Primi Baci: il dolce disastro del romanticismo kitsch
Negli anni ’90 Italia 1 fece sbarcare nel suo slot pomeridiano Primi Baci, un concentrato di romanticismo in 4:3.

Pensiamo che sia sacrosanto: questa nostra introduzione deve essere come la riapertura di una vecchia videocassetta. L’odore di polvere, un’immagine appena sbiadita e una sigla che si ripete nella testa come un vecchio refrain. Negli anni Novanta le televisioni private italiane si nutrivano di importazioni leggere, di cartoni, di telefilm adolescenziali e di programmi che sapevano di merenda: Primi Baci arrivò così, senza alcun travestimento, e divenne specchio e parodia insieme di un immaginario “romantico” confezionato a misura di ragazzini. Era tutto talmente perfetto da sembrare finto. Quel finto però aveva un potere: ci ha insegnato a costruire miti d’amore di cartapesta, a innamorarci di occhi troppo lucidi e a storielle ottimistiche e ipocrite da feuilleton. La squadra che stava dietro a questi prodotti aveva un nome e una fabbrica: AB Productions, che negli anni trasformò la televisione teen in una catena di montaggio di sentimenti. Nella recensione di questa piccola perla dolciastra e frivola, non cercheremo solo la carcassa comica — i poster stropicciati, le felpe pastello, il doppiaggio a volte farsesco — ma anche il contesto produttivo, le ragioni del successo e la persistenza di certe immagini nel nostro immaginario (vogliate scusarsi la ridondanza). La nostalgia è il modo in cui rimodelliamo il passato per capire che cosa siamo diventati. Parleremo dei personaggi, delle scelte editoriali e dei cosiddetti spin-off che hanno creato un vero e proprio “multiverso” sentimentale . L’obiettivo è restituire al lettore un dossier che sia filologico, divertente e — quando serve — causticamente dolce.
Quando l’amore parlava francese (male e meravigliosamente)
La storia di Primi Baci è la storia di una sitcom francese, Premiers Baisers, nata nel 1991 e prodotta dall’ apparato di AB Productions. La versione italiana, trasmessa con il titolo Primi Baci su Italia 1 nella fascia pomeridiana fino al 1996, fu uno dei tanti tentativi del grande esperimento di importazione che vide la nostra rete giovane collezionare una serie dopo l’altra di prodotti franco-teen: Hélène et les Garçons, Les Nouvelles Filles d’à côté, Les Années Fac e altri ancora. Il catalogo AB era vasto, ripetitivo, ma stranamente ipnotico: personaggi in bilico tra la soap e la commedia, dialoghi che sembravano versi di canzoni e un’estetica che privilegiava il colore e la dolcezza più che il realismo. Nella pratica italiana il fenomeno si tradusse così: pomeriggi dedicati ai giovani dove la grammatica sentimentale era semplificata, i conflitti rarefatti e le risoluzioni sempre pronte a riassettare i cuori. L’amore in Primi Baci era un esercizio di geometria sentimentale in 4:3. Ogni episodio era una scenetta misurata: il bacio mancato, la lettera strappata, la promessa che non teneva, la musica di sottofondo che ti ricordava smalti e poster. Si trattava di una narrativa che puntava a creare empatia immediata: non personaggi complessi, ma “tipi” riconoscibili, comode icone per un pubblico che voleva sognare, non ragionare. Se è vero che in Francia questi prodotti nacquero come filoni seriali connessi (Hélène et les Garçons e i suoi derivati), in Italia la fruizione fu spesso parziale: le prime due stagioni di Primi Baci sbarcarono sui teleschermi nostrani a metà degli anni Novanta, ma la distribuzione fu a tratti frammentaria e le stagioni successive non sempre arrivarono complete. In più, il doppiaggio — elemento chiave di qualunque importazione — contribuì a creare un’identità tutta italiana: alcune voci divennero archetipi, altre generavano risolini involontari.
