Un eroe silenzioso di Manfredonia: Pasquale “Sèttemïgghjö̈re” in un ricordo d’infanzia di Luigi Castriotta

Un eroe silenzioso di Manfredonia: Pasquale “Sèttemïgghjö̈re” in un ricordo d’infanzia di Luigi Castriotta
da Manfredonia Ricordi
Questo è uno dei tanti racconti che il carissimo Luigi Castriotta, anziano pescatore scomparso qualche anno fa, amava condividere quando c’s’incontrava. Ricordi vividi e reali della sua infanzia vissuta a Manfredonia durante i bui anni della Seconda Guerra Mondiale.
Lo sfottò di strada e il soprannome Nella Manfredonia degli anni ’40, il vigile urbano Pasquale Scircoli era una figura imponente e temuta da tutti i monelli del paese. Noto per la sua disciplina ferrea e per il carattere d’acciaio, portava un soprannome celebre che risuonava tra i vicoli: Pasquale “Sèttemïgghjö̈re” (Pasquale sette mogli).
Luigi e i suoi amici non perdevano mai occasione per stuzzicarlo. Ogni volta che lo vedevano passeggiare in divisa lungo le strade cittadine, si nascondevano dietro un angolo e gli urlavano a squarciagola: «Pasquel “Sèttemïgghjö̈re”!»
Pasquale, che non tollerava quell’affronto alla sua autorità, s’infuriava ogni volta. Si girava di scatto e rispondeva a tono con battuta pronta e tagliente in dialetto: «E màmmata so jot!»
Tra urla, risate e fughe a gambe levate, quello sfottò era diventato un rito quotidiano. Nessuno di quei ragazzini avrebbe mai immaginato che proprio quell’uomo così severo e spesso bersaglio delle loro canzonature sarebbe diventato, di lì a poco, il loro angelo custode.
L’incursione al Castello All’epoca, a causa delle ristrettezze belliche, il vino era diventato un bene introvabile nelle case della gente comune. In famiglia si sentivano spesso i padri rammaricarsi a tavola per la mancanza anche solo di un goccio di vino con cui accompagnare i magri pasti quotidiani. I ragazzi erano a conoscenza che all’interno del porticato della Piazza d’Armi del castello erano custodite delle grandi botti di vino riservate alle truppe tedesche. Fu proprio sapendo questo e ascoltando i rammarichi a casa che nei tre ragazzini nacque l’idea di prendere quella coraggiosa iniziativa: infilarsi nella fortezza non per un capriccio personale, ma per recuperare un po’ di quel vino e fare una gradita sorpresa ai propri genitori.
Luigi, insieme a due suoi inseparabili compagni d’avventura — Pinuccio, “u figghje d’u rè” (il figlio del re, così chiamato perché il padre faceva il falegname ed era soprannominato “il re”), e Mumïne (Girolamo) detto “a Ruffanelle” — decisero di tentare il colpo. Erano solo dei bambini di appena 7/8 anni, ma mossi dall’inconscia spavalderia dell’infanzia. Luigi si era procurato un secchio di metallo, mentre i suoi due amici avevano preso da casa delle pentole.
Sfruttando la stazza minuta dei loro sette-otto anni, riuscirono a infilarsi uno alla volta all’interno della fortezza passando attraverso una piccola finestra bassa della muraglia dal lato di Via dell’Arcangelo, protetta da grate di ferro che in quel periodo erano danneggiate, lasciando un piccolo varco.
Una volta dentro, strisciando nell’ombra del porticato della piazza d’armi, raggiunsero le botti. L’operazione procedette con precisione: riempirono il secchio di metallo e le pentole fino all’orlo con quel vino rubato ai tedeschi, pronti a ripercorrere la strada a ritroso.
Il colpo in canna e la commedia della salvezza Proprio mentre guadagnavano l’uscita, la sfortuna si mise di mezzo. A uno dei ragazzi scivolò improvvisamente di mano la pentola colma di vino. Il recipiente di metallo sfuggì alla presa e impattó sul pavimento di pietra con un fragore assordante, rovesciando tutto il suo contenuto.
Quel metallo sbattuto sulle pietre rimbalzò tra le mura del castello come una fucilata. L’allarme fu immediato. A pattugliare la zona c’era un soldato tedesco armato che, sentito il boato, mise subito il colpo in canna al mitra con un teso scatto metallico e si lanciò verso di loro, urlando a gran voce «Halt! Wer da?» e altre frasi secche e minacciose in tedesco.
Insieme al tedesco arrivò di gran carriera proprio lui: Pasqualino “Sèttemïgghjö̈re”.
