Giacoma Beccarini – I dubbi e le perplessità sulla tradizione

Giacoma Beccarini – I dubbi e le perplessità sulla tradizione
Notizie relative a Giacoma Beccarini le apprendiamo in modo particolare dal Sarnelli,1 che nella sua Cronologia, nel capitolo relativo al Sacco dei Turchi del 1620, descrive l’episodio del rapimento della giovane manfredoniana. Ecco una sintesi della sua cronaca.
Entrati in città i Turchi, le monache di S. Chiara fuggirono nel castello e per la fretta e il timore lasciarono immersa nel sonno una fanciulla di sette o otto anni il cui nome era Giacoma della nobile famiglia dei Beccarini.
Costei fu presa dagli Ottomani e condotta a Costantinopoli per farne dono al Sultano il quale, compiacendosi della sua bellezza, ordinò fosse custodita nell’harem, dove divenuta la preferita le partorì il primogenito e fu salutata come sultana. Mentre era ancora gravida venne avvelenata per invidia, riuscì a guarire e promise di andare in pellegrinaggio con il suo figliuolo alla Mecca.
Nel mentre si recava in viaggio con una maestosa nave, venne attaccata dalle galee di Malta il 28 settembre del 1648 al largo di Rodi e venne condotta prigioniera nell’isola assieme al figlio Osman. Quivi i cavalieri Ospitalieri di Malta diedero una educazione cristiana al fanciullo, affidandolo alle cure dei frati domenicani.
Il ragazzo, a tempo debito, divenuto dotto, vestì l’abito monacale col nome di Frate Domenico Ottomano, divenendo in seguito Vicario Generale dei monasteri di Malta.
Il racconto prosegue e il Sarnelli afferma che la prova che la Beccarini fosse divenuta sultana sarebbe rappresentata da una lettera di raccomandazione che il Cardinale Antonio Barberini scrisse all’arcivescovo sipontino Orazio della Molara, per la restituzione di reliquie ai frati della chiesa latina.
Di questa missiva però non vi è traccia nell’archivio della cancelleria arcivescovile sipontina. La vicenda ora raccontata, così come descritta dal Sarnelli nella sua Cronologia, e riguardante la giovane fanciulla Giacoma Beccarini, presenta delle forti perplessità relative alla veridicità dell’accaduto.
A onor di cronaca occorre rilevare che furono tra 200 e 500 i cittadini sipontini rapiti e condotti in Oriente e tra questi vi è il nome sicuro, poiché documentato, di un tale Domenico de Benedictis, e altri sono menzionati dal vicario capitolare in una sua relazione.
Non vi è documento che riporti i nomi di donne o fanciulle. Scrive Cristanziano Serricchio2 che l’unica prova che la Beccarini fosse tra le fanciulle rapite e condotte dal Sultano è costituita dall’epistola del cardinale A. Barberini, di cui però non vi è traccia alcuna, come già indicato in precedenza. Lo storico continua affermando che <<Zafira quindi potrebbe essere, ma è solo una ipotesi che viene a cozzare contro la tradizione, persona diversa da Giacoma Beccarini, che i genitori ritenevano morta durante il sacco.>>3
Si ha notizia della vicenda anche in un altro libro scritto da F. Ottaviano Bulgarini che tratta della vita del padre maestro F. Domenico di San Tommaso4. In questo saggio non è però menzionato né il rapimento né tantomeno il trasferimento a Costantinopoli. Il Bulgarini racconta che al sultano Ibraim I (1615-1648) (Fig. 2) fu presentata << ..una Verginella sua schiava chiamata Zafira di rara bellezza>>.

Il sultano rimase affascinato dalle sue grazie e dopo non molto tempo mostrò a tutta la corte la schiava gravida. Zafira (Fig. 3) il 2 gennaio 1642 partorirà l’erede tanto atteso.

