Cinema

Dracula – L’amore perduto: cosa dobbiamo aspettarci dal film di Besson?

Un’opera ambiziosa e visivamente sontuosa che riprende il mito di Dracula sotto la lente della passione e dell’eterno rimpianto.

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Quando Luc Besson decide di affrontare il mito di Dracula, lo fa come chi torna su una leggenda per restituirle anima, malinconia e splendore. Con Dracula – L’amore perduto (2025), il regista francese non costruisce un semplice film dell’orrore: plasma invece un dramma gotico, una storia d’amore sepolta nel tempo e maledetta dall’eternità. Il risultato è un’opera che vibra di desiderio e colpa, dove la sete di sangue si mescola alla nostalgia e il vampiro non è più un mostro, ma un uomo che attende da secoli un volto. Il film, che ha richiesto un budget record di 45 milioni di euro, segna il ritorno di Besson dopo Dogman e punta a ridefinire la figura del conte Dracula secondo la sua sensibilità romantica e visiva. L’idea è quella di un racconto sontuoso, europeo, più vicino alla tragedia di un amante eterno che alla paura pura del gotico classico.

La trama

Tutto comincia nella Transilvania del Quattrocento. Il principe Vlad, devoto e feroce, ama la giovane Elisabeta con una passione assoluta. Tornato vincitore da una campagna contro gli Ottomani, la trova ferita, prossima alla morte. Quando il corpo della donna gli si spegne fra le braccia, Vlad si ribella a Dio, rinnega la fede e – in un atto disperato – beve il sangue che stilla dalla croce del suo altare. Nasce così il vampiro: un’anima condannata a non morire. Secoli dopo, nella Parigi della Belle Époque fatta di lampioni e nebbia, Vlad riconosce in una giovane donna il volto della sua amata perduta. Lei si chiama Mina, vive tra studi di pittura e salotti letterari, e la sua presenza risveglia nel principe la possibilità di redenzione. Ma l’amore, in questo racconto, è un veleno lento: Mina è promessa a un altro uomo, e un sacerdote-cacciatore di vampiri, interpretato da Christoph Waltz, giura di distruggere il “mostro” che si aggira tra i vicoli della città. La domanda diventa: può l’amore salvare chi è già dannato?

Il cast e la visione di Besson

Nel ruolo del protagonista troviamo Caleb Landry Jones, volto magnetico e inquieto, già diretto da Besson in Dogman. Il regista lo ha definito «incredibilmente talentuoso… qualcosa che non vedevo dai tempi di Gary Oldman». Accanto a lui la giovane Zoë Bleu, figlia di Rosanna Arquette, in un doppio ruolo – Elisabeta e Mina – che lega passato e presente, carne e ricordo. Il premio Oscar Christoph Waltz presta la sua voce e il suo carisma al cacciatore di vampiri, mentre Matilda De Angelis interpreta Maria, l’amica-confidente di Mina, l’unica a intuire l’abisso che la giovane donna sta per attraversare. Le riprese si sono svolte tra la Finlandia innevata e i palazzi di Parigi, con una fotografia che predilige toni freddi, vellutati, quasi da dipinto ottocentesco. La colonna sonora porta la firma di Danny Elfman, che per la prima volta collabora con Besson, costruendo un tessuto musicale di archi, corni e voci femminili sospese nel vuoto.

Curiosità e stile

Il film è stato presentato come una “versione d’amore” del mito, dove l’immortalità non è più un dono oscuro, ma una punizione per chi ha amato troppo. Besson ha dichiarato di non essere un amante dell’horror né di Dracula, precisando che il suo film è «una storia d’amore tragica tra due anime che non possono morire insieme». L’ambientazione nella Parigi della Belle Époque è una scelta simbolica: il cuore pulsante dell’Europa moderna diventa il palcoscenico per una leggenda che parla di passato, decadenza e desiderio. È un mondo che cambia, e in quel cambiamento il vampiro appare come l’ultima ombra di un’epoca perduta. Visivamente, Dracula – L’amore perduto si distingue per una ricercatezza che confina con l’eccesso: velluti, specchi, piume, rossetti scarlatti e lampade a gas. Ogni inquadratura sembra un quadro di Gustave Moreau, ogni gesto un ultimo sussurro d’amore prima della fine. Tuttavia, la critica francese non ha risparmiato qualche graffio: Le Monde ha definito l’opera «una carneficina visiva piena di cliché e personaggi femminili problematici». Besson, da parte sua, non si è difeso: «Dracula parla dell’attesa. Ho voluto filmare quel silenzio tra due secoli, quel silenzio tra due cuori.»

