV, seguito da Yu-Gi-Oh!, Detective Conan, Dragon Ball GT, Naruto, Mobile Suit Gundam e ancora Record of Lodoss War e Il segreto della sabbia. Proprio Il segreto della sabbia diventò uno dei simboli del “nuovo” Hiro: un anime steampunk con atmosfere che ricordavano Nadia – Il mistero della Pietra Azzurra e il cinema di Miyazaki, caratterizzato da una forte componente avventurosa e da un certo romanticismo rétro. Accanto a questo, il canale ospitava la nuova versione di Gaiking – Legend of Daiku-Maryu, remake moderno di un robot classico, e poi MÄR Heaven, shōnen d’azione tratto da un manga già noto al pubblico specializzato. Abbiamo menzionato Prince of Tennis, pezzo forte della rivista Weekly Shonen Jump di qualche tempo fa. L’anime, ispirato all’omonimo manga originale, è una serie sportiva che in Giappone dievenne un piccolo fenomeno di costume, ma che in Italia era conosciuta soprattutto dalla nicchia che seguiva fansub e import. In mezzo a questi titoli spuntavano veri e propri gioiellini di programmazione: Hyou Senki, serie Bones del 2000, ambientata in un Giappone Meiji in cui i samurai combattono con dei robot chiamati karakuri. Oltre ai soliti combattimenti la serie aveva come sfondo i conflitti politici del Giappone di quell’epoca; l’anime, inoltre, aveva avuto circolazione internazionale anche attraverso il canale Animax Asia.

Altre serie in prima tv furono Legendz – La leggenda dei re draghi; e l’accoppiata nostalgico–modernista di Slayers Revolution ed Evolution-R, nuove stagioni di The Slayers, conosciuto in Italia come Un incantesimo dischiuso tra i petalid el tempo per Rina, celebre anime fantasy ispirato ai romanzi di Hajime Kanzaka. Fu inoltre l’unico canale a trasmettere Z Gundam, una manna dal cielo per gli appassionati del robottone creato da Yoshiyuki Tomino! Il problema, però, stava nella struttura: molte serie venivano trasmesse tre volte al giorno, ma non sempre con la logica della replica della stessa puntata. In alcuni casi le fasce orarie ospitavano episodi differenti, creando un effetto labirinto: chi non studiava con la guida TV in mano rischiava concretamente di perdersi il filo. Lo spettatore più motivato era spinto a seguire le maratone del weekend, in cui venivano riproposti gli episodi della settimana, ma questo significava incollarsi allo schermo per ore ed ore. Le community online, già nel 2008, segnalavano proprio questo: palinsesto ricco, titoli interessanti, ma gestione “alla Mediaset”, dispersiva, non pensata su misura per il binge-watching tematico che, paradossalmente, il canale rendeva possibile. Hiro, insomma, aveva in mano un mazzo di carte validissime, ma le giocava con un ordine caotico, quasi come se la quantità fosse di per sé una garanzia sufficiente di soddisfazione del pubblico.

Porfi, l’Italia immaginaria e i piccoli cortocircuiti di un meisaku

Fra gli inediti che più colpirono gli appassionati, Il lungo viaggio di Porfi occupa un posto particolare. Si tratta di un meisaku Nippon Animation del 2007, nato nel solco delle serie “classiche” tratte da romanzi occidentali, ma ambientato negli anni cinquanta, con una trama incentrata sul viaggio, sul trauma e sulla ricostruzione. Porfi, per molti, rappresentò il lato più sofisticato di Hiro. La serie raccontava il pellegrinaggio di un bambino alla ricerca della sorellina, in un’Europa di metà ‘900, passando anche per un’Italia che la regia immaginava come un paese luminoso, prospero, quasi da cartolina. L’Italia degli anni Cinquanta che appare in Porfi è un luogo pieno di persone serene e benestanti, lontanissimo dal clima reale di un paese appena uscito dal conflitto, alle prese con la povertà, le fratture sociali, le migrazioni interne.

