Storia

La grotta, il gregge e le stelle: San Michele, la transumanza e le pleiadi

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LA GROTTA, IL GREGGE E LE STELLE: SAN MICHELE, LA TRANSUMANZA E LE PLEIADI.

Tra i tanti enigmi che accompagnano la leggenda micaelica sul Gargano, uno dei più affascinanti riguarda le date delle celebrazioni. Nei manoscritti più antichi, come ricorda Alessandro Lagioia, esperto di letteratura latina medievale e umanistica, non troviamo alcuna indicazione precisa di un dies festus: il racconto dell’Apparitio circolava senza cornice liturgica, quasi a voler lasciare l’evento sospeso fuori dal tempo. Solo più tardi, la leggenda viene incastonata nei leggendari e negli omeliari, trovando posto tra la memoria di Cosma e Damiano (26 settembre) e l’obitus di san Girolamo (30 settembre). Da qui nasce naturalmente l’associazione con il 29 settembre, che diventerà il giorno per eccellenza di San Michele in Occidente.

Lagioia sottolinea:

”È questo, com’è noto, il dies festus più diffuso nella tradizione occidentale e sembrerebbe corrispondere, in origine, a quello della dedicazione della Basilica di San Michele sulla Via Salaria a Roma. Tale festività micaelica è l’unica registrata dal Sacramentario Gelasiano (fine del VI), dal Gregoriano (VII), nonché dal Martirologio geronimiano, di cui è testimone autorevole, degli inizi dell’VIII secolo, il codex Epternacensis, che dà peraltro notizia solo della dedicazione di una basilica di san Michele, senza specificare se si tratti di quella della Via Salaria.”

Eppure, sul Gargano, terra di incontri e conflitti, si affermò presto un’altra data: l’8 maggio. Non era connessa a una dedicazione liturgica, ma a un episodio storico-simbolico, la vittoria dei Longobardi di Benevento sui Napoletani “pagani”. La memoria militare si trasformò in ricorrenza sacra, fino a consolidarsi in fonti come il calendario marmoreo di Napoli del IX secolo, che registra tre feste micaeliche: l’8 maggio (apparitio), il 29 settembre (dedicatio) e persino una meno attestata del 5 luglio.

Le due feste principali di san Michele, l’8 maggio e il 29 settembre, richiamano però anche altro. Come ricorda Adriana Gandolfi, esperta di etno-antropologia, queste date coincidono con i movimenti della transumanza: in primavera i pastori lasciavano i pascoli invernali del Tavoliere pugliese o delle coste tirreniche per salire verso le montagne, mentre a fine settembre facevano ritorno alle pianure. Era un ritmo di vita antico e immutabile, che dettava tempi e rituali. Alla vigilia della partenza, i pastori si recavano nella chiesa del patrono: offrivano un cero, pregavano, facevano penitenza per quaranta ore per prepararsi alla lontananza. Al rientro, la tappa era la Fiera di Foggia, seguita dal pellegrinaggio al santuario micaelico del Gargano o a quello della Madonna dell’Incoronata, come ringraziamento per la stagione trascorsa.

In questo contesto si comprende meglio l’immaginario che circondava San Michele. L’“uomo-pastore”, nomade per necessità, era costretto ad attraversare territori spesso ostili. Doveva difendere sé stesso e il gregge, pronto a ricorrere alle armi. Non sorprende, osserva Gandolfi, che la sua devozione si legasse a figure soprannaturali con tratti guerrieri: San Michele Arcangelo con la spada, ma anche santi soldati come Eustachio e Martino. Allo stesso tempo, il carattere errante dei pastori li avvicinava a santi eremiti e viandanti, come Onofrio, Pasquale o Domenico, che incarnavano l’esperienza del viaggio e della solitudine.

