Cerignola

Riccardi: “Urologia, bella realtà all’ospedale Tatarella di Cerignola”

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LA SANITÀ CHE RESISTE: UROLOGIA QUELLA BELLA REALTÀ CHE HO SCOPERTO ALL’OSPEDALE TATARELLA DI CERIGNOLA

Per ragioni di salute, nei giorni scorsi ho dovuto sottopormi a un intervento chirurgico presso il reparto di Urologia dell’ospedale Giuseppe Tatarella di Cerignola.

Un’esperienza che, al di là degli aspetti strettamente personali, mi ha portato a riflettere su una questione che riguarda tutti noi: la sanità pubblica pugliese, troppo spesso raccontata soltanto attraverso le sue inefficienze, le sue carenze e le sue interminabili difficoltà.

Ho deciso di condividere questