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Il Gargano e la notte dei defunti: storie, riti e leggende

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Dalle questue dei bambini alle leggende dei pescatori, fino al grano dei Morti, conosciuto nel Foggiano come Cicc cuòtt: sul Gargano, i riti del 2 novembre raccontano il legame tra i vivi e chi non c’è più.

Una calza appesa a una porta, un pezzo di pane lasciato sulla tavola, le reti che restano a terra. Sono gesti diversi, nati in luoghi e circostanze differenti, ma legati da una stessa idea: nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta. E così, almeno per una notte, secondo le credenze popolari, i defunti possono tornare nelle case, ricevere un’offerta, lasciare un dono o richiamare al rispetto di una ricorrenza.

Sul Gargano, il culto dei defunti si è espresso attraverso consuetudini domestiche, racconti tramandati oralmente e pratiche legate al lavoro. Le testimonianze raccolte nel Novecento dagli studiosi di tradizioni popolari restituiscono un paesaggio nel quale la commemorazione religiosa entrava nella vita quotidiana: nelle strade percorse dai bambini, nelle cucine delle famiglie, nei gesti di chi viveva di pesca. Il tempo, purtroppo, ha fatto sì che solo alcune di queste usanze sopravvivessero. Difatti, oggi, molte tradizioni sono rimaste solo un mero ricordo.

«All’aneme i murt»: la questua nei vicoli

A Monte Sant’Angelo, la festa dei Morti aveva il passo dei bambini che giravano per le strade bussando alle porte. La richiesta era breve, pronunciata in dialetto: «all’aneme i murt». In cambio arrivavano caldarroste, dolci e altri piccoli doni.

Una testimonianza anteriore a quella di Cleto Corrain si trova nell’opera di Giovanni Tancredi, Folclore garganico, pubblicata nel 1938. Nel descrivere le consuetudini di Monte Sant’Angelo, Tancredi documenta pratiche legate alla festa dei Morti e ricorda l’attesa dei doni attribuiti alle anime dei defunti. I bambini appendevano una calza alla cappa del camino o dietro la porta, confidando che durante la notte venisse riempita di frutta secca, castagne, noci e altri piccoli regali. La sua opera restituisce un quadro delle credenze e delle usanze popolari garganiche nella prima metà del Novecento.

Una documentazione più dettagliata si trova nello studio di Cleto Corrain, Ricerche etnografiche nel Gargano, pubblicato nel 1962 sulla Rivista di Etnografia. Lo studioso descrive la questua infantile a Monte Sant’Angelo e in altri centri del promontorio, rilevando come le modalità della ricorrenza variassero da una località all’altra.

Le due testimonianze, appartenenti a momenti diversi della ricerca etnografica, permettono di seguire nel tempo la documentazione di alcune consuetudini garganiche, senza presumere che siano rimaste identiche in ogni dettaglio.

Il gesto aveva una dimensione che univa il sacro al profano. I bambini passavano di casa in casa, ricevevano qualcosa da mangiare e pronunciavano il nome dei defunti. La memoria dei morti diventava così parte di un’esperienza collettiva, nella quale le famiglie partecipavano attraverso piccoli doni e consuetudini condivise.

Nella stessa ricerca, Corrain documenta un altro gesto significativo. La sera di Ognissanti, a Monte Sant’Angelo e a Vieste, si lasciavano sulla tavola un pezzo di pane e dell’acqua, destinati idealmente alla fame e alla sete delle anime dei trapassati.

Non occorrevano cerimonie solenni. Bastavano alimenti comuni, collocati in casa con un’intenzione particolare. Per una notte, la tavola familiare faceva simbolicamente posto anche a chi non poteva più sedersi davvero a mangiare.

Manfredonia, la leggenda delle reti colme di rifiuti

Discendendo la montagna, sulla costa, il rapporto con i defunti si intreccia con quello della marineria e con l’incertezza del lavoro in mare. A Manfredonia, una storia tramandata per tradizione orale associa il 2 novembre a un episodio che avrebbe trasformato una battuta di pesca in un ammonimento.

Secondo la ricostruzione del racconto popolare, più di sessant’anni fa un gruppo di pescatori avrebbe deciso di uscire in mare nella notte precedente la commemorazione dei defunti, con l’intenzione di rientrare dopo l’ultima pescata.

Quando recuperarono le reti, però, non trovarono pesce, ma soltanto rifiuti marini. La delusione si trasformò in un’interpretazione religiosa dell’accaduto: qualcuno collegò quella pesca infruttuosa al mancato rispetto delle anime del Purgatorio. Negli anni successivi, secondo il racconto, i pescatori avrebbero evitato di lavorare il giorno dei Morti.

La tradizione è associata all’espressione dialettale «mennezze e ciucchtelle», riportata nella testimonianza giornalistica in relazione ai rifiuti e ai resti che le reti avrebbero potuto riportare a galla.

Non siamo di fronte a una cronaca verificata in ogni suo dettaglio, ma a una leggenda locale, il cui valore risiede soprattutto nel significato attribuito all’episodio. Non è stato possibile accertare in modo indipendente quando sia avvenuta la vicenda, chi fossero i pescatori coinvolti o quanto a lungo sia stato osservato il presunto divieto di uscire in mare.

Il racconto conserva tuttavia un interesse antropologico. Il mare, fonte di sostentamento e insieme luogo di pericolo, diventa uno spazio in cui si incontrano il lavoro, la fede e il ricordo di chi non c’è più.