A rendere ancora più stridente questo contrasto si aggiungevano alcuni anacronismi evidenti, come la comparsa di riferimenti a un sito web su un cartello, in un contesto storico in cui Internet non esisteva neppure come idea. Piccoli dettagli che non sfuggirono agli spettatori più attenti e che contribuirono a trasformare la serie in un cult “strano”, amatissimo per intensità emotiva ma anche discusso per il modo in cui reinventava la memoria storica europea.

In questo senso, Hiro si faceva veicolo di un immaginario ibrido, in cui l’Europa idealizzata degli anime meisaku conviveva con robottoni, adolescenti sportivi e maghette contemporanee (Shugo Chara!). Il problema era che il canale non accompagnava mai davvero lo spettatore dentro questi cortocircuiti: niente rubriche, nessun approfondimento, nessun contesto. Porfi passava, commuoveva, lasciava tracce tra i fan… ma Hiro non provava a costruirci sopra un discorso, a valorizzarlo come elemento identitario, così come non lo faceva con le altre serie animate in palinsesto.

Kamen Rider Dragon Knight: il ritorno di un mito mascherato

Tra le scelte più peculiari del palinsesto di Hiro spicca l’inserimento dell’unica serie live action mai trasmessa dal canale: Kamen Rider Dragon Knight, approdato ufficialmente sulla rete il 16 aprile 2010. La presenza di un prodotto non animato in un canale quasi monografico dedicato agli anime poteva sembrare una deviazione, ma in realtà rappresentava una continuità ideale con un passato che molti spettatori ricordavano confusamente: l’Italia aveva già incontrato l’universo dei Rider a metà degli anni Novanta, quando Italia 1 programmò nella fascia del pranzo Masked Rider, versione americana di “Kamen Rider Black RX”. Quel telefilm, con protagonista il giovane Dex e con un tono a metà tra umorismo e azione, cercava di capitalizzare il successo esplosivo dei Power Rangers, portando nelle case italiane un Rider adattato per il pubblico occidentale, ricco di gag, situazioni famigliari e una componente narrativa semplificata che piaceva ai bambini dell’epoca.

Dragon Knight, invece, nasceva con altre ambizioni. Prodotto tra il 2008 e il 2009, voleva restituire al franchise un tono più serio, più coerente con la tradizione tokusatsu e meno vincolato alle atmosfere slapstick degli anni Novanta. Le trasformazioni, le armature, i combattimenti e l’intera estetica del telefilm cercavano un equilibrio nuovo: rendere i Rider accessibili al pubblico americano, ma senza cancellarne completamente le radici giapponesi. Era il primo tentativo moderno di reimportare l’immaginario Kamen Rider in Occidente con un rispetto maggiore per la sua iconografia originale.

La sua collocazione su Hiro era strategica: serviva a dimostrare che il canale non voleva essere soltanto un contenitore di anime, ma un ponte verso tutto l’universo narrativo dell’immaginario nipponico, includendo anche i live action, che in Giappone godono di un seguito tanto forte quanto l’animazione. Dragon Knight introduceva così un ritmo diverso nel palinsesto, aggiungendo una componente spettacolare fatta di stunt reali, coreografie marziali e personaggi in carne e ossa, ricordando agli spettatori che robot, maghette e guerrieri mascherati nascono spesso dallo stesso humus culturale.

In un certo senso, il telefilm, pur rielaborato a livello di trama e con attori occidentali, rappresentava ciò che Hiro avrebbe potuto diventare se avesse avuto più respiro editoriale: un canale capace di raccontare i mille volti del Giappone pop, non soltanto le sue serie animate. Dragon Knight rimase un’eccezione solitaria, ma anche un segno della direzione che il canale avrebbe voluto esplorare prima che gli oscuramenti, i tagli e le priorità aziendali ne tarpessero le ali.