Egli afferma che Zafira aveva meno di vent’anni quando venne rapita nel 1644 e all’incirca 18 anni quando ebbe il figlio. Giacoma avrebbe avuto il figlio all’età di 30 anni poiché come riporta il Sarnelli aveva sette o otto anni quando venne rapita. Vi sono dodici anni di differenza e, come scrive lo storico Serricchio, <<..sono tanti, né può trattarsi di un errore, dato lo scrupolo nella documentazione osservato dall’autore.>>5 (Bulgarini). Quindi la georgiana Zafire Hatun è sicuramente persona diversa dalla sipontina Giacoma Beccarini. Bisogna mettere in evidenza inoltre che il sultano Ibrahim I era più giovane di qualche anno rispetto a Giacoma il che rende “singolare” la scelta, quale preferita, della trentenne Giacometta.
Frate Ottaviano Bulgarini, autore della “Vita del P. Maestro F. Domenico di S. Tommaso”, è molto attendibile: era infatti intimo amico e compagno di noviziato del Padre Domenico Ottomano nel convento domenicano alla Sanità a Napoli. Sicuramente poté avere testimonianze dirette dal figlio di Zafira e informazioni sugli avvenimenti che vennero riportati nella biografia di F. Ottomano.
Se la vicenda relativa a Giacoma Beccarini presenta, dal punto di vista storico, delle incoerenze, lo stesso si può dire del suo ritratto. Il dipinto è stato restaurato a Bari nel 2010, su interessamento dell’allora sindaco Angelo Riccardi. Si sono così messi in evidenza i colori originari ed eliminate le integrazioni pittoriche e ridipinture varie presenti nell’opera. La tela, che si custodisce a palazzo S. Domenico nello studio del sindaco e che, secondo la tradizione, raffigurerebbe Giacoma Beccarini, non è la sua raffigurazione, ma sarebbe solo una copia di un quadro che si conserva a Venezia. Il professor Tommaso Adabbo, studioso di Storia dell’Arte nonché pittore egli stesso, asserisce infatti che non è Giacoma Beccarini la ragazza ritratta nel dipinto (Fig. 1).

Il professore nella sua analisi riporta che << Il dipinto di Manfredonia rilevato da uno strato di densa vernice, mostra modesta fattura di tessitura pittorica di mano locale del più tardo ottocento e denuncia chiare e palesi deviazioni formali dall’Agar di Pier Francesco del Cairo (Varese 1607 – Milano 1665), artista estroso e di grande talento, pittore ufficiale presso la corte Sabauda del duca Vittorio Emmanuele I a Torino.>>6 Il quadro sarebbe dunque una copia del tardo ’800 di un’opera del Seicento di Pier Francesco del Cairo (Fig. 4 e 5).


Il prof Adabbo, nella sua relazione, continua scrivendo che: “L’Agar (…) è opera ad olio su tela con impianto iconografico esagonale 70×70, dipinta certamente nel periodo felice che precede il viaggio di Del Cairo per Roma avvenuto nel 1635 e fa parte della serie di giovinette ritratte in atteggiamenti patetici con il capo cinto da un turbante di foggia orientale. Il dipinto si trova (…) a Venezia presso la collezione privata della famiglia Ferruzzi e risulta ampiamente convalidato dall’inventario generale delle opere del maestro Del Cairo, compilato dal Brunori nel 1967 per la mostra antologica tenutasi a Varese presso i Musei civici di Villa Mirabello”7.
Il “Cavalier Cairo”, così come altri artisti dell’epoca, dipinse numerose versioni di queste giovani donne con l’espressione triste del viso e il capo coperto con un grande turbante, facendo riferimento alla loro origine orientale (Fig. 6 e 7).


Non solo, ma anche altri temi iconografici del pittore sono oggetto di nuove versioni e repliche. È noto che << ..Cairo fosse solito tenere presso di se la prima versione di ogni opera e rilasciare al committente o all’acquirente la replica di essa..>>8.
Da notare che il quadro di Palazzo S. Domenico raffigura una fanciulla dai lineamenti fisionomici di una tredicenne/quattordicenne, non certamente quelli di una trentenne sultana (Beccarini) o di una ventenne concubina (Zafira).

