San Marco in Lamis, lo zampognaro e le tre fate: una favola ermetica che nasconde tradizioni millenarie

LO ZAMPOGNARO E LE TRE FATE: UNA FAVOLA ERMETICA CHE NASCONDE TRADIZIONI MILLENARIE.
Durante il nostro lungo percorso di ricerca, ci siamo imbattuti in diverse storie della tradizione garganica e daunia. Molte di queste favole, semplici e genuine, propongono la classica morale come utile insegnamento per i più giovani; altre, più strutturate, prospettano elementi culturali propri delle varie epoche storiche; alcune di queste narrazioni, invece, contengono elementi ermetici e simbolici provenienti direttamente da tradizioni millenarie.
Si comincia con il leggere o l’ascoltare queste storie e si finisce con il rimbalzare tra altre narrazioni, in una sorta di viaggio ipertestuale, che hanno in comune diversi elementi simbolici. Attraverso una vera e propria operazione di ‘retro-ingegneria’ culturale, si cerca di risalire ai significati nascosti per giungere non a una conclusione esaustiva ed esauriente ma alla consapevolezza che tutto è collegato.
Qui di seguito proponiamo un esempio di quanto detto. Raccontiamo prima questa bella favola, pervenutaci attraverso il bellissimo racconto di un cantastorie di San Giovanni Rotondo, Mario Delli Muti, esperto della tradizione dei zampognari garganici.
Il racconto ha il titolo di “Lo zampognaro di Pescocostanzo e le tre fate del Gargano” (il testo della fiaba compare anche nel libro “La Zampogna nella Daunia”, A. Capozzi, al quale rimandiamo).
Questa fiaba garganica parla di un episodio avvenuto tempo fa presso le falde del Monte Celano, in territorio di San Marco in Lamis. Qui vi erano tre sassi (oggi dispersi) che secondo la leggenda rappresentavano il ricordo di tre fate e ninfe del Gargano: la scura fata di Rignano Garganico, quella rossa (in alcune varianti, castana) di San Marco in Lamis e quella bianca o bionda di San Giovanni Rotondo. Di questi colori simbolici tratteremo più avanti (ecco i primi salti ipertestuali).
Si dice che tali sassi esistessero per davvero: uno, che aveva una grande ‘X’ incisa, è stato trafugato mentre erano in corso alcuni studi sulle sue origini; il secondo è stato distrutto durante l’allargamento di una strada; il terzo, più grande, è stato conservato nel retro di un vicino ristorante.
Torniamo alla nostra storia. I sassi sarebbero caduti da Monte Celano. Infatti, secondo la leggenda, un giorno le tre fate avrebbero rivaleggiato per decidere chi delle tre, rotolando, fosse arrivata più lontano. Sarebbe stata quella di San Giovanni Rotondo ad aggiudicarsi la vittoria, riuscendo ad attraversare la strada, mentre le altre si sarebbero fermate prima, rimanendo sul fianco della montagna.
La fata di San Giovanni venne così onorata con collane di “Santo-Martino”, realizzate con mandorle dal frutto gemellare, simbolo di abbondanza.
I pellegrini che andavano alla grotta dell’Arcangelo Michele, a Monte Sant’Angelo, si fermavano sotto il ‘Morricone’ (grosso e alto masso sporgente) di Santo Petriccolo, per fare una frugale merenda e ripararsi dal freddo o per ristorarsi all’ombra del masso, se faceva troppo caldo. Il Morricone era talmente rappresentativo e importante che, intorno al XV secolo, il villaggio di Borgo Celano veniva indicato con il toponimo ‘Petriccolo’.
E qui, uno zampognaro di Pescocostanzo (cittadina abruzzese), pastore transumante, per suonare in occasione del Natale sul Gargano, seguì le vie dei tratturi e arrivò, con il suo fidato cane, presso Borgo Celano, dove fu sorpreso da una tormenta di neve.
Si riparò sotto il sasso del Morricone di Santo Petriccolo. Quando vi giunse, incontrò le tre fate del Gargano, la fata bruna di Rignano (nera), quella castana di San Marco (rossa) e quella bionda di San Giovanni (bianca). Le fate, dopo averlo rassicurato di non correre nessun pericolo, gli chiesero di suonare la zampogna per loro. Lo zampognaro le accontentò, ma si accorse che le mani si muovevano da sole mentre la sua zampogna eseguiva una musica meravigliosa. Le fate, per ricompensarlo, gli donarono una “fasina” (vaso che in genere contiene olio) inesauribile di monete d’oro.
Ed ecco la fase di retro-ingegneria culturale: qualcosa ci dice che il messaggio di questa romantica fiaba va ben oltre. Gli ingredienti ci sono tutti, a cominciare dal simbolo della tradizione pastorale della zampogna o ‘sampogna’.
