Stipendi scuola 2021-2026: quanto potere d’acquisto è svanito
Tra inflazione e rinnovi contrattuali, docenti e ATA vedono aumenti in busta paga ma al contempo una perdita reale che pesa.

Gennaio e febbraio 2026 segnano una fase cruciale per gli stipendi del personale scolastico. Con l’entrata a regime degli aumenti legati al rinnovo del CCNL Istruzione e Ricerca 2022-2024, oltre agli arretrati e alle somme una tantum, milioni di docenti e ATA hanno visto cifre più alte nei cedolini. Tuttavia, l’effetto combinato di anni di prezzi in ascesa e aumenti contrattuali solo graduali solleva domande importanti: quegli incrementi bastano davvero a restituire il potere d’acquisto perso tra il 2021 e oggi? I dati e le proiezioni più recenti offrono una fotografia nitida di un equilibrio ancora instabile.
Aumenti, arretrati e una tantum: cosa cambia nel 2026
Nel cedolino di febbraio 2026 sono confluiti tre elementi chiave che interessano docenti e personale ATA: gli aumenti tabellari previsti dal nuovo contratto, gli arretrati maturati per il triennio 2022-2024 e l’erogazione di una tantum spettante per contratto.
Secondo le tabelle di riferimento e le ultime notizie, gli aumenti lordi mensili legati al rinnovo contrattuale possono arrivare fino a circa 185 euro per i docenti e 194 euro per gli ATA, a seconda di profilo professionale e anzianità. In aggiunta, chi ha un contratto a tempo indeterminato o annuale ha diritto a una indennità una tantum di 111,70 euro lordi per i docenti e 270,70 euro lordi per il personale ATA, che verrà liquidata nel cedolino di febbraio.
Tuttavia, non tutto procede liscio: sono giunte segnalazioni di errori nei cedolini pubblicati su NoiPA, con alcune voci non correttamente calcolate o arretrati non completamente inclusi. Sindacati e operatori invitano quindi a verificare attentamente ogni voce per garantirsi quanto realmente spettante.
Il vero nodo: potere d’acquisto e rincaro dei prezzi
Nonostante gli aumenti e gli arretrati, l’analisi dei dati più aggiornati indica che il potere d’acquisto reale del personale scolastico resta inferiore a quello del 2021. Incrociando l’evoluzione degli stipendi con gli indici dei prezzi al consumo, emerge una realtà impietosa: i piccoli incrementi contrattuali e le somme una tantum non compensano appieno gli effetti dell’inflazione cumulata negli anni recenti, soprattutto nei periodi di maggiore aumento dei prezzi di energia, alimentari e servizi.
Secondo l’analisi, un docente precario – che già nel 2021 percepiva uno stipendio netto di circa 1.450-1.500 euro mensili – oggi vede aumenti nominali ma, calcolando l’effetto dell’inflazione, ha in realtà una perdita significativa di potere di acquisto, stimata anche oltre 1.700 euro annui in termini reali tra 2021 e 2026.
La situazione non è omogenea: chi è in ruolo con anzianità maggiore ha beneficiato di scatti e progressioni economiche che mitigano in parte il calo reale, mentre per i precari la mancata maturazione di scatti di carriera negli anni peggiori dell’inflazione ha accentuato l’erosione del reddito.
Inoltre, il contesto generale del mercato del lavoro pubblico in Italia mostra come gli stipendi, pur salendo nominalmente, non abbiano recuperato i livelli di potere d’acquisto pre-inflazione, con un gap che riguarda non solo la scuola ma anche altri comparti della pubblica amministrazione.
I numeri più recenti confermano che, seppur con aumenti contrattuali, erogazioni di arretrati e una tantum, gli stipendi scuola tra il 2021 e il 2026 hanno perso terreno in termini reali. Questo squilibrio tra inflazione e crescita salariale rende evidente che gli incrementi contrattuali, pur necessari e attesi, non sono stati sufficienti a ristabilire il potere d’acquisto. Per il personale scolastico, la battaglia per una retribuzione dignitosa e sostenibile resta più aperta che mai – e non può limitarsi a cifre nominali, ma deve guardare alla qualità della vita e all’equità rispetto al costo reale della vita.
Guardando il quadro complessivo, la sensazione è chiara: gli stipendi appaiono più alti sulla carta, ma nella vita quotidiana raccontano un’altra storia. Tra inflazione non del tutto recuperata, aumenti che arrivano in ritardo e una Carta del docente che continua a slittare, il futuro economico degli insegnanti appare sempre più incerto. È un paradosso che pesa soprattutto sulle nuove generazioni: con prospettive retributive fragili e un potere d’acquisto che fatica a reggere l’urto dei costi, il lavoro del docente rischia di diventare progressivamente meno attrattivo per i giovani, con conseguenze dirette sulla difficoltà di trovare nuovi insegnanti, precari o di ruolo che siano.
A questo si aggiunge un nodo strutturale spesso rimosso dal dibattito pubblico: il divario enorme tra lo stipendio dei dirigenti scolastici e quello dei docenti. Che il dirigente guadagni di più è legittimo, viste le responsabilità e le mansioni peculiari che il sistema italiano gli attribuisce. Ma la distanza salariale, soprattutto se confrontata con quella di altri Paesi europei, appare eccessiva e squilibrata. Altrove la forbice esiste, ma è meno marcata; in Italia, invece, rischia di diventare un ulteriore fattore di demotivazione. Se non si interviene su questo insieme di criticità, la scuola continuerà a reggersi più sul senso del dovere (la famosa vocazione, parola talvolta usata in maniera tossica nel mondo della scuola) che su una reale sostenibilità economica. E questo, nel lungo periodo, è un rischio che il Paese non può permettersi.
