Storia

Due pietre, un segno. Un piccolo enigma inciso tra Vico e Siponto. Da GarganodaScoprire

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DUE PIETRE, UN SEGNO. UN PICCOLO ENIGMA INCISO TRA VICO E SIPONTO. DA GARGANODASCOPRIRE

Quante volte abbiamo incontrato simboli enigmatici per caso? Tante. Poi ce ne sono altri che, una volta visti, sembrano chiedere di essere cercati altrove.

A volte basta un segno inciso sulla pietra per accendere qualcosa nella memoria. Lo guardi e hai subito la sensazione di conoscerlo, di averlo già incontrato da qualche parte, forse anni prima, forse in tutt’altro luogo. Ma il ricordo non arriva subito: resta lì, appena fuori fuoco, come un’immagine che la mente riconosce prima ancora di riuscire a darle un nome.

È accaduto con due incisioni, apparentemente lontane per luogo, storia e contesto, ma sorprendentemente vicine nella forma. La prima l’abbiamo osservata a Vico del Gargano, nell’area dell’antico complesso domenicano, legato alla chiesa oggi intitolata ai SS. Apostoli Pietro e Paolo. Non aggiungiamo elementi storici perché tra qualche giorno pubblicheremo il documentario completo, presentato ad agosto in anteprima a Vico del Gargano, e al quale rimandiamo per conoscere un sito straordinario tra fede e archeologia.

Sul pavimento di questa chiesa, sulla nuda pietra, compare una figura curiosa. Un profilo allungato, ripiegato nella parte superiore, con elementi interni che sembrano quasi ripeterne la forma. A prima vista ricorda qualcosa di concreto: un lucchetto, una staffa, forse una sorta di cesoia. Ma basta spostarsi idealmente di alcune decine di chilometri perché il gioco si faccia decisamente più intrigante.

Dove avevamo già visto quella figura?

A Siponto, tra i resti sui quali oggi si innalza la grande ricostruzione in rete metallica della basilica paleocristiana realizzata da Edoardo Tresoldi, un antico blocco mostra infatti un segno molto simile.

Nella foto che vi mostriamo a fine post è quello inciso sulla destra del blocco di pietra. Non siamo più nel contesto domenicano di Vico, ma dentro una stratificazione archeologica straordinariamente più antica: la basilica paleocristiana, a tre navate, appartiene alle prime grandi fasi cristiane della città e conserva pavimentazioni riferibili al IV secolo e a rifacimenti del secolo successivo. Gli studi hanno inoltre avanzato l’ipotesi che la cattedrale paleocristiana si sia inserita su una precedente struttura pubblica di età romana imperiale.

Ed è proprio qui che bisogna fermarsi un istante.

Perché la data di una pietra non coincide necessariamente con la data del segno inciso su di essa. Un blocco romano può essere stato riutilizzato in età paleocristiana, medievale e persino successivamente; una superficie appartenente a un edificio sacro può aver raccolto nei secoli firme, croci, simboli devozionali, segni di pellegrini o tracce lasciate dalle maestranze. È uno dei motivi per cui attribuire queste incisioni soltanto sulla base della forma sarebbe rischioso.

Esiste però una pista estremamente interessante: quella dei segni lapidari e dei marchi di lavorazione.

Nel mondo romano e poi, con modalità differenti, nei cantieri medievali, scalpellini, cavatori e maestranze incidevano sui conci lettere, figure geometriche e simboli. Potevano essere marchi personali, indicazioni di cava, segni per il montaggio, sistemi per contabilizzare il lavoro oppure veri e propri contrassegni di bottega o anche tavole da gioco come la Triplice Cinta. In alcuni contesti archeologici sono state riconosciute persino raffigurazioni schematiche degli strumenti utilizzati dagli artigiani. E gli studiosi avvertono che il significato di molti di questi segni rimane tuttora difficile da determinare.

E allora torniamo con cautela a quella strana somiglianza con una cesoia.

Le cesoie antiche non erano necessariamente simili alle nostre forbici. Esisteva una tipologia costituita da un unico elemento metallico elastico, ripiegato ad arco o a U, dal quale partivano due bracci terminanti nelle lame. È una forma documentata già nell’antichità e rimasta in uso per secoli; il British Museum conserva esempi con impugnatura ad U e altri di età altomedievale con la caratteristica molla ricurva.

Guardando le nostre due incisioni sotto questa prospettiva, l’ipotesi diventa suggestiva. Potrebbero rappresentare schematicamente uno strumento? Una cesoia, un attrezzo artigianale, qualcosa legato a un mestiere? È possibile. Ma non possiamo ancora trasformare una somiglianza in una identificazione.

Anche l’idea del lucchetto nasce spontaneamente dall’occhio moderno, soprattutto nel segno di Vico. Tuttavia i lucchetti medievali conosciuti archeologicamente presentano spesso corpi, archetti e meccanismi assai più articolati. La forma delle antiche cesoie ad arco, invece, offre almeno un confronto morfologico che merita attenzione.

C’è poi un elemento da escludere, almeno per ora: non sembra trattarsi di un emblema propriamente domenicano (nello specifico, ci riferiamo al simbolo trovato a Vico). L’iconografia tradizionale dell’Ordine dei Predicatori ruota intorno ad altri attributi: la stella, il cane con la fiaccola, il giglio, la croce, e nulla consente di legare direttamente questa forma all’Ordine.

Ed è forse questo il particolare più affascinante.

Il segno di Vico potrebbe non essere “domenicano”, così come quello di Siponto potrebbe non essere “paleocristiano”. Potrebbero appartenere a uomini passati attraverso quei luoghi in epoche differenti: scalpellini, costruttori, artigiani, pellegrini, persone delle quali abbiamo perso il nome ma non completamente il gesto.

Due pietre. Due luoghi sacri del Gargano. Due contesti lontanissimi nel tempo. E una figura che sembra ripetersi quasi utilizzando la stessa grammatica.

Non abbiamo ancora una risposta definitiva, ed è proprio questo a renderla interessante.

Perché qualche volta l’archeologia comincia così: non con una soluzione, ma con due segni quasi uguali che, a distanza di chilometri e di secoli, ci pongono la stessa domanda.

Archivio e foto di Giovanni BARRELLA.