Disservizi, oscuramenti e la frattura con il pubblico

Se c’è un capitolo che segna in modo irreversibile il rapporto fra Hiro e il suo pubblico, è quello dei disservizi strutturali. Questa defunta realtà mediatica porta su di sé un primato imbarazzante: è il primo canale a pagamento italiano che interrompe sistematicamente le proprie trasmissioni, oscurandosi, per favorire la messa in onda di altri canali o servizi di Mediaset Premium. L’effetto concreto è devastante: episodi in prima visione che diventano improvvisamente invisibili sul digitale terrestre durante le finestre sportive, serie monche che devono essere recuperate nottetempo, bambini e ragazzi costretti a inseguire repliche collocate in fasce orarie assurde. Un canale nato per rassicurare gli appassionati sugli anime, finisce per diventare sinonimo di inaffidabilità.

Durante la stagione di Serie A 2008–2009, la domenica pomeriggio Hiro viene regolarmente oscurato dalle 14.30 alle 17.30: proprio la fascia in cui molti ragazzi sono a casa e potrebbero seguire i loro programmi preferiti. La logica editoriale è chiara: il calcio è il vero motore della pay TV, tutto il resto è sacrificabile. Ma quando il “resto” è un canale che promette continuità narrativa (gli anime, ovviamente, si seguono a episodi), l’oscuramento smette di essere un semplice disagio e diventa una ferita al patto fiduciario con lo spettatore. Nella stagione 2009–2010 la situazione peggiora: Hiro si spegne durante la Champions League, la Coppa UEFA e, ancora una volta, durante tutte le partite di Serie A. Nella stagione 2010–2011, con la fase a gironi della Champions, si arriva al paradosso: gli oscuramenti si protraggono fino alle due del mattino, coinvolgendo anche parte delle fasce notturne che, sulla carta, avrebbero potuto essere l’ultima ancora di salvezza per chi si era perso un episodio durante il giorno. Dal 2 aprile al 30 maggio si aggiungono anche gli oscuramenti della Serie B al sabato. A quel punto seguire una serie in onda su Hiro significava tenere in mano non solo la guida TV, ma anche il calendario calcistico. La frattura definitiva arriva con l’interferenza di un’altra colonna dell’offerta commerciale Mediaset: il reality Grande Fratello 11.

Il Grande Fratello e la notte rubata a Hiro

Dal 18 ottobre 2010, data di inizio del Grande Fratello 11, fino al 18 aprile 2011, Hiro viene sospeso tutte le notti da mezzanotte alle sette del mattino. Di fatto, l’intera fascia notturna del canale viene sacrificata per fare spazio al flusso continuo del reality più importante della rete. Questa scelta, che per un canale generalista sarebbe discutibile ma comprensibile, su un canale tematico a pagamento appare quasi suicida. Proprio le repliche notturne erano, per molti spettatori, la soluzione ai blackout pomeridiani e serali dovuti al calcio. Con la notte occupata dal Grande Fratello, l’idea di “recuperare” gli episodi saltati diventa ancora più complicata.

Il messaggio implicito è chiarissimo: gli anime sono un contenuto di serie B, sacrificabile ogni volta che la piattaforma ha bisogno di banda per altro. Il bambino che salta una puntata de Il segreto della sabbia o l’adolescente che perde un episodio di Hyou Senki non sono considerati un problema paragonabile al tifoso che reclama l’ennesimo canale calcistico o al pubblico nottambulo del reality Mediaset.

In un contesto di questo tipo, non sorprende che la percezione di Hiro, sui forum e nelle community, inizi a inclinarsi: canale interessante, ma “inaffidabile”; programmazione buona, ma continuamente sabotata da oscuramenti; abbonamento pagato per un servizio che, di fatto, non garantisce continuità. L’esperienza di un appassionato dei cartoni animati giapponesi, che si basa sulla fedeltà a una serie, mal si concilia con un canale che va periodicamente in nero.

Il “derby” mancato: Hiro contro Cooltoon per il trono degli anime

Per comprendere a fondo il ruolo di Hiro nel panorama televisivo italiano, bisogna osservare la scena dall’altra sponda dell’offerta pay: Sky. Qui, nel 2007, nasceva Cultoon, un canale tematico interamente dedicato ai cartoni animati cult, con un focus particolare su robottoni, serie giapponesi storiche e animazione nostalgica. Il nome “Cultoon” era un gioco di parole che fondeva “cult” e “cartoon”, suggerendo fin dal principio una missione curatoriale: recuperare, restaurare e valorizzare l’immaginario televisivo di una generazione.

