Don Mazzi, l’addio al sacerdote che dedicò la vita agli ultimi
Articolo in memora di Don Mazzi, fondatore della comunità Exodus e simbolo dell'impegno per il recupero dei giovani con dipendenze.

Don Antonio Mazzi se n’è andato all’età di 96 anni, lasciando un vuoto profondo nel mondo dell’educazione, del volontariato e della Chiesa italiana. Per oltre quarant’anni è stato il volto di Exodus, la realtà da lui fondata per offrire una seconda possibilità a migliaia di giovani segnati dalla tossicodipendenza, dall’emarginazione e dal disagio sociale. La sua morte segna la fine di una delle figure più riconoscibili del cattolicesimo impegnato nel sociale, capace di parlare con franchezza tanto ai ragazzi quanto alle istituzioni.
Sacerdote, educatore, scrittore e instancabile comunicatore, don Mazzi non ha mai rinunciato a esprimere le proprie convinzioni, anche quando risultavano controcorrente. Dietro il suo carattere schietto c’era una visione precisa: nessuna persona è irrecuperabile, purché trovi qualcuno disposto a credere in lei. È questo il messaggio che ha accompagnato tutta la sua esistenza e che continua a rappresentare il cuore della sua eredità. La notizia della sua scomparsa ha suscitato cordoglio nel mondo politico, ecclesiale e del terzo settore, dove viene ricordato come uno dei grandi protagonisti dell’impegno sociale italiano.
La vita di don Antonio Mazzi: dalle origini alla nascita di Exodus
Don Antonio Mazzi era nato a Verona il 30 novembre 1929. Entrato nella Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, venne ordinato sacerdote a Ferrara e fin dagli inizi del suo ministero orientò il proprio lavoro verso l’educazione dei giovani più fragili. Approfondì gli studi di pedagogia e psicologia dell’età evolutiva, sviluppando un metodo educativo fondato sull’ascolto, sulla responsabilizzazione e sul rapporto umano prima ancora che sull’assistenza materiale.
Negli anni Settanta, mentre Milano viveva l’emergenza dell’eroina, don Mazzi comprese che il fenomeno delle dipendenze non poteva essere affrontato soltanto con strumenti sanitari o repressivi. Da questa convinzione nacque nel 1984 la Fondazione Exodus, una rete di comunità educative pensata per accompagnare i ragazzi in un percorso di rinascita personale attraverso il lavoro, la condivisione e la riscoperta della dignità. Exodus sarebbe diventata negli anni una delle realtà italiane più importanti nel recupero delle dipendenze e nell’accoglienza di giovani in difficoltà.
Un sacerdote dalla voce libera e spesso controcorrente
Nel corso della sua lunga carriera, don Mazzi non fu soltanto un educatore. Divenne anche un volto noto della televisione e della radio, autore di libri, editorialista e opinionista. Le sue riflessioni su famiglia, educazione, droga, carcere e società erano spesso provocatorie, ma sempre animate dall’idea che il compito di un educatore fosse quello di non arrendersi mai davanti alle fragilità umane.
Negli ultimi anni continuò a intervenire nel dibattito pubblico, affrontando temi delicati come il disagio adolescenziale, le nuove dipendenze e la crisi educativa. Nel 2025, in occasione del quarantesimo anniversario di Exodus, Famiglia Cristiana lo scelse come “Italiano dell’anno”, riconoscendo una vita interamente dedicata agli ultimi e alla convinzione che nessun ragazzo fosse perduto per sempre.
La morte e l’eredità lasciata all’Italia
Don Antonio Mazzi è morto il 31 luglio 2026 a Milano, nella storica sede di Exodus al Parco Lambro, il luogo che aveva trasformato nel simbolo della sua missione educativa. Fino agli ultimi mesi aveva continuato a seguire la comunità, a scrivere e a lanciare appelli affinché la società non smettesse di investire sui giovani, considerati da lui il vero patrimonio del Paese.
La sua scomparsa chiude un capitolo importante della storia del volontariato italiano, ma lascia un’eredità destinata a sopravvivere attraverso le comunità Exodus, gli educatori che ha formato e le migliaia di persone che hanno trovato una nuova possibilità grazie al suo impegno.
Don Mazzi ripeteva spesso che educare significava “credere nell’uomo anche quando lui ha smesso di credere in se stesso”. È probabilmente questa la frase che meglio riassume il senso della sua vita: una vita spesa accanto agli ultimi, nella convinzione che il cambiamento fosse sempre possibile.

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