Scuola

Docenti, stipendi sempre più bassi: l’allarme di Floris

Gli stipendi dei docenti, nonostante l'importante ruolo che ricoprono tali figure professionali, risultano essere tra i più bassi in Italia.

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Nel corso dell’ultima puntata di Torre di Babele, andata in onda il 25 maggio su La7 e condotta da Corrado Augias, si è tornati a discutere di uno dei temi più delicati e strategici per il futuro del Paese: la scuola italiana. Tra gli ospiti presenti in studio, insieme allo psicologo e filosofo Umberto Galimberti, anche il giornalista Giovanni Floris, che ha offerto una riflessione molto netta sul ruolo degli insegnanti, sulla crisi educativa e sul rapporto sempre più complicato tra scuola e famiglia.

Secondo Floris, il nodo centrale resta quello della considerazione sociale ed economica riservata ai docenti. Il giornalista ha sottolineato come la scuola rappresenti oggi “l’istituzione più attiva che abbiamo”, l’unica davvero capace di fornire strumenti di cittadinanza, senso critico e formazione culturale alle nuove generazioni. Eppure, nonostante questa funzione decisiva, gli insegnanti continuano a ricevere stipendi tra i più bassi d’Europa rispetto alla media dei Paesi occidentali.

Per Floris il problema non è soltanto economico. L’aumento degli stipendi ai docenti avrebbe soprattutto un valore simbolico e culturale. Significherebbe riconoscere pubblicamente l’importanza dell’istruzione e del lavoro educativo. “Alzando lo stipendio del docente si assegna un valore”, ha spiegato, evidenziando come lo Stato, attraverso le retribuzioni, comunichi anche quali professioni considera davvero strategiche.

Il giornalista ha poi ampliato il ragionamento immaginando una scuola più presente nella vita quotidiana del Paese. Secondo la sua visione, un ampliamento dell’orario scolastico e una maggiore integrazione con il patrimonio culturale italiano potrebbero trasformare radicalmente la funzione educativa. Floris ha ipotizzato, ad esempio, un sistema in cui anche figure come le guide museali possano entrare stabilmente nel percorso formativo degli studenti. In questo modo, la cultura diventerebbe un’esperienza diffusa e concreta, capace di “allagare il Paese”, usando la sua espressione.

Molto forte anche il passaggio dedicato al rapporto tra famiglia e scuola. Floris ha criticato la progressiva delegittimazione dell’autorità educativa degli insegnanti, sostenendo che oggi la scuola sia sempre più sottoposta al giudizio delle famiglie e degli stessi studenti. Una trasformazione che, secondo lui, avrebbe ribaltato il ruolo tradizionale dell’istituzione scolastica.

Il giornalista ha affrontato anche il tema dell’educazione affettiva e del consenso informato, sostenendo che in alcuni casi si sia arrivati a una situazione paradossale: l’insegnante sembra quasi dover chiedere il permesso per trasmettere contenuti educativi. Da qui la critica a una società che, nel tentativo di tutelare ogni sensibilità individuale, rischia però di indebolire la funzione formativa della scuola.

Particolarmente significativa la riflessione finale sul cambiamento dell’atteggiamento delle famiglie nei confronti del rendimento scolastico dei figli. “Se andavo male a scuola mia mamma chiedeva in cosa. Oggi le famiglie chiedono chi ti ha dato il voto basso”, ha osservato Floris. Una frase che sintetizza efficacemente una delle grandi trasformazioni degli ultimi decenni: il passaggio da una fiducia quasi automatica nell’istituzione scolastica a una crescente messa in discussione dell’autorevolezza dei docenti.

Il dibattito andato in scena a Torre di Babele riporta così al centro una questione fondamentale: senza una scuola forte, autorevole e valorizzata, diventa difficile immaginare un futuro capace di ridurre le disuguaglianze sociali e culturali. E senza un reale riconoscimento del ruolo degli insegnanti, non solo economico ma anche simbolico, il rischio è quello di impoverire progressivamente uno dei pilastri più importanti della democrazia.