Il progetto funzionava proprio perché sembrava ricalcare, almeno idealmente, un modello internazionale ben noto agli appassionati: WWE 24/7, il servizio americano on demand della World Wrestling Entertainment che archiviò match storici, programmi introvabili, pay-per-view del passato e documenti d’epoca. Un “museo vivente” dello sport-entertainment, costruito con cura filologica e continuità, pensato per chi voleva esplorare la memoria culturale di quel mondo senza limiti di orario (per la cronaca, WWE 24/7 fu presente per diversi anni anche nel servizio Sky Primafila). Quando si cerca, in maniera forse un po’ audace, di paragonare Cultoon a WWE 24/7, si vuol dare l’idea di un canale che non si limitava a “mandare in onda” degli anime del passato, ma che li custodiva, li celebrava, li proteggeva. Un archivio emotivo prima ancora che televisivo.

Ma proprio questo nome, così efficace e subito riconoscibile, diventò il centro di un problema legale. Negli stessi anni, infatti, su Fox esisteva un noto programma chiamato Cult, dedicato al cinema d’autore. La somiglianza tra “Cultoon” e “Cult” generò una contestazione formale da parte di Fox, che rivendicò la potenziale confusione fra i due marchi. A quel punto Sky si trovò costretta a intervenire: per evitare complicazioni legali e per differenziare l’identità del canale, Cultoon fu ribattezzato “Cooltoon”, mantenendo il suono simile ma spostando l’accento su un’immagine più moderna, più “cool”, più adatta all’idea di un contenitore giovanile in evoluzione.

Il cambio di nome non fu però solo un fatto nominale: segnò anche un cambiamento editoriale. Da archivio–museo nostalgico, Cooltoon provò a diventare un canale più contemporaneo, aprendo le porte ad anime moderni, sperando di catturare non solo i girellari nostalgici ma anche le nuove generazioni cresciute con Naruto e One Piece. Nel momento in cui Cooltoon tentava questo salto, Mediaset lanciava quasi contemporaneamente Hiro, proponendolo come il suo canale anime definitivo, ricco di inediti, prime TV e un’identità grafica futuristica.

Dopo la “rivalità” (mai dichiarata realmente) tra Italia 1 e il suo pomeriggio animato e l’Anime Night di MTV, si andò a creare (anche in questo caso senza proclami espliciti), un duello per il trono degli anime in Italia: Sky schierava un canale che voleva unire archivio e modernità; Mediaset rispondeva con un canale più giovane, più accessibile, con un palinsesto fitto e una library aggiornata. Ma il derby si concluse senza vincitori.

Cooltoon, pur forte di un’identità inizialmente molto amata, iniziò lentamente a perdere smalto, soffocato dalle repliche e da una strategia editoriale sempre meno chiara, fino alla chiusura improvvisa nel 2011,a favore di Man-ga, ennesimo canale specializzato in anime nato l’anno prima. L’idea di creare un archivio di cult del passato, con un palinsesto rinnovato lentamente ma costantemente, non riuscì mai veramente a decollare. Il canale di David Bouchier fu infatti schiacciato dai budget limitati e dalla percezione che esso fosse un semplice “extra” di Sky, non una sua colonna portante.

Dall’altra parte, Hiro aveva il problema opposto: tanti contenuti, tante prime TV, tanto entusiasmo… ma anche una fragilità strutturale drammatica. Gli oscuramenti per la Serie A, la Champions, la Coppa UEFA e perfino il Grande Fratello finirono per sabotare quello che avrebbe dovuto essere il secondo canale italiano (ITT fu il primo in assoluto) dedicato agli anime con un’identità forte. Un canale tematico non può spegnersi ogni volta che la piattaforma decide di liberare banda, e Hiro, pur essendo ricco di titoli, venne trattato esattamente così.

