Sposerò Simon Le Bon, film imbarazzante con tinte paninare
Sposerò Simon Le Bon (1986): trama, contesto, cast, curiosità e una lettura ironico-critica della Milano paninara.

Parlare seriamente di Sposerò Simon Le Bon è, in tutta onestà, un’impresa quasi impossibile.
Non perché manchino gli spunti — anzi, il film è un concentrato di sintomi sociali — ma perché la sua natura è così leggera, così disinvolta, così maledettamente superficiale, da scivolare via non appena provi ad analizzarla. Ci si trova davanti a un film che non regge il peso della parola “recensione”, perché nasce già come scherzo, come gioco di specchi di un’epoca che non conosceva pudore. Eppure, proprio per questo, merita di essere rivisto e raccontato: perché dentro la sua frivolezza ostentata pulsa un’Italia che si credeva ricchissima e al passo coi tempi, una Milano che giocava a fare Manhattan e un’adolescenza che scambiava la moda per identità. Carlo Cotti, al suo esordio, porta sullo schermo il romanzo di Clizia Gurrado (1985) con la leggerezza inconsapevole di chi crede di filmare un sogno. Il risultato è un oggetto cinematografico imbarazzante ma autentico, un piccolo sacrario al culto pop, dove ragazzine urlanti e professori austeri (analizzeremo il caso umano in questione) convivono nello stesso acquario colorato.
Chi lo guarda oggi fatica a non ridere — o a non arrossire — ma dietro quella risata resta una domanda: quanto di quell’Italia frivola, borghese, convinta di essere felice, sopravvive ancora in noi?
La trama
Clizia è una sedicenne del liceo Berchet di Milano. Figlia di una famiglia benestante alla “Mulino Bianco”, il padre giornalista del Corriere della Sera, la madre 37enne, bella, è casalinga, accondiscendente verso i figli all’ennesima potenza, e il fratellino Gipo, ragazzino infantile e viziato, fan di Madonna e tifoso dell’Inter. La dolce ragazza vive (senza pensieri e problemi di qualsiasi sorta) nel culto dei Duran Duran e soprattutto di Simon Le Bon, che sogna di sposare. In camera sua i poster sostituiscono i santini e la realtà italica si piega al ritmo del pop inglese. Con le amiche Rossana ed Elena, Clizia passa giornate a fantasticare, a fare merenda nei bar alla moda, a confrontare braccialetti e Moncler. È la Milano dei motorini e delle vetrine, quella che crede che il mondo inizi in corso Vercelli e finisca a Sanremo. Quando i DuranDuran annunciano la loro presenza al Festival, Clizia decide di scappare per incontrarli. Seguono una serie di equivoci, un gesso, una corsa, una finestra chiusa dietro cui l’idolo resta per sempre lontano.
Il cast
Barbara Blanc è Clizia: bruna, impacciata, perfetta nel suo candore artificiale. Gianmarco Tognazzi interpreta Cody, ex di Clizia; Luca Lionello è Alex, il ragazzo reale e disponibile. Attorno a loro si muovono Giuppy Izzo, Francesca Florio, Anita Bartolucci e altri volti che oggi sembrano usciti da un catalogo di quegli anni. Il cast non recita, posa. Tutti sono levigati, puliti, come figure di un dépliant scolorito. Ma è proprio questa rigidità a rendere il film interessante: la recitazione plastica rispecchia un’epoca in cui l’apparenza contava più della sostanza. La colonna sonora, poi, è un piccolo inganno. I Duran Duran non concessero i diritti delle loro canzoni; la produzione affidò quindi la musica a un gruppo-clone, The Grop’s Power. Un surrogato sonoro per un sogno surrogato: l’ennesimo specchio di una generazione che viveva di copie perfette, di luci finte, di melodie sintetiche. Persino la musica, come l’amore, è qui un’imitazione ben confezionata.
La prof tossica
E poi c’è lei: la professoressa incinta. Non ha nome, ma bastano cinque minuti per odiarla. Precisa, puntigliosa, scostante, arriva a scuola nonostante manchi poco al parto, ignorando ogni logica di buon senso perché “non si fida dei supplenti”. Si aggira per i corridoi con la rigidità di chi non ha mai riso, e quando scopre che un alunno ha copiato un compito di matematica convoca un consiglio di classe come se avesse smascherato un delitto. È il moralismo borghese fatto persona. Non insegna, controlla. Non educa, giudica. La sua figura, pur marginale, diventa emblematica: rappresenta la Milano severa e finta, quella che misura tutto in regole, quella che preferisce la forma alla vita. C’è qualcosa di quasi tossico nella sua presenza: una donna che partorisce il rigore invece di un bambino, e che nella sua precisione diventa caricatura di sé. Il preside che la ascolta è stanco, gli studenti intimoriti, ma lei continua imperterrita, simbolo perfetto di un mondo dove anche l’autorità è un accessorio.
Milano paninara
Fuori dalla scuola c’è Milano: città-vetrina, salotto verticale, capitale dell’apparenza. La Milano del film è una cartolina vivente, popolata da giacche Moncler, Timberland, Vespe lucide e voci nasali. Nessuno lavora davvero; tutti esistono per essere visti. Il paninaro non è solo un ragazzo alla moda: è un cittadino in miniatura, un individuo che misura la propria identità in marche e slogan. Il film non giudica, ma fotografa questa superficialità con precisione chirurgica: ogni inquadratura è un catalogo, ogni battuta un’etichetta. È la Milano che in quegli anni si credeva eterna, che ballava tra Burghy e discoteche, che confondeva il benessere con la felicità. Carlo Cotti la ritrae senza cattiveria, con un tocco da pubblicità in movimento. Eppure qualcosa filtra: la malinconia del vuoto, la consapevolezza che dietro gli occhiali specchiati non c’è nulla.
Un film finto
Guardato oggi, Sposerò Simon Le Bon sembra quasi una satira inconsapevole. Tutto è così artificiale da sembrare scritto per ridicolizzare il fandom, anche se non lo era. È un film finto, volutamente o meno. Finto nelle emozioni, nei gesti, nei conflitti. Una Milano artefatta, ricca, ottimista, solare e depurata dal male (proprio come la Parigi di Primi Baci) che però funziona come lente d’ingrandimento: mostrandoci il vuoto, ce lo fa comprendere. Le ragazzine che gridano “Simon!” con gli occhi lucidi non sono ridicole perché sognano; sono ridicole perché non sanno che stanno interpretando una sceneggiatura sociale. Il film scende così nel grottesco. Gli amori sono usa-e-getta, le lacrime di plastica, i drammi scolastici sproporzionati. Eppure, in questa superficialità esasperata c’è una verità: quella di un’Italia che aveva appena imparato a specchiarsi e non voleva più smettere. La regia di Cotti non inventa nulla, accompagna. Inquadra come una cinepresa televisiva, pulita, statica, da videoclip: l’immagine è il messaggio. Il risultato è un film che non affonda mai, ma galleggia: una bolla di sapone che riflette la luce e, nel rifletterla, si dissolve.
La nascita del mito
Il romanzo di Clizia Gurrado, scritto a sedici anni, fu un piccolo caso editoriale nel 1985. Era un diario vero, un quaderno di scuola trovato da un editore e trasformato in libro. Il film nasce direttamente da lì, con la benedizione della sua autrice. Ma ciò che in pagina era autenticità, sullo schermo diventa posa. La lingua del diario – ingenua, sincera – non sopravvive alla traduzione cinematografica. Quello che resta è un guscio: un mondo colorato senza peso specifico. Eppure la genesi spiega il risultato: Sposerò Simon Le Bon è cinema-diario, non cinema-storia. È fatto di frammenti, di pensieri brevi, di canzoni. È il film di chi non ha ancora imparato a distinguere la vita dal videoclip. E proprio per questo, visto oggi, commuove: perché ci mostra la goffaggine della giovinezza, l’innocenza del ridicolo.
Sanremo… e il lieto fine frivolo
Il viaggio verso Sanremo, nel film, è il pellegrinaggio più ingenuo della storia del cinema italiano.
Per Clizia e la sua amica Rossana, la città dei fiori rappresenta la Mecca dell’illusione, la capitale dei sogni televisivi. Non cercano la musica, ma la conferma: vogliono solo dire “io c’ero”, respirare l’aria che ha toccato Simon Le Bon, illudersi di averne colto il profumo. Arrivano in riviera come due crocerossine del pop con lo stesso candore di chi parte per una gita scolastica e finisce dentro un’icona pubblicitaria. Sanremo, nel film, non è una città ma un fondale: piazze pulite, hotel con moquette rosa, guardie annoiate. Clizia corre, cade, si rompe una gamba, vede l’idolo da lontano, ma il miracolo non avviene: il vetro tra lei e Simon resta sigillato. È la scena più sincera del film: l’amore adolescenziale che sbatte contro la realtà e lascia solo un’eco di risate. E mentre Clizia torna a Milano con un amore nuovo ma più modesto (il suo Alex, tenero e concreto e altro figlio di papà), succede altrove qualcosa di ancora più simbolico: Elena e Cody si sposano. Sì, si sposano. Giovani, bellissimi, agiati e, dettaglio da non trascurare, lei incinta. È una delle trovate più rivelatrici del film: la tragedia cancellata dal benessere. In un’altra epoca, la notizia di una gravidanza precoce avrebbe acceso drammi, vergogna, punizioni. Negli anni Ottanta del film, invece, tutto si risolve con una risata e una torta nuziale. C’è poi la dolce Rossana che sembra aver trovato la sua (ovviamente finta ed effimera) via: diventare una giornalista musicale. Una chiusura consolatoria, quasi televisiva, in cui tutto rientra nei ranghi. Ma il sorriso finale non convince: resta nell’aria l’eco di un sogno consumato, di un’epoca che ha avuto il coraggio di credere nella frivolezza.
Il documento
Oggi Sposerò Simon Le Bon si può guardare come un reperto sociologico. Racconta un’Italia che non esiste più: fatta di ottimismo, di colori sintetici, di ragazze che piangevano per un cantante e di ragazzi che si misuravano con l’autoradio. È un film piccolo, sì, ma dice molto più di tanti drammi pretenziosi. Mostra la nascita dell’adolescenza di massa, quella che vive di marche e di idoli, e la fa vedere senza filtri morali. I personaggi, Clizia in primis, sono ragazzi ridicoli che tuttavia non sanno di esserlo. Imbarazzante? Sì. Ma anche necessario. Perché solo guardando queste frivolezze capiamo quanto siamo cambiati. E perché ogni cultura ha bisogno di ricordare i propri eccessi per non ripeterli.
Ma cos’è Sposerò Simon Le Bon?
Sposerò Simon Le Bon non è un grande film, ma è un grande sintomo. È l’autoritratto inconsapevole di una generazione che credeva che la vita fosse una copertina di “Cioè”. Un mondo dove la tragedia è un compito copiato, il dramma un paio di scarpe rubate, e la salvezza una foto firmata. Come già detto, si tratta di un film imbarazzante, frivolo, ma incredibilmente sincero nella sua stupidità. E proprio per questo resiste. Ci fa ridere, ci fa arrossire, e ci costringe a ricordare che anche noi, da qualche parte, abbiamo sognato un idolo irraggiungibile. La professoressa, nel frattempo, continuerà a correggere compiti con la pancia gonfia, simbolo di una morale che non partorisce mai niente. Le ragazze continueranno a urlare, i poster a scolorire, Milano a specchiarsi nelle sue vetrine. E Simon Le Bon, da qualche parte, canterà ancora, oramai consapevole del culto nato in Italia attorno a lui grazie a questo film. Nel 2017, durante una puntata del programma Music condotto da Paolo Bonolis, il cantante dei Duran Duran ha incontrato in studio Barbara Blanc, l’interprete di Clizia. L’emozione, in quell’istante, è stata genuina: un sorriso, una stretta di mano, un ricordo condiviso. La realtà che finalmente ha toccato la leggenda, il fantastico. Un culto del trash, ma anche del cinema adolescenziale che fotografa (seppur n versione enfatizzata) il modus vivendi e cogitandi di quella generazione cresciuta a dischi, riviste glamour e Duran Duran. Un film che voleva essere leggero e invece è diventato una cartolina (quasi) onesta di un decennio falsissimo.