Ma questo quadro si arricchisce se allarghiamo lo sguardo. Adriano Gaspani, tra i maggiori esperti in Italia di Archeoastronomia, studiando l’astronomia longobarda, ha ricordato che contadini e monaci medievali avevano bisogno di regolare le proprie attività secondo il calendario naturale. Non disponevano di strumenti complessi, ma di regole semplici, tramandate nei secoli, basate sull’osservazione del Sole, della Luna e delle costellazioni più caratteristiche. Tra queste, le Pleiadi occupavano un posto speciale: la loro levata eliaca a maggio e la levata acronica a fine ottobre offrivano un segnale chiaro per scandire l’inizio e la fine della stagione agricola e pastorale.

È esattamente lo stesso legame che Amelia Sparavigna, esperta archeoastronoma, ha messo in evidenza: le Pleiadi, visibili a occhio nudo come un piccolo grappolo nel dorso del Toro, furono utilizzate in molte culture come un “orologio celeste”. Un reperto del 1600 a.C., il disco di bronzo di Nebra in Germania, è considerato una delle più antiche rappresentazioni note del cielo, dove le Pleiadi compaiono ben riconoscibili in alto a destra. I Greci le usavano per regolare semine e mietiture, i navigatori per calcolare i tempi del mare, i popoli nomadi delle steppe asiatiche per segnare l’inizio delle stagioni. Persino nelle grotte paleolitiche di Lascaux e La-Tête-du-Lion, un gruppo di puntini accanto a un bovino sembra richiamare Pleiadi e Iadi, con l’occhio dell’animale a segnare Aldebaran, anche se, riguardo a questa interpretazione, non c’è unanimità tra gli studiosi.

Lo stesso motivo ritorna in Egitto con le Sette Hathor, sette vacche divine che nutrono i defunti; in India, dove Aldebaran diventa la “vacca rossa” della seconda casa lunare; in Cina, dove dal 2300 a.C. la luna piena in prossimità delle Pleiadi all’equinozio d’autunno segnava una ricorrenza rituale; e perfino nelle Americhe, tra i Navajo e altre tribù, che legavano il ciclo delle Pleiadi a quello dei bisonti. È il segno che l’associazione fra mandrie terrestri e “mandria celeste” risale a un orizzonte remotissimo, precedente l’agricoltura stessa.

Se uniamo questi fili, il quadro diventa suggestivo. Le due date micaeliche cadono proprio nel ciclo delle Pleiadi: a maggio, quando la loro ricomparsa all’alba annunciava la salita ai pascoli, e a settembre, quando la loro presenza notturna anticipava il ritorno alle pianure. La leggenda del toro che si rifugia nella grotta, cuore dell’Apparitio, sembra così intrecciarsi a un simbolismo più vasto: il Toro del cielo e le sue figlie luminose, le Pleiadi, che da sempre guidano i cicli della natura e della vita umana.

Le feste di San Michele non vanno dunque lette solo come il ricordo di apparizioni angeliche o di vittorie longobarde?

Esse appaiono piuttosto come il risultato di una lunga stratificazione, in cui liturgia, economia pastorale e astronomia popolare si sono sovrapposte e intrecciate?

Celebrare Michele a maggio e a settembre significava, forse inconsapevolmente, seguire lo stesso calendario che da millenni i pastori e i contadini avevano imparato dal cielo: un calendario inciso non sulla pietra, ma nelle stelle del Toro e della sua piccola mandria celeste?

Interrogativi affascinanti, destinati a restare aperti finché non verranno indagati con maggiore profondità.

Fotografie e immagini: A. Grana, G. Barrella, STELLARIUM.

Fonti:

– “La Memoria agiografica di San Michele sul Gargano”, a cura di A. Lagioia (BIBLIOTHECA MICHAELICA).

– “I Longobardi. Le origini, le migrazioni, l’astronomia.”, A. Gaspani (Keltia Editrice).

– “I santuari, le feste e i pellegrinaggi nelle comunità pastorali centroappenniniche”, A. Gandolfi (La Civiltà della Transumanza – COSMO IANNONE EDITORE).

– “The Pleiades: the celestial herd of ancient timekeepers.”, A. Sparavigna (Dip. Di Fisica – Politecnico di Torino)

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