Si deve evidenziare che il turbante non era il copricapo caratteristico delle sultane ottomane: si veda a esempio la raffigurazione di Zafira Hatun (Fig.3) e il ritratto della madre e reggente di Ibrahim I, Mahpeyer Kösem Sultan (1590-1651) (Fig. 8), chemostrano non turbanti ma copricapi più o meno elaborati a punta, di foggia diversa, e vestiti più consoni al loro rango sociale. Si osservino, a riprova di quanto affermato, i ritratti di altre due famose sultane ottomane Roxelana (Solyman Uxor) (1500-1558), moglie del sultano Solimano, e la loro figlia Mihrimah Sultan (1522 1578) (Fig. 8), entrambe con copricapi e abiti più elaborati rispetto alla semplicità di quelli di Giacometta. Lo studioso F. Donelli a proposito del significato delle vesti e dei copricapi nell’impero ottomanoscrive che: <<Nel califfato islamico, di cui l’Impero Ottomano fu erede, i vestiti e i copricapi rappresentavano i segni distintivi attraverso i quali uomini e donne indicavano il proprio status sociale e la propria appartenenza alla ummāh..>>9

Non è noto il nome dell’autore “locale” che ha dipinto il ritratto che rappresenterebbe, secondo la tradizione, Giacoma Beccarini. L’unica notizia certa della presenza dell’attuale ritratto di Giacoma (Zafira?) l’abbiamo da parte dello storico Luigi Pascale il quale, nella sua pubblicazione L’Antica e la nuova Siponto,afferma che il quadro <<riattato e ritoccato>>10 a spese dell’amministrazione comunale era quello esposto nel gabinetto del Podestà di quel tempo (dr. Giuseppe Fischetti ?, 1929-1932). Probabilmente quel riattato e ritoccato fa riferimento ai rifacimenti e ridipinture che poi saranno eliminati nel restauro effettuato sulla tela nel 2010.
A Manfredonia la tradizione o la credenza locale è stata spesso smentita da analisi e ricerche sui manufatti artistici, che ne hanno rilevato l’infondatezza storico-scientifica. Come nel caso, ad esempio, della statua lignea della Vergine con il Bambino, detta la “Sipontina”, così come evidenziato da un mio articolo del gennaio 201711. Essa è stata recentemente datata << al periodo proto gotico fine del 1200>> sfatando la pervicace tradizione locale che faceva risalire la sua realizzazione al VI secolo d.C.12
A cura dell’Arch. Michele Di Lauro.
(Il materiale contenuto in questo articolo può essere riprodotto, in tutto o in parte, per scopi non commerciali, purché siano citati l’autore e la fonte)
1 P. SARNELLI, Cronologia de’ Vescovi et Arcivescovi Sipontini, Centro di Documentazione Storica di Manfredonia, ristampa anastatica Arnaldo Forni editore, 1986, p. 369,370,371,372.
2 C. SERRICCHIO, Il sacco turco di Manfredonia nel 1620 in una relazione inedita, in “Archivio Storico Pugliese”, a. XL, fasc. I-IV, genn.- dic. 1987, pag.239.
3 C. SERRICCHIO, ivi pag. 240.
4 O. BULGARINI, Vita del Padre Maestro F. Domenico di S. Tommaso dell’Ordine de’Predicatori, disposta in dieci libri dal Padre Maestro F. Ottaviano Bulgarini, editore Muzio Michele Luigi, Napoli, 1708.
5 C. SERRICCHIO, ivi pag.240.
6 Ufficio Stampa Città di Manfredonia, Non è Giacometta, News 30.03.2009, https://web.archive.org/web/20180417023255/http://www.comune.manfredonia.fg.it/news_long.php?Rif=941 , Manfredonia 17 aprile 2018.
7 ibidem
8 C. GEDDO, Estratto da: ARCHIVIO STORICO LOMBARDO, anno CXXIV- CXXV, 1998-1999, Cristina Geddo, LA COLLEZIONE DI FRANCESCO CAIRO: VICENDE “POST MORTEM”, pag. 159.
9 F. DONELLI: Studi Interculturali 1-2/2016, Leggi suntuarie e moda come strumento di potere nell’Impero Ottomano tra XVII e XIX secolo. Il Significato Delle Vesti Tra Islam E Impero Ottomano, Editore lulu.com (24 luglio 2016), pag.137
10 L’Antica e la Nuova Siponto: Parte 1a Memorie storiche dall’anno 694 prima di Cristo all’anno 1700 dell’era nostra. Parte 2a Avvenimenti ricordi ed attrattive locali. Edizioni Conti – Rifredi, Firenze 1932.
11M. DI LAURO (StatoQuotidiano)
12 Si veda, in merito, lo studio di Antonella Martinelli, citata in un articolo di Matteo Di Sabato, in ManfredoniaNews n. 6 del 1 Aprile 2012, pag. 2.