Il risultato fu che nessuno dei due canali riuscì a diventare “il Mangas italiano”, l’icona che avrebbe potuto rappresentare gli anime nel nostro Paese. Mangas, il canale della compagnia francese AB, è da anni (nel 2026 spegnerà le 30 candeline) apprezzatissimo presso i nostri cugini d’oltralpe, poiché affianca cult anni ’80-’90 a qualche novità più moderna, riuscendo quindi a sopravvivere e a guadagnarsi un posto nella pay tv francese, contando su una fetta non indifferente di fedeli telespettatori. Situazione del tutto diversa (e sfortunata) nel Belpaese: Cooltoon rimase un esperimento nostalgico incompiuto, Hiro un contenitore ricco ma instabile, lasciato continuamente scoperto dalle priorità di Mediaset.

In retrospettiva, il “derby” Hiro–Cooltoon è una storia di ambizioni sbagliate, di potenzialità non sfruttate e di tempistiche mancate. Due tentativi diversi, due strade parallele, una stessa conclusione: l’Italia, nonostante sia uno dei mercati più appassionati del mondo, non è mai riuscita ad avere un canale anime forte quanto avrebbe meritato.

Lo spegnimento estivo e la trasformazione in Premium Hiro

La fine della versione lineare di Hiro è tanto simbolica quanto concreta. Il 1º agosto 2011, dopo aver trasmesso un episodio di Mermaid Melody – Principesse sirene alle 7.00 del mattino, il canale entra in standby: in onda resta solo il logo di Mediaset Premium fino alle 12.00, poi il segnale si spegne definitivamente sia sul digitale terrestre sia via cavo. Da quel momento, sul canale in chiaro non torna più nulla. Hiro però non muore del tutto, almeno non ancora, ma prosegue il suo ciclo vitale in un’altra forma: diventa Premium Hiro, un canale on demand inserito all’interno del servizio Premium Play / Premium Net TV. Non c’è più un flusso lineare, ma un catalogo di serie on demand: in teoria un paradiso per l’appassionato, in pratica un esperimento a metà, in un’epoca in cui la banda, i decoder e la stessa cultura dello streaming non sono ancora maturi come oggi. Premium Hiro diventa anche la casa di alcune esclusive particolarissime: ad esempio, la terza stagione di Shugo Chara! viene resa disponibile solo in streaming, e non arriverà mai in chiaro in TV, rimanendo una sorta di reliquia “fantasma” dell’epoca. Hiro diviene una realtà avanguardistica ma non troppo compresa all’epoca, assolutamente fuori dall’orizzonte di chi vive la TV in modo tradizionale, soprattutto le famiglie meno tecnologizzate.

La chiusura definitiva arriverà nel marzo 2013, quando Premium Hiro viene dismesso anche come brand on demand. A quel punto, l’esperienza è conclusa: ciò che resta è un’eredità sparsa di serie che nel frattempo migrano su Boing, Italia 1, Cartoonito, K2, Frisbee, oppure approdano anni dopo su piattaforme streaming. Il sogno di un canale unico dedicato agli anime è ufficialmente archiviato.

Perché Hiro non eguagliò Italian Teen Television

Guardando a posteriori la storia di Hiro, il confronto con Italian Teen Television è inevitabile. ITT aveva una durata relativamente breve, ma nella memoria degli spettatori è rimasto come un unicum: un canale in cui anime e produzioni autoprodotte convivevano, costruendo un’immagine forte, riconoscibile, quasi affettiva. Quando i fan parlano di ITT ricordano i conduttori, i programmi come Bandit e Mangaus, le atmosfere da Bim Bum Bam 2.0. Hiro, invece, viene ricordato soprattutto per i titoli che ha trasmesso. È una differenza enorme. Un conto è amare un canale, un altro è amare le serie che ci passano sopra. Nel primo caso il logo diventa un’icona, un marchio di fiducia; nel secondo, il canale non è che una pipeline fra l’opera e lo spettatore, facilmente sostituibile da qualsiasi altra piattaforma che offra gli stessi contenuti con meno disservizi.

Perché Hiro non è diventato “casa”, un luogo accogliente per un appassionato? Le ragioni principali sono tre:

– L’assenza di un vero progetto editoriale che valorizzasse la cultura anime oltre la semplice messa in onda;
– La scelta di sacrificare il canale ogni volta che sport o reality ne avevano bisogno;
– La mancanza di continuità narrativa, aggravata da palinsesti confusi e oscuramenti frequenti.