Stipendi bassi? No! Missione spirituale…

A rendere ancora più amara la condizione dei docenti italiani non sono soltanto gli stipendi bassi, il carico burocratico crescente o la progressiva perdita di autorevolezza sociale. C’è anche un atteggiamento culturale profondamente radicato e pericoloso: quello di chi pretende che gli insegnanti non si lamentino mai, perché il loro sarebbe “non un lavoro, ma una missione”.

Dietro questa frase, apparentemente nobile, si nasconde in realtà una visione distorta e malsana del lavoro educativo. Certo, insegnare significa avere passione, responsabilità e sensibilità umana. Nessuno sceglie la scuola esclusivamente per interesse economico. Ma trasformare questa dedizione in un alibi per giustificare stipendi insufficienti e condizioni spesso difficili significa calpestare la dignità professionale di centinaia di migliaia di persone.

Un docente resta un lavoratore. Ha bollette da pagare, un affitto o un mutuo, figli da mantenere e spese quotidiane da affrontare. Ha diritto a una vita dignitosa esattamente come qualsiasi altro professionista. Eppure, nel dibattito pubblico italiano, sembra quasi che agli insegnanti venga chiesto un sacrificio permanente, una sorta di vocazione sacerdotale che dovrebbe portarli ad accettare tutto in silenzio: stipendi bassi, precarietà, aggressioni verbali, delegittimazione sociale e continue accuse.

È un meccanismo culturale tossico. Nessuno direbbe mai a un medico, a un magistrato o a un ingegnere che non dovrebbe lamentarsi della propria retribuzione perché il suo mestiere ha una funzione sociale importante. Solo nella scuola si pretende spesso che la passione sostituisca il riconoscimento economico e professionale.

Questo “modus cogitandi” rivela una contraddizione profonda della società italiana: tutti dichiarano che la scuola sia fondamentale, che i giovani rappresentino il futuro, che l’istruzione sia centrale, ma poi gli insegnanti vengono trattati come lavoratori di serie B. Si chiede loro di formare cittadini, educare al rispetto, trasmettere cultura e valori, ma contemporaneamente li si priva del prestigio sociale e delle tutele economiche necessarie per svolgere serenamente il proprio compito.

La conseguenza è devastante non solo per i docenti, ma per l’intero sistema educativo. Perché una scuola che umilia i propri insegnanti finisce inevitabilmente per indebolire sé stessa. Quando una professione perde dignità sociale, perde attrattiva, motivazione e forza. E un Paese che svaluta chi educa le nuove generazioni sta, in fondo, svalutando il proprio futuro.

Missione, una quest alla World of Warcraft?

Chi continua a definire l’insegnamento esclusivamente come una “vocazione” o una “missione” finisce inoltre per compiere un’operazione ancora più grave: svuotare questa professione della sua natura concreta di lavoro altamente qualificato. Insegnare non significa incarnare un eroe romantico disposto al sacrificio perpetuo, né vivere una sorta di missione spirituale scollegata dalla realtà quotidiana. Significa possedere competenze disciplinari, capacità comunicative, equilibrio psicologico, sensibilità educativa e una preparazione continua che richiede anni di studio e aggiornamento. È una professione complessa, delicata e fondamentale per il tessuto democratico di un Paese.

Ridurre tutto questo a una retorica della “missione” significa infantilizzare e degradare un’intera categoria lavorativa, quasi trasformando il docente in un personaggio chiamato a completare una quest morale degna di un gioco di ruolo fantasy online, dove il sacrificio personale dovrebbe bastare a compensare qualsiasi mancanza materiale o riconoscimento professionale. Ma la realtà è un’altra: la passione non elimina il diritto alla dignità economica, al rispetto sociale e a condizioni di lavoro adeguate. Anzi, proprio perché l’insegnamento ha un valore così alto, dovrebbe essere tutelato e valorizzato molto più di quanto avvenga oggi.

La Vieste en Rose