Nonostante le monellerie e gli insulti che quei ragazzini gli gridavano ogni giorno per strada, di fronte a quel soldato con le mani sul mitra pronto a sparare, Pasquale capì al volo che i tre stavano rischiando la vita. Avvicinandosi rapidamente a loro prima che il tedesco potesse agire, sussurrò a bassa voce in dialetto con fare concitato e preoccupato: «Che cosa avete combinato? Da dove siete entrati? Adesso questo vi spara!»
I tre ragazzi, tremando dalla paura, gli spiegarono al volo il percorso, dal lato di Via dell’Arcangelo attraverso le finestrelle della muraglia.
Capita la dinamica e capito soprattutto il pericolo imminente, Pasquale non perse un attimo e mise in scena il suo piano per salvare quei figli della sua terra. Voltandosi verso il soldato tedesco per farsi ben vedere, si scagliò finto-furioso contro Luigi, Pinuccio e Mumïne. Cominciò a schiaffeggiarli e a rifilargli qualche pedata sul sedere e spintoni, accompagnando i colpi con urla teatrali da severo tutore dell’ordine: «Mannaggia a voi! Che ci fate qui? Ve ne dovete andare subito a casa!»
Mentre li schiaffeggiava e li spingeva a forza verso l’esterno per accompagnarli fuori dal castello, Pasquale continuava a ripetere sottovoce in dialetto, senza farsi sentire dal soldato: «Andatevene via… andatevene via subito!».
Il soldato tedesco, di fronte a quella improvvisa ed energica lezione “paterna” da parte del vigile urbano, si bloccò con il mitra ancora in mano. La scena del poliziotto locale che inseguiva e prendeva a schiaffi i tre ragazzini colti sul fatto gli sembrò talmente grottesca da sciogliere tutta la tensione e scatenargli una risata omerica, fragorosa e scoppiettante, che echeggiò in tutta Piazza d’Armi.
Il coraggio del ritorno e la paura della mamma Riusciti a varcare la soglia del castello e messi in salvo dal vigile, i tre bambini si fermarono un attimo a riprendere fiato fuori dalla fortezza. Fu lì che subentrò un altro terrore, tutto infantile: tornare a casa senza i secchi e le pentole di famiglia. Sapevano benissimo che le madri, tra la miseria nera della guerra e la perdita degli unici utensili da cucina, non gliel’avrebbero perdonata e li avrebbero riempiti di botte.
Così, malgrado il rischio enorme appena corso e la paura del brutto momento passato, presero una decisione incredibile: ritornare di nuovo all’interno della fortezza. (Nel raccontarmi questo passaggio, Luigi fece una breve pausa, sorrise amaro e mi disse: «Ma vedi un po’ quanto eravamo stupidi!»). Con la massima cautela, riattraversarono lo stesso varco di Via dell’Arcangelo da cui erano già passati. Una volta dentro la piazza d’armi, si nascosero e attesero che il soldato tedesco e Pasquale si allontanassero per proseguire il loro giro di ricognizione. Non appena si assicurarono che i due fossero sufficientemente lontani dalla zona delle botti, svuotarono a terra il vino rimasto nei recipienti per fare prima, recuperarono rapidamente il secchio di metallo e le pentole e corsero a perdifiato verso l’uscita per tornare a casa. Salvarono così non solo la pelle dai tedeschi grazie all’astuzia di Pasquale, ma anche il sedere dalle punizioni delle rispettive mamme.
Un eroe silenzioso da ricordare Da quel giorno in poi, però, qualcosa cambiò per sempre. Quell’episodio segnò una svolta profonda nel cuore di Luigi e dei suoi amici. Capirono che dietro la maschera di quel vigile severo, che fino ad allora non sopportavano e continuavano a stuzzicare, si nascondeva un uomo dal cuore grande che non aveva esitato a rischiare del suo per salvare loro la vita.
I dispetti e le grida di “Pasquale Sèttemïgghjö̈re” cessarono per sempre. Da quel momento in avanti, ogni volta che lo incontravano per le strade di Manfredonia, gli portavano un rispetto sincero e una gratitudine profonda che si portarono dietro per tutta la vita.
Oggi, a distanza di tanti anni, la figura di Pasquale meriterebbe di essere sottratta all’oblio ed essere ricordata degnamente, magari con un riconoscimento ufficiale, un premio o una medaglia alla memoria, proprio come avvenne per l’Arcivescovo Andrea Cesarano per i suoi meriti durante le drammatiche vicende della guerra. Perché se il presule fu punto di riferimento e rifugio per l’intera comunità Manfredoniana, anche Pasquale, nel suo piccolo e con l’astuzia di un gesto disperato, compì un vero atto di eroismo: impedı̀ che le vite di tre bambini innocenti venissero spezzate per sempre dalla brutalità delle armi, come è purtroppo successo al piccolo Pasquale Grieco. E anche per questo, la sua Manfredonia dovrebbe dirgli grazie.
Da una storia realmente accaduta.
Foto creata con AI


