Sono figli di terre lontane

Vivono senza nuvole sotto quegli alberi in casette; senza un codice e senza igiene, sono nuovi zingari senza più denti d’oro come quand’ero bambino. Senza niente poche monete, lingue strane e teste basse, troppe birre in ogni ora del giorno senza mezze misure, ubriachi dalle prime ore della luce del mattino, senza rispettare il reale. I bambini bevono con ciotole acque sporche, poche nuvole e acqua fresca dalla sorgente, come pecore ma non a valle in pianura sopra le pietre, case rotte di legno in vernice.

Vestiti con gli abiti raccolti dalle chiese, intercalati oramai delle nostre usanze ma anime libere di cenere, pranzano dove possono. Senza capo nè code, vivono dentro al paese, sempre indecente troppo incivile e poca ragione; vendono i figli e li mandano ad elemosinare con le mani protese in avanti per l’avere, chiedere sempre chiedere; tra la gente che si indispone tra lo sbuffare insopportabile per non essere lasciati in pace.

Sono figli di terre lontane sono fratelli di strade deserte, sono alla sete, con le loro musiche un po’ stonate per le vie più nelle domeniche mattine fisarmoniche dal suono singhiozzante, troppi suoni di trombe squillate senza limite, tante musiche e monete dai balconi gettate.

Senza parole tra di loro, con cattiverie si prendono a calci dentro la notte e sono botte di santa ragione, senza padrone nuove maestrie, nuove frontiere. Noi insegnanti, figli di emigrazione siamo dall’altra parte dove nasce il sole ma non rappresentiamo l’esempio del loro tempo, siamo le vigne dell’uva da coltivare, quando sarà vendemmia ci daranno vino con regole rubate.

di Claudio Castriotta




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