Un canale per ragazzi deve essere affidabile, quasi rituale: lo fai diventare parte delle abitudini quotidiane del pubblico, lo trasformi in un luogo dove è sempre chiaro “che cosa passa e quando”. Hiro, con le sue interruzioni sistematiche e il suo palinsesto matto, ha spesso prodotto l’effetto opposto: frustrazione, smarrimento, rabbia.

In più, l’assenza totale di autoproduzioni, rubriche e facce riconoscibili ha impedito la creazione di un legame emotivo. Se un altro canale avesse trasmesso Prince of Tennis, Il segreto della sabbia e Hyou Senki in modo più ordinato e senza blackout, lo spettatore non avrebbe avuto alcun motivo per rimpiangere il brand “Hiro” in sé.

L’eredità di Hiro oggi: ricordato come un juke box spara-anime

A distanza di anni, Hiro sopravvive soprattutto nei ricordi degli appassionati come “quel canale di Mediaset che aveva un sacco di anime inediti, alcuni strani e introvabili, ma che veniva oscurato di continuo per il calcio e il Grande Fratello”. È una sintesi crudele ma tutto sommato accurata.

Da un lato c’è la gratitudine: grazie a Hiro molti hanno visto per la prima volta Prince of Tennis, Il segreto della sabbia, Il lungo viaggio di Porfy, Hyou Senki, Let’s Go Taffy, Offside e tante altre serie che, senza quel canale, sarebbero forse rimaste confinate nei cataloghi esteri o nei circuiti home video. Dall’altro c’è la consapevolezza che Mediaset non ha colto l’occasione per farne un laboratorio, un punto di riferimento, un marchio forte, preferendo trattarlo come un contenitore riempibile e svuotabile a piacimento.

Se Italian Teen Television aveva un’anima, fatta di autoproduzioni, Hiro ha scelto di essere un juke box spara-anime: una fredda sequenza di titoli splendidi, uno dopo l’altro, ma dietro non c’era una voce editoriale che spiegasse, raccontasse, difendesse quel mondo. Nel momento in cui il juke box si è spento, è rimasto soprattutto il ricordo delle canzoni, non della macchina che le suonava.

In un’epoca in cui lo streaming ha moltiplicato le possibilità di accesso agli anime, la parabola di Hiro suona quasi profetica: un esperimento che anticipava il binge-watching on demand, ma che non aveva ancora gli strumenti – tecnici, culturali e aziendali – per sostenerlo. Il passaggio a Premium Hiro è stato un tentativo di traghettare quell’intuizione nel nuovo mondo digitale, ma troppo presto e con troppa poca convinzione.

Oggi, quando si parla di canali per soli anime, l’Italia guarda con invidia a realtà come Mangas o Animax all’estero, capaci di creare nel tempo una loro mitologia. Hiro, invece, è rimasto una promessa incompiuta: potente nei ricordi di chi lo ha vissuto, irrimediabilmente fragile sul piano industriale.

Fabrizio Margaria: l’architetto silenzioso di Hiro

Nel racconto della breve parabola di Hiro, un nome ritorna con insistenza tra gli appassionati e negli archivi digitali dell’epoca: quello di Fabrizio Margaria, storico responsabile della fascia ragazzi di Mediaset e figura cardine nella costruzione dell’identità del canale. Margaria era già noto nell’ambiente televisivo come l’uomo che aveva traghettato nel palinsesto di Italia 1 i grandi successi degli anni Novanta e Duemila, dal revival dei robottoni alle stagioni di Naruto, dalle serie meisaku ai prodotti occidentali più forti. Quando Mediaset decise di creare un secondo canale pay interamente dedicato all’animazione, la scelta di affidarlo alla sua visione apparve quasi naturale: conosceva il pubblico, conosceva il mercato, parlava regolarmente con i forum degli appassionati in un’epoca in cui il dialogo tra broadcaster e fan non era affatto scontato.