Justine, Annette e company : il teatro “adolescemo”
Nel cuore di Primi Baci l’eroina è Justine Girard, la liceale “per bene”, figlia di famiglia di classe medio alta alla Mulino Bianco, meravigliosamente senza problemi. Justine è alle prese con amori in punta di penna (su tutti Jérôme) e con una Parigi da cartolina che fa da fondale ai primi turbamenti. È lei il baricentro narrativo della serie, il volto che la macchina da presa torna a cercare quando il sentimentalismo rischia di sciogliersi come ghiaccio nel bicchiere. Accanto a Justine brilla — e strilla — Annette Lampion, l’amica goffa e iper-romantica: occhiali grandi, voce squillante, cotta dichiarata per Roch Voisine e un entusiasmo che invade ogni scena. Insomma, la “sfigata” spalla comica e detonatore emotivo, destinata col tempo a intrecci narrativi sempre più surreali (nella continuity AB, arriverà addirittura a legarsi a Roger). Senza di lei, il tono zuccherino della sitcom perderebbe la sua vena slapstick. E poi c’è Roger Girard, il padre che nessuno chiama “papà”: quel “Roger” pronunciato con naturalezza è un piccolo scarto linguistico, un gesto di modernità teatrale che oggi fa sorridere e che all’epoca pareva chic. Intorno a questo nucleo orbitavano altre figure che completavano il teatrino sentimentale: Jérôme, il fidanzatino dal ciuffo disciplinato, così perfetto da sembrare uscito da un album di figurine; Hélène Girard, la sorella maggiore di Justine, che appare all’inizio della serie come confidente e figura “adulto-adolescente”, pronta a vivere il proprio spin-off: Hélène et les Garçons; e poi i compagni di scuola, ognuno con un cliché ben preciso (l’intellettuale impacciato, il bello distratto, la confidente sempre pronta a fare battutine sceme senza essere interpellata). Persino i genitori di Justine e Helene, Roger e la moglie Marie, rappresentavano un modello idealizzato di coppia borghese, fatta di sorrisi finti e di abbracci pedagogici che chiudevano ogni puntata come una morale. Era un microcosmo di buone maniere e pasticci d’amore, un mondo cordiale, fiabesco, infantile dove il massimo del dramma era una telefonata mancata o una bugia detta per sbaglio. Eppure, dentro quella semplicità ripetitiva, c’era il segreto del suo fascino: Primi Baci non raccontava la vita vera, ma quella che avremmo voluto vivere, un eterno pomeriggio senza tempo, popolato da Roger, Justine, Annette e il resto della comitiva, con la certezza che alla fine, comunque andasse, qualcuno avrebbe sorriso e detto: à demain !
ll multiverso AB: spin-off, riciclaggi e l’industria del sentimento
Se guardiamo alla galassia AB con occhio disincantato, scorgiamo un modello produttivo industriale: molte serie condividono ambienti, dinamiche, perfino attori ricorrenti. Quello che negli Usa sarebbe stato un universo narrativo più calibrato qui diventò una catena di piccole commedie che si intersecavano e che generavano spin-off come funghi in una serata umida. Les Années Fac, Les Nouvelles Filles d’à côté, Hélène et les Garçons: titoli che, se letti insieme, compongono una sorta di atlante sentimentale di fine secolo. AB Productions non costruiva soltanto storie: costruiva un ecosistema di tenerezze seriali. Questo modello aveva vantaggi commerciali evidenti: economie di scala, possibilità di lanciare giovani volti come “brand” (sempre riciclabili), e una produzione rapida che trasformava l’ordinarietà in appuntamento fisso. I limiti però erano altrettanto chiari: scrittura ripetitiva, personaggi bidimensionali e una certa stanchezza narrativa che emergeva non appena l’ingenuità originaria si consumava. Per il pubblico italiano, abituato alle commedie d’importazione che oscillavano fra l’americano e il francese, la sensazione era di trovarsi di fronte a un circuito chiuso, dove il sentimento veniva prodotto a nastro e distribuito a pacchetti.
Italia 1 e la follia di importare il sentimentalismo morbido
Nel contesto di Italia 1, rete che si era costruita un’identità giovane tra cartoni, telefilm e programmi musicali, l’arrivo delle sitcom francesi fu una mossa di posizionamento: riempire le fasce pomeridiane con prodotti pronti da mandare in onda, capaci di attirare adolescenti e preadolescenti e tenere compagnia a una platea che cercava contenuti “da dopo scuola”. L’effetto fu duplice: da un lato, un successo immediato in termini di audience; dall’altro, la creazione di un’immagine di canale che, per alcuni anni, divenne sinonimo di romanticherie e sigle strappacuore. I risultati sono noti: un pubblico affezionato, qualche polemica culturale, e oggi un alone di ironia storica che rende questi programmi nostalgici, figli di un passato colorato e sfaccettato come quello degli anni ’90.
Il valore culturale del kitsch televisivo
A posteriori, etichettare Primi Baci come semplicemente “cattivo” sarebbe superficiale. Il kitsch televisivo — quel mix di melodia, scenografia economica e sentimenti esposti senza protezioni — è anche un contenitore di memorie collettive. Quando rivediamo quelle scene con occhi adulti, ridiamo, ci vergogniamo un po’, e poi scopriamo che la risata è il modo più onesto per restituire al passato il suo giusto peso. Oggi il kitsch non è più offesa: è patrimonio. In quella tessitura di merletti narrativi c’è, per chi sa leggerla, una mappa dell’infanzia italiana: gli appuntamenti pomeridiani, le amiche al telefono, i primi batticuori e i luoghi comuni che hanno formato una generazione.