Il sangue del crocifisso: l’amore che sfida il cielo

C’è un momento, nel mito di Dracula, che abbiamo citato precedentemente e che è stato proposto, per la prima volta, all’interno del leggendario film di Francis Ford Coppola nel 1992, e ripreso da Besson: il colpo di spada inferto al crocifisso, il gesto di un uomo che non accetta la morte dell’amata e si ribella al destino. Quando il legno sacro comincia a sanguinare, non è un miracolo: è una ferita. È la fede che si spezza, l’amore che diventa bestemmia, la grazia che si tramuta in condanna. In quell’istante Vlad rinnega Dio e riceve, in cambio, l’eternità. Non un dono, ma una pena senza fine, un battesimo di sangue che lo renderà immortale e infelice. Il sangue che scorre dal crocifisso è simbolo di empietà ma, al contempo, la prova che anche il divino può sanguinare quando l’uomo ama troppo. Coppola (e Besson dopo di lui) usa questa scena come punto di non ritorno. Vlad, fino a quel momento, è un uomo di fede e d’onore. Ma la notizia della morte della sua amata — che la Chiesa dichiara “dannata” e quindi indegna di sepoltura sacra — lo distrugge. Il suo colpo di spada non è solo rabbia: è una dichiarazione d’amore disperata contro il cielo stesso. Quel sangue diventa il segno visivo dell’unione tra amore e bestemmia, il momento in cui l’uomo trasforma la grazia in dannazione. Dracula nasce non dal male, ma dal dolore — un concetto potentissimo, che Besson sembra riprendere in chiave più malinconica e meno teologica: l’idea che l’immortalità di Vlad sia una conseguenza del suo gesto d’amore impuro, non un dono infernale. In altre parole, il sangue che scorre dal crocifisso non è “di Cristo”, ma del legame spezzato tra Dio e Vlad: è la fede che sanguina, l’amore divino che egli uccide nel suo gesto di disperazione. Da quel momento, la maledizione diventa inevitabile.

Cosa ci dobbiamo aspettare

Ciò che colpisce è la volontà di rovesciare il genere: non più l’orrore come spavento, ma l’orrore come malinconia. Il sangue diventa metafora del tempo, dell’amore che scorre e si rinnova, della vita che non si arrende alla morte. È un film che parla a chi crede nella forza devastante dei sentimenti, più che a chi cerca il brivido immediato. Dal punto di vista tecnico, l’opera promette una cura estrema per l’immagine: giochi di ombra e luce, paesaggi innevati, balli in maschera, lunghi piani-sequenza che restituiscono il peso dell’attesa. Ma la sostanza resta nell’intenzione: trasformare Dracula in una figura quasi shakespeariana, un uomo che non riesce più a morire perché non riesce a dimenticare. Il rischio, naturalmente, è quello di cadere nell’eccesso estetico o nella lentezza contemplativa. Alcuni critici hanno già segnalato la difficoltà di equilibrio tra pathos e ritmo narrativo, ma la verità è che Besson non sembra cercare consenso: vuole emozionare, non accontentare. E questo, nel panorama del cinema europeo, è un gesto raro e prezioso. Dracula – L’amore perduto non è un film dell’orrore nel senso classico, ma un poema visivo sull’amore e la condanna. È un’opera che parla di chi ha amato troppo, di chi non ha mai smesso di aspettare, di chi cammina tra la vita e la morte solo per rivedere un volto. Se tutto funziona, sarà uno dei film più discussi e più belli dell’anno. Se invece dovesse fallire, resterà comunque un esperimento coraggioso, il sogno romantico di un regista che non ha paura di scavare nell’abisso. In ogni caso, il nuovo Dracula di Luc Besson promette una cosa certa: ci restituirà il vampiro per antonomasia, il conte Dracula, ma anche il fantasma stesso dell’amore.

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