Nelle interviste rilasciate in quegli anni, Margaria si mostrava convinto che l’Italia potesse sostenere un canale anime moderno, capace di proporre titoli in prima visione, doppiaggi freschi e una programmazione meno compressa rispetto a quella delle reti generaliste. Prometteva un equilibrio fra contenuti classici e novità, ribadiva di voler trattare gli anime con dignità editoriale, sottolineava che Hiro sarebbe diventato uno spazio di valorizzazione del patrimonio giapponese al di fuori delle logiche dei palinsesti tradizionali. Era un manager che credeva davvero nel potenziale della cultura anime, e che provava a costruire un ponte tra l’industria televisiva italiana e le aspettative di un fandom sempre più consapevole.

Proprio le sue dichiarazioni pubbliche generavano entusiasmo: parlava di nuovi doppiaggi, di serie inedite, di una maggiore attenzione alle sigle originali, di un uso meno aggressivo delle censure. Hiro avrebbe dovuto incarnare questo rinnovamento, diventare il primo canale italiano in cui l’animazione nipponica veniva programmata senza essere trattata come un riempitivo. Tuttavia, la sua visione si scontrò con una realtà aziendale molto più rigida. I continui oscuramenti per il calcio, le sospensioni notturne dovute ai reality, i limiti tecnici della piattaforma Premium e la mancanza di investimenti strutturali resero impossibile trasformare Hiro nel laboratorio che Margaria aveva immaginato. La sua idea di un canale tematico autorevole e protetto naufragò contro le priorità editoriali di Mediaset, più interessata ai ricavi dei diritti sportivi che al consolidamento di un marchio per appassionati.

Eppure, nonostante le difficoltà, una parte della community continua a ricordare Margaria come uno dei pochi dirigenti televisivi italiani che abbia provato davvero a dialogare con il pubblico degli anime, rispondendo alle domande sui forum, spiegando scelte di palinsesto, giustificando ritardi nei doppiaggi e cercando, nei limiti del possibile, di far emergere titoli meno noti. Un grande professionista che, purtroppo, al giorno d’oggi è lontano dal business degli anime. Un vero peccato perché avrebbe ancora molto da dare. Ebbene, Hiro è stato anche questo: il tentativo di un singolo dirigente di trasformare una passione in un progetto industriale. Il fallimento del canale non è il fallimento della sua visione, ma la prova che in quel momento storico la televisione italiana non era ancora pronta a sostenere un canale interamente dedicato all’animazione giapponese. Margaria rimane l’architetto di un sogno incompiuto, il volto dietro un progetto che avrebbe potuto cambiare il rapporto fra anime e televisione italiana, ma che finì per infrangersi contro i limiti strutturali dell’industria che lo aveva generato.

Una fine positiva? L’epoca dell’overdose di anime

Guardare oggi alla chiusura di Hiro significa collocarla in un panorama radicalmente mutato, in cui l’animazione giapponese non è più un territorio di nicchia né un bene raro, ma un flusso costante che invade piattaforme e programmazioni. È un contesto in cui ogni settimana vengono aggiunte decine di titoli ai cataloghi di Netflix, Prime Video, Disney+, Crunchyroll; un mondo in cui perfino il digitale terrestre ha visto il ritorno di Man-ga e la proliferazione di finestre tematiche come Ka-Boom e Contactoons. Paradossalmente, la morte di Hiro coincide con la nascita di un’epoca in cui gli anime non hanno più bisogno di un “canale icona” per esistere: vivono ovunque, sempre, in ogni momento della giornata, raggiungibili con un click.

Se Hiro fosse sopravvissuto fino ad oggi, probabilmente avrebbe perso la sua stessa ragion d’essere. La logica del canale tematico lineare mal si adatta a un pubblico abituato al consumo on demand, allo zapping digitale, ai cataloghi mastodontici in cui il singolo titolo conta più della cornice editoriale che lo ospita. L’Italia, a differenza della Francia con Mangas, non ha più un bisogno identitario di un canale-marchio che rappresenti gli anime: la presenza massiccia sulle piattaforme ha sdoganato l’animazione giapponese definitivamente, togliendo al canale dedicato quel fascino di “porto sicuro” che era essenziale negli anni Duemila. Mangas è un’eccezione, un’icona, un’identità ben strutturata del popolo televisivo francofono. Hiro muore e pochi anni dopo l’Italia entra in una nuova era, un’era in cui scopre che l’icona non serve più, perché l’offerta è talmente vasta da travolgere ogni totem.

