GarganodaScoprire: “La leggenda del santuario di Monte Sant’Angelo nella musica medievale europea”

LA LEGGENDA DEL SANTUARIO DI MONTE SANT’ANGELO NELLA MUSICA MEDIEVALE EUROPEA
Quando pensiamo ai pellegrini che nel Medioevo raggiungevano il santuario di San Michele sul Gargano, siamo portati a immaginare strade, mantelli, bisacce, lunghi cammini e soste nei monasteri. Molto più difficile è provare a immaginare il suono di quei viaggi.
Eppure il pellegrinaggio medievale non era affatto silenzioso.
Si pregava, naturalmente, ma si cantava anche. Si cantava durante il cammino, nelle soste, all’ingresso dei santuari e durante le celebrazioni. Parole e melodie accompagnavano gli uomini lungo le grandi vie della fede e, insieme a loro, potevano spostarsi da una regione all’altra, attraversare le Alpi, raggiungere monasteri lontani e inserirsi in tradizioni musicali diverse.
Guardare il culto di San Michele da questa prospettiva permette allora di scoprire qualcosa di poco conosciuto: anche la leggenda del Gargano entrò nel paesaggio sonoro del Medioevo.
Non possediamo, naturalmente, la musica di tutti i pellegrini che raggiunsero Monte Sant’Angelo. Gran parte di quei canti apparteneva alla trasmissione orale e si è perduta. Ma alcune tracce sono rimaste nei manoscritti: inni, antifone, prosule e laude che permettono ancora oggi di seguire il ricordo della grotta garganica dall’Italia meridionale fino a diverse regioni d’Europa.
Nel Medioevo il Gargano non si trovava ai margini dei grandi itinerari religiosi europei. Il santuario di San Michele era una delle mete più importanti della cristianità occidentale e si inseriva in una rete di percorsi che collegava Roma, la Terrasanta e i grandi centri di pellegrinaggio europei.
Un’immagine efficace di questa geografia della fede è quella riassunta nella formula Homo – Angelus – Deus: l’uomo, l’angelo e Dio. Roma e Santiago erano legate alla dimensione dell’Homo, Monte Sant’Angelo a quella dell’Angelus, Gerusalemme al Deus.
Lungo queste strade non circolavano soltanto persone. Viaggiavano racconti, tradizioni, preghiere, reliquie e anche forme musicali.
È proprio su questo aspetto che insiste Nicola Cicerale nel suo studio “Musica lungo le vie della fede. Santuari di Capitanata nei canti devozionali del Medioevo”. Il confronto con altri grandi centri di pellegrinaggio, da Santiago de Compostela a Montserrat, mostra quanto il canto facesse parte dell’esperienza stessa del viaggio religioso. Il Gargano apparteneva a quello stesso mondo.
E alcune testimonianze musicali permettono di andare oltre la semplice supposizione.
Una delle tracce più interessanti arriva dall’area beneventana.
In alcuni manoscritti medievali conservati nella Biblioteca Capitolare di Benevento compaiono delle prosule, cioè testi destinati a essere cantati sulle lunghe sequenze melodiche di un canto liturgico già esistente.
Il canto sul quale vengono inserite è l’offertorio Stetit angelus, dedicato all’arcangelo Michele.
L’edizione critica del Corpus Troporum identifica alcune di queste composizioni come appartenenti precisamente alla tradizione dell’Inventio sancti Michaelis archangeli in monte Gargano.
Il riferimento è proprio alla vicenda dell’apparizione dell’arcangelo sul Gargano, la leggenda che raccontava la scelta della grotta e la sua consacrazione da parte dello stesso Michele. In alcune varianti compare anche l’arcangelo che affronta e vince il drago, immagine che appartiene naturalmente alla più ampia tradizione micaelica, ma che all’interno di questi manoscritti viene inserita nella celebrazione collegata al Monte Gargano.
Siamo dunque davanti a una delle testimonianze più concrete di come la leggenda del santuario garganico fosse diventata materia da cantare nell’Italia medievale.
Alla stessa area appartiene un altro interessante repertorio di inni.
Fra questi troviamo “Illuminavit hunc diem rerum creator omnium”, un componimento che celebra un giorno illuminato dal Creatore e ricorda la consacrazione di un luogo dedicato all’arcangelo. La tradizione manoscritta dell’Italia meridionale lo lega alla celebrazione micaelica garganica.
Non si tratta quindi soltanto di raccontare un miracolo.
Il santuario viene tradotto in musica: il luogo scelto dall’arcangelo, la sua presenza, la consacrazione dello spazio sacro diventano parole destinate al canto.
Qualche secolo più tardi troviamo una traccia apparentemente lontana dal Gargano, ma particolarmente interessante.
Nel celebre Laudario di Cortona, uno dei più antichi e importanti manoscritti musicali italiani in lingua volgare, compare la lauda:
“L’alto prence arcangelo lucente, Sancto Michel”.
Il manoscritto, risalente alla seconda metà del XIII secolo, conserva non soltanto il testo, ma anche la musica.
San Michele viene celebrato come principe degli angeli, difensore dei fedeli e ministro della potenza divina. Nulla di insolito, si potrebbe pensare, all’interno della vasta devozione medievale verso l’arcangelo.
Nicola Cicerale, analizzando la composizione, richiama espressamente il legame con il santo del Gargano e osserva nella struttura melodica della lauda alcune caratteristiche che sembrano rimandare ad ambienti musicali dell’Italia meridionale, in particolare pugliesi e campani.