La Treccani ci spiega “che, etimologicamente, lo strumento musicale di questo nome è una corruzione del classico ‘symphonia’: termine quanto mai generico, e che tuttavia i musicografi medievali impiegano comunemente per indicare ‘collatio et concordia quorumcumque sonorum’ (trad. ‘combinazione e armonia di qualsiasi suono’) e, per metonimia, lo strumento in grado di emettere simultaneamente suoni gravi e acuti”.
È un vero e proprio strumento ‘magico’ che ci porta lontano, alla tradizione pastorale del dio Pan. Infatti, la ‘sampogna’ indicava uno zufolo di canne, simile agli ‘auloi’ greci e a quello che i romani chiamavano ‘utriculus’, ovvero uno strumento legato alla simbologia del dio Pan, il cui suono aveva il compito di accompagnare le celebrazioni pastorali in suo onore, che seguivano l’avvicendarsi delle stagioni. Un elemento questo che, come la musica stessa, legava le antiche popolazioni alla terra e alla sua forza generatrice, identificata nel dio metà uomo e metà capra, figlio di Ermes e della ninfa Driope.
Tra i miti riguardanti Pan troviamo propria la presenza di tre ninfe: prepotentemente legato ai piaceri della carne, Pan amava vagare per i boschi suonando lo zufolo e inseguendo le bellissime ninfe di cui, ogni volta, si innamorava. Lo fece con le tre fate: ‘Syrinx’, che in seguito, per sfuggire al dio, chiese alle Naiadi di essere trasformata in canne palustri che al soffio del vento emettevano un suono delicato. Udendo quel suono, Pan decise di costruire un nuovo strumento musicale, la Siringa, appunto; ‘Pitys’, che per gli stessi motivi venne trasformata in un chiodo di garofano (o pino di montagna, in altre varianti); ‘Ekho’, che invece diventò l’eco delle montagne.
Ecco le tre fate, ninfe della montagna, ricomparire in tradizioni pastorali tramandate per millenni, fino ai nostri giorni. Anche i colori (nero, rosso e bianco) delle fate rimandano alla ‘nigredo’, ‘rubedo’ e ‘albedo’, le tre fasi alchemiche della crescita naturale di elevazione dell’uomo e dei processi della Natura.
I tre colori rimandano anche alle fasi lunari, luna nuova (nera), luna rossa, luna piena (bianca) e al mito della dea Ecate, molto legata al mondo pastorale e ai luoghi di passaggio, come quello di Monte Celano, narrato nella nostra fiaba.
Tradizioni che devono portarci alla riflessione e all’introspezione.
Ecco cosa ci racconta anche Giovanni Tancredi, in “Folklore garganico”: nel 1938 descrisse le dolci atmosfere della festa più attesa dell’anno. Verso i primi giorni di dicembre, Monte Sant’Angelo, come i più piccoli e sperduti centri del Gargano, si animava più del solito. L’avvenimento straordinario era costituito dall’arrivo dei pifferai con la Zampogna e la Ciaramella. Giungevano dall’Abruzzo e dalla Basilicata, in piccoli gruppi di due o tre persone.
Il costume tradizionale di questi robusti zampognari dal viso abbronzato era il seguente: cappelli a cono con le fettucce attorcigliate, corpetto di vello di capra, ‘robone’ bruno (un’ampia veste di drappo pesante aperta dinanzi), camicia aperta sul collo taurino, calzoni di velluto marrone o verde, abbottonati sotto il ginocchio, calze di lana grossa, lavorate a mano, e ‘cioce’ che salgono attorno ai polpacci.
Spesso in due: il più vecchio, dai capelli bianchi e dalla barba incolta, suonava la classica zampogna di legno di olivo a tre pive, stringendo l’ampio otre gonfiato fra il braccio destro e il corpo, e quello più giovane imbottava il piffero esile e snello, fatto di olivo per metà e di ceraso per l’altra metà, con la pivetta di canna marina (ci sono varianti, ma si tratta in genere della Ciaramella).
Incredibilmente, la storia delle fate ricorda anche quella delle tre streghe di Rignano. Ce ne parla Angelo Del Vecchio, che racconta di tre uomini che videro tre streghe, in contrada Lamasecca, ballare in una sorta di Sabba. Una di esse aveva i capelli biondi, l’altra rossi e l’ultima neri. Anche queste streghe possono essere associate al simbolismo della Luna.
Di questa storia tratteremo in altro post.
Qui c’è da considerare il fatto che le antiche tradizioni cambiano pelle, veste, ma mantengono quasi intatto il proprio simbolismo: basti pensare alla figura di San Michele e alle date delle sue festività, 8 maggio e 29 settembre, legate strettamente ai cicli di transumanza, a quelli agricoli e anche alla pesca. I mestieri per eccellenza della cultura garganica.
Anche il ricevere come dono la ‘fasina’ piena d’oro indica simbolicamente il raggiungimento della conoscenza e l’elevazione dello spirito umano, attraverso il duro cammino di penitenza verso il divino.
È nostro dovere mantenere e tramandare tutto questo sapere, che ci ha condotto fin qua e che deve continuare a portarci sempre più avanti. Sempre.
Archivio di Giovanni BARRELLA