Ma questa abbondanza porta con sé un paradosso malinconico. Siamo entrati in un’epoca che potremmo definire di saturazione, quasi di decadenza, in cui l’animazione giapponese è divenuta una moda pompata, sovraesposta, spesso più orientata alla quantità che alla qualità. I cataloghi si gonfiano, le stagioni si accorciano, molte serie vengono dimenticate nel giro di pochi mesi. L’eccezione si è trasformata in routine; ciò che un tempo era evento oggi è algoritmo. Viviamo un’overdose di anime, e come tutte le overdose rischia di anestetizzare il gusto. Se prima l’anime era nazionalpopolare, solamente due o tre serie bastavano per creare una moda tra i bambini, ora gli anime sono divenuti qualcosa di mainstream, ma allo stesso tempo di “radical chic” , un business più vicino alle fiere del fumetto, un divertissement da figli di papà che tentano di emulare i loro eroi facendone un trend.

In questo scenario, l’idea del “grande canale degli anime”, quello che in Francia è incarnato da Mangas, appare quasi anacronistica. L’Italia, forse, non ne ha più bisogno. Quello che manca, semmai, è l’opposto: piccoli spazi, piccole cornici, piccoli templi televisivi che ridiano all’animazione un senso di intimità e di ritualità. In fondo, il cuore pulsante degli anime italiani degli anni Ottanta e Novanta non nasceva nei canali tematici, ma nei contenitori come Ciao ragazzi su Telecapri, o di Zap Zap TV su Telemontecarlo. Nei palinsesti, soprattutto quelli dei canali locali, capaci di dare colore e attesa alle serie, in quelle finestre che non offrivano molto ma offrivano qualcosa di unico.

Oggi il modello che funziona davvero non è quello del “mega canale”, ma quello delle piccole isole felici: Ka-Boom su Supersix, con la sua selezione artigianale di anime cult; Contactoons, con la sua identità popolare e leggera; i micro-contenitori che ritagliano nella TV lineare lo spazio che le piattaforme non possono sostituire, quello della ritualità. Forse la fine di Hiro su Mediaset Premium e di Man-ga su Sky (nel 2020) è stata anche una liberazione, perché ha permesso di riscoprire la bellezza della TV piccola, locale, curata, non schiacciata dalla bulimia dei cataloghi globali.

L’animazione giapponese vive oggi una stagione contraddittoria. Mai così diffusa, mai così disponibile, mai così presente… e allo stesso tempo mai così fragile, omologata, satura. Non è un problema italiano, ma una condizione internazionale: troppi titoli, troppa velocità, troppo poco respiro. Il mito degli anime come universo raro, prezioso, esotico è evaporato. Ne resta un riflesso sfocato nelle community, ma la magia del “momento atteso” si è quasi dissolta.

In questo senso, guardare indietro alla storia di Hiro significa comprendere che il suo fallimento non è stato un incidente isolato, ma il preludio di un cambiamento epocale. Il canale che non riuscì a diventare icona è scomparso proprio mentre l’animazione diventava ubiqua. E oggi, paradossalmente, la sua assenza appare come un promemoria: per tornare ad amare davvero gli anime, forse non servono cataloghi sterminati, ma spazi piccoli, raccolti, affettuosi, come un tempo erano i contenitori pomeridiani delle TV nazionali e locali, o come oggi cercano di essere Ka-Boom e Contactoons. In un mondo saturo, la semplicità è la vera rivoluzione. E intanto Man-ga è rinato come canale su HbbTV. Saprà reinventarsi e fare la differenza in un mondo telematico in cui qualsiasi serie anime, vecchia o nuova che sia, è disponibile con un solo click? Staremo a vedere!

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