La storia suggerisce inoltre come una comunità possa attribuire a un evento sfortunato un significato morale e religioso, trasformandolo in un ammonimento trasmesso oralmente. Anche il lavoro, in determinati giorni, può così lasciare spazio al ricordo.

La calza dei Morti: i doni dei defunti

Tra le consuetudini più suggestive della ricorrenza c’è quella della calza destinata ai bambini. Nelle testimonianze raccolte sul Gargano, l’oggetto compare con modalità differenti da paese a paese.

Cleto Corrain documenta a San Giovanni Rotondo l’usanza di appendere una calza all’interno della porta, nella speranza di ricevere doni dai morti. La ricorrenza era legata a una credenza più ampia, diffusa nel promontorio: in occasione della festa dei defunti, i morti potevano portare strenne ai bambini, svolgendo una funzione che altrove sarebbe stata associata alla Befana.

La testimonianza di Giovanni Tancredi, riportata nelle ricostruzioni dedicate alle tradizioni garganiche, aiuta a comprendere la profondità storica di questa credenza. Nel suo racconto della festa di Monte Sant’Angelo, la calza appesa alla cappa del camino o dietro la porta diventa il punto d’incontro simbolico tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.

Le calze potevano contenere frutta secca, castagne, noci e altri alimenti conservabili, insieme a dolci e piccoli doni, secondo le consuetudini familiari. I dettagli non erano identici ovunque e cambiavano con il tempo, ma il principio restava riconoscibile: i defunti tornavano idealmente nei luoghi abitati in vita e non dimenticavano i più piccoli.

La credenza trasformava una ricorrenza legata alla perdita in un momento di attesa. La morte restava una separazione, ma il racconto familiare la rendeva comprensibile anche ai bambini, attraverso un oggetto familiare e la sorpresa di ciò che avrebbero trovato al risveglio.

La calza, come altri riti domestici, era anche un mezzo di trasmissione fra generazioni. I genitori ripetevano gesti appresi nell’infanzia; i nonni ricordavano come si preparavano i doni un tempo; gli oggetti potevano cambiare, mentre la storia che li accompagnava continuava a essere raccontata.

Il grano dei Morti: “U grene i murte”

La memoria dei defunti passa anche dalla cucina. In Puglia, una delle preparazioni più caratteristiche della ricorrenza del 2 novembre è il grano dei Morti, un piatto dolce a base di chicchi di grano cotto, vincotto, melagrana, frutta secca e cioccolato, con varianti legate alle consuetudini familiari e alle diverse aree del territorio.

I nomi cambiano da luogo a luogo. Nell’area foggiana la preparazione è conosciuta come U grene i murte. La tradizione garganica è documentata già da Giovanni Tancredi in Folclore garganico, pubblicato nel 1938. Nel descrivere la festa di Ognissanti a Monte Sant’Angelo, l’autore ricorda che le donne preparavano piccole quantità di grano e granturco lessati nel latte, conditi con vincotto di fichi. La testimonianza, riportata anche nelle ricostruzioni successive dedicate al folclore garganico, restituisce una consuetudine alimentare attestata nella prima metà del Novecento e mostra come le preparazioni dedicate ai defunti potessero differire dalla ricetta oggi più conosciuta.

La scheda regionale del U grene i murte collega la preparazione alla tradizione bizantina del grano cotto, richiamando il greco kollyba. Questo riferimento aiuta a collocare il piatto in una storia culturale più ampia, nella quale il grano cotto è presente in pratiche alimentari e rituali legate alla memoria dei morti.

Non significa, tuttavia, che la ricetta attuale sia rimasta immutata nel corso dei secoli. Gli ingredienti, le denominazioni e le modalità di preparazione si sono differenziati nel tempo e nello spazio, adattandosi alle consuetudini locali e alla disponibilità degli alimenti.

Una memoria che cambia con le generazioni

Le tradizioni del Gargano non sono rimaste immutate, hanno subito una metamorfosi. Le questue infantili si sono trasformate, le calze hanno accolto nuovi doni e molte consuetudini sopravvivono soprattutto attraverso i racconti familiari. Anche il rapporto con il lutto e con il mare si esprime oggi in forme diverse da quelle delle generazioni precedenti.

Le testimonianze di Giovanni Tancredi, pubblicate nel 1938, e quelle di Cleto Corrain, raccolte nel 1962, restituiscono pratiche e credenze documentate in momenti diversi del Novecento. Letti insieme, questi studi consentono di ricostruire aspetti importanti della cultura popolare garganica, pur senza dimostrare che ogni usanza sia rimasta identica o sia stata condivisa da tutti i paesi del promontorio.

A Monte Sant’Angelo, una richiesta pronunciata dai bambini ricordava le anime dei defunti; San Giovanni Rotondo, una calza appesa alla porta attendeva i doni attribuiti ai morti; Manfredonia, una leggenda legava il rispetto della ricorrenza al lavoro dei pescatori. In cucina, il grano cotto riuniva ingredienti, gesti e consuetudini familiari, con denominazioni e varianti che cambiavano da una località all’altra. Sono espressioni diverse di una stessa esigenza: trovare un posto, nella vita dei vivi, per chi non c’è più.

Sul Gargano, almeno nelle testimonianze che ci sono arrivate, la memoria dei defunti non apparteneva soltanto al cimitero o alla preghiera. Entrava nelle case, attraversava le strade e raggiungeva il mare. Continuava a essere raccontata attraverso gesti semplici, capaci di sopravvivere anche quando cambiavano le abitudini.