Una lingua doppiata: come l’italiano trasformava il francese
Ma il vero incanto arrivava quando le voci italiane prendevano possesso dei volti francesi, trasformando Parigi in un sobborgo sentimentale di Milano. Roberta Gallina Laurenti dava a Justine Girard un timbro tenero e lievemente esitante, quello perfetto per far innamorare gli spettatori senza dire una parola di troppo. Annette Lampion viveva nelle inflessioni squillanti e adorabilmente isteriche di Emanuela Pacotto, che riusciva a rendere ogni sua frase un piccolo esercizio di comicità adolescenziale. Jérôme, l’eterno fidanzatino, ebbe prima la voce di Riccardo Rossi e poi di Patrizio Prata, due registri diversi per più stagioni di amore immobile; mentre Gianni Quillico portava a Roger Girard quella calma bonaria da papà televisivo anni ’90, sempre pronto alla morale finale. Persino Hélène trovava in Alessandra Felletti la grazia melodica, per poi essere sostituita da Rossella Acerbo nello spin-off dedicato al personaggio. Troviamo poi la voce ironica e brillante di Veronica Pivetti a doppiare il personaggio di Isabelle. Era un doppiaggio da manuale d’alchimia: fonemi italiani su corpi francesi, e l’illusione perfetta che Parigi parlasse la lingua dei nostri pomeriggi.
La sigla: un mistero pop e un piccolo orrore musicale
Quando Primi Baci sbarcò su Italia 1, non fu solo la serie a entrare nei pomeriggi degli adolescenti, ma soprattutto quella sigla enigmatica, dolciastra, irresistibilmente trash. Nessuno oggi sa dire con certezza chi l’abbia incisa: i nomi degli interpreti sembrano dissolti nell’etere delle produzioni minori, come se anche i cantanti volessero dimenticare di averla mai registrata. Il risultato, però, resta un capolavoro involontario di cultura pop italiana: come lo descrive Bl Magazine, sembra un motivetto da spot di Cioè, con tanto di rossetto brillantinato, diari pieni di cuoricini e sogni di Roch Voisine appesi accanto ai poster di Non è la Rai. Il ritornello, ripetuto con ostinazione quasi ipnotica, era un inno adolescenziale che sembrava uscito da un karaoke di quartiere: “Baci primi baci perché tu mi piaci / baci primi baci… ack tum yeah.” Quel “ack tum yeah” — a metà fra un colpo di tosse e un verso soul malriuscito — bastava da solo a definire l’estetica di un’epoca che cercava di sembrare americana, ma finiva sempre per scivolare nella parodia. Era un rap addomesticato, una versione economica del Principe di Bel-Air cantata con l’innocenza di una merendina Motta. Eppure, a modo suo, quella sigla oggi commuove. Perché è la fotografia sonora di un’Italia che voleva sentirsi internazionale, senza sapere bene come. Un’Italia che mescolava i cori sintetici con la spensieratezza da diario scolastico, e che proprio in quella goffaggine trovava la sua verità più tenera.
Miele, cuore e diabete su Italia 1 negli anni ’90
A ben pensarci, Primi Baci fu un vero e proprio sintomo collettivo: la prova che negli anni ’90 l’amore in TV era un prodotto da scaffale, servito tiepido e dolce, come il budino delle quattro del pomeriggio. E proprio in quel periodo, sullo stesso canale, Italia 1 ci regalava un’altra esplosione di zuccheri: Piccoli problemi di cuore. Era l’ora magica in cui, tra i quaderni sparsi e la merenda, le lacrime di Miki si mescolavano ai sospiri di Justine, e il risultato era una glicemia fuori controllo. Da un lato i drammi sentimentali in formato anime, con Yuri che entrava e usciva dal cuore di Miki come un personaggio di Dumas disegnato in 2D; dall’altro le frivolezze franco-borghesi di Justine, Roger e soci, dove bastava uno sguardo per scatenare crisi da diario segreto. Era l’epoca in cui bastava cambiare canale per passare da un triangolo amoroso a un altro, senza muovere un dito. Tutto era amore, tutto era complicato, e tutto si risolveva prima della sigla finale. Il pomeriggio di Italia 1 era una lunga seduta di sentimentalismo a orologeria: le ragazze imparavano a sospirare, i ragazzi a fare finta di non guardare, e noi tutti a capire che la vita vera non avrebbe mai avuto quella colonna sonora. Oggi rivediamo quei titoli con un sorriso ironico, ma dentro quel sorriso c’è una tenerezza autentica.
Il passato che continua a parlare: riflessioni finali
Dobbiamo guardare a Primi Baci con occhio doppio: quello affettuoso di chi sa di averci passato dei pomeriggi, e quello critico di chi vede la semplicità come un tessuto che nasconde complessità sociali e produttive. Le sitcom importate da AB Productions furono un fenomeno che legò generazioni e creò un linguaggio. Oggi, guardandole, possiamo ridere e imparare: ridere perché spesso il tono appare involontariamente comico, imparare perché quei prodotti raccontano un’Italia che cercava storie innocue nelle pause tra una merenda e l’altra, l’Italia delle ultime stagioni di Non è la Rai, che cercava quel bisogno di frivolezza domestica, tanto finta e banale, quanto rassicurante. È giusto ridere di Primi Baci. È giusto anche rimpiangerlo un poco. Perché la nostalgia ha questo: è una lente che ingrandisce i dettagli più insignificanti e ci mostra quanto siano stati importanti.