Non possiamo dimostrare che quella melodia sia stata portata a Cortona direttamente da pellegrini provenienti da Monte Sant’Angelo. Sarebbe andare oltre ciò che le fonti permettono di affermare.
L’ipotesi, però, apre uno scenario affascinante e perfettamente coerente con il funzionamento delle vie medievali: le melodie potevano viaggiare insieme agli uomini.
Un pellegrino ascoltava un canto in un santuario, lo ricordava, lo ripeteva durante il viaggio. Una melodia poteva essere modificata, adattata a nuove parole, entrare nel repertorio di una confraternita e riapparire centinaia di chilometri più lontano.
In questo senso il Laudario di Cortona rappresenta qualcosa di più di una semplice testimonianza musicale dedicata a San Michele. Diventa una piccola finestra su quel continuo movimento di uomini e tradizioni che univa il Gargano al resto della penisola.
Il fenomeno, però, non rimase confinato all’Italia.
Un canto particolarmente diffuso nei manoscritti medievali europei recita:
“Concussum est mare et contremuit terra, ubi archangelus Michael descendebat de caelo.”
“Il mare fu scosso e la terra tremò, quando l’arcangelo Michele discese dal cielo.”
È un’antifona, quindi un vero canto liturgico, conservato con la sua melodia in numerosi manoscritti.
Il testo compare all’interno della tradizione dell’Apparitio Michaelis, la memoria dell’apparizione dell’arcangelo che trova nel racconto garganico uno dei suoi riferimenti fondamentali in Occidente.
Il canto è documentato in manoscritti medievali dell’Italia settentrionale, della Francia, dell’Inghilterra e dell’Europa centrale.
Lo troviamo, per esempio, in un manoscritto milanese della fine del XII secolo. Compare in Francia, in manoscritti come quello proveniente da Saint-Maur-des-Fossés. Intorno al 1230 è attestato anche in un codice della cattedrale inglese di Worcester. Altre testimonianze si incontrano nei territori dell’attuale Austria e, più tardi, dell’Europa orientale.
Naturalmente occorre essere prudenti.
Non possiamo affermare che ciascuna di queste copie rappresenti direttamente il santuario di Monte Sant’Angelo, né che il canto sia arrivato in quei luoghi seguendo materialmente un gruppo di pellegrini partito dal Gargano.
Quello che possiamo constatare è però altrettanto significativo: la tradizione musicale connessa all’apparizione di San Michele era entrata stabilmente nei repertori liturgici dell’Europa medievale, nello stesso continente attraversato da pellegrini diretti anche verso il santuario pugliese.
La leggenda garganica aveva ormai superato da tempo i confini della montagna sulla quale era nata.
Siamo abituati a studiare la diffusione del culto micaelico attraverso chiese, monasteri, iscrizioni, racconti di pellegrini e riproduzioni della grotta. Molto più raramente proviamo a ricostruirne la dimensione sonora.
Lo stesso racconto dell’Apparitio ricorda gli inni mattutini intonati presso la grotta dopo il sorgere del giorno. È un piccolo dettaglio, ma consente quasi di restituire un suono a un ambiente che oggi siamo abituati a osservare soprattutto attraverso la pietra e le immagini.
Probabilmente gran parte delle melodie ascoltate per secoli dai pellegrini sul Gargano non verrà mai recuperata.
Non furono scritte, oppure i manoscritti che le contenevano sono andati perduti.
Ciò che rimane, però, è sufficiente per comprendere che il culto micaelico possedeva anche una propria dimensione musicale e che alcune sue tracce arrivarono molto lontano.
Ma anche un luogo che, nel Medioevo, si raccontava attraverso il canto.
E mentre uomini provenienti da regioni diverse percorrevano le strade verso la grotta dell’Arcangelo, parole e melodie compivano probabilmente il viaggio opposto, portando sempre più lontano la memoria del Monte Gargano.
Immagini: alcune tratte dalla pubblicazione di Cicerale, Nicola, “Musica lungo le vie della fede. Santuari di Capitanata nei canti devozionali del Medioevo”, in Armando Gravina (a cura di), Atti del 33° Convegno Nazionale sulla Preistoria, Protostoria, Storia della Daunia, San Severo 10-11 novembre 2012, San Severo, 2013, pp. 3-16.
Fotografie: G. Barrella
Fonti
• Björkvall, Gunilla, Corpus Troporum XI. Prosules de la messe 3. Prosules de l’offertoire, Stockholm, Acta Universitatis Stockholmiensis, 2009.
• Cicerale, Nicola, Musica lungo le vie della fede. Santuari di Capitanata nei canti devozionali del Medioevo, in Armando Gravina (a cura di), Atti del 33° Convegno Nazionale sulla Preistoria, Protostoria, Storia della Daunia, San Severo 10-11 novembre 2012, San Severo, 2013, pp. 3-16.
• Gozzi, Marco – Zimei, Francesco (a cura di), Il Laudario di Cortona. Cortona, Biblioteca del Comune e dell’Accademia Etrusca, ms. 91, vol. I, Firenze, Libreria Musicale Italiana, 2015.
• Vergine, Bibiana Carmela Pia, The Hymns of Medieval Southern Italy: Music, Politics, and the Transformation of Local Liturgical Song, Ph.D. Dissertation, Princeton University, 2016


