Scuola

Docenti missionari, quando la vocazione diventa lavoro gratis

I docenti missionari sono quegli insegnanti pronti ad accettare incarichi e attività extra gratuiti in nome della vocazione.

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Nella scuola italiana esiste una figura che non compare in nessun contratto collettivo, ma che quasi tutti gli insegnanti hanno incontrato almeno una volta. Stiamo parlando del docente missionario. Non è semplicemente il professore appassionato del proprio lavoro, qualità che appartiene a moltissimi insegnanti. Il docente missionario è un esemplare particolare. Egli considera la disponibilità senza limiti quasi una componente naturale della professione. Coordinamenti, progetti, Open Day, manifestazioni, riunioni, attività pomeridiane. Davanti a una nuova richiesta la risposta tende a essere sempre positiva, anche quando il compenso è irrisorio o del tutto assente.

La motivazione è quasi sempre la stessa: insegnare sarebbe una “missione”, una “vocazione”. L’insegnamento quindi non sarebbe interpretato come una professione, ma come una filosofia di vita. Un qualcosa che non può essere misurato esclusivamente attraverso stipendio e contratto. Il problema nasce quando questa scelta personale diventa un metro con cui giudicare i colleghi che, invece, considerano l’insegnamento una professione. Docenti professionali che, giustamente, pretendono che attività, orari e responsabilità siano regolati e retribuiti. Perché amare il proprio mestiere e pretendere il rispetto dei propri diritti non sono affatto concetti incompatibili.

Il “fuoco sacro” dell’insegnamento e il confine tra disponibilità e lavoro

Bisogna innanzitutto evitare un equivoco: fare volontariamente qualcosa in più per i propri studenti non è di per sé un problema. Un insegnante può scegliere liberamente di dedicare tempo aggiuntivo alla scuola perché crede in un progetto, perché vuole aiutare una classe o semplicemente perché quella determinata attività gli piace. La questione cambia completamente quando il volontariato individuale comincia a essere considerato la normalità e, soprattutto, quando chi non aderisce viene dipinto come meno appassionato, meno disponibile o addirittura meno interessato al bene degli studenti.

È qui che nasce la figura, volutamente provocatoria, del “docente missionario”: quello secondo cui esisterebbe un non meglio identificato fuoco sacro dell’insegnamento capace di rendere secondario qualsiasi ragionamento economico. Se c’è bisogno di fermarsi oltre l’orario, ci si ferma. Se bisogna organizzare un’iniziativa, la si organizza. Se il compenso previsto è minimo rispetto alle responsabilità e alle ore necessarie, pazienza. Se non c’è proprio un compenso, interviene la vocazione.

Una logica apparentemente generosa che, però, presenta un problema molto concreto: il lavoro gratuito di qualcuno rischia di trasformarsi nell’aspettativa di lavoro gratuito per tutti.

Il tema emerge soprattutto nelle attività aggiuntive. Il coordinamento di classe, per esempio, comporta spesso incombenze che vanno ben oltre la normale attività didattica: rapporti con famiglie e colleghi, gestione delle comunicazioni, documentazione, situazioni problematiche e una serie di responsabilità che possono moltiplicarsi durante l’anno. I compensi non sono però uniformi a livello nazionale: possono dipendere dalla contrattazione integrativa d’istituto e dalle risorse disponibili. In molti casi, purtroppo, il rapporto tra compenso riconosciuto, tempo impiegato e responsabilità assunte è percepito dai docenti come fortemente sproporzionato.

Docenti missionari: un’annosa questione della scuola italiana

Ed è proprio davanti a queste situazioni che emerge una differenza culturale tra due modi di interpretare la professione. Da una parte c’è chi ritiene naturale offrire la propria disponibilità; dall’altra il docente professionista, che svolge con serietà tutto ciò che rientra nei propri obblighi e considera invece legittimo chiedere condizioni chiare e una retribuzione per ciò che viene richiesto in aggiunta.

Quest’ultimo non è necessariamente un insegnante meno appassionato. Può preparare lezioni eccellenti, correggere con attenzione, seguire gli studenti, aggiornarsi professionalmente e rispettare scrupolosamente tutti i propri doveri. Semplicemente sostiene un principio piuttosto comune nel resto del mondo del lavoro: il tempo professionale ha un valore e il lavoro aggiuntivo dovrebbe essere riconosciuto come tale.

Il contrasto diventa ancora più evidente quando entrano in gioco le rivendicazioni sindacali. Di fronte a uno sciopero capita di sentire l’obiezione secondo cui a rimetterci sarebbero soprattutto “i ragazzi”. È certamente vero che uno sciopero nella scuola produce conseguenze sugli studenti, esattamente come uno sciopero dei trasporti crea disagi ai passeggeri o quello della sanità deve fare i conti con la tutela dei servizi essenziali. Ma lo sciopero è un diritto costituzionalmente riconosciuto, esercitato nell’ambito delle norme che lo regolano.

Un insegnante è quindi perfettamente libero di non scioperare perché non condivide una determinata protesta. Più problematico è trasformare la propria scelta individuale in un giudizio morale nei confronti del collega che decide invece di aderire, contrapponendo automaticamente i diritti dei lavoratori al “bene dei ragazzi”. Anche perché salari, carichi di lavoro, precarietà, organici e condizioni nelle quali gli insegnanti svolgono la propria professione finiscono inevitabilmente per incidere sulla qualità stessa della scuola.

Non è una questione di critica o giudizio, ma di organizzazione

Il punto, in definitiva, non è mettere sotto accusa chi offre spontaneamente qualche ora del proprio tempo. La disponibilità personale è una libertà e deve rimanere tale. Il problema comincia quando diventa un modello organizzativo: invece di finanziare adeguatamente un’attività, si confida nel fatto che qualcuno prima o poi la farà gratis; invece di riconoscere economicamente una responsabilità, si fa appello allo spirito di servizio; invece di discutere delle condizioni di lavoro, si invoca la vocazione.

La scuola ha certamente bisogno di insegnanti motivati. Ha bisogno di persone capaci di appassionarsi alla propria disciplina, costruire relazioni educative e fare molto più che recitare una lezione davanti a una classe. Ma proprio perché l’insegnamento è un’attività fondamentale, non dovrebbe aver bisogno della retorica del sacrificio permanente per funzionare.

Si può avere passione senza rinunciare a essere professionisti. Si può avere a cuore il futuro degli studenti e contemporaneamente chiedere che un’ora di lavoro sia riconosciuta come tale. Si può perfino possedere il celebre “fuoco sacro” senza pretendere che arda anche nel collega della porta accanto.

Perché missione, vocazione e fuoco sacro saranno pure espressioni suggestive, peccato soltanto che, alla fine del mese, nessuna delle tre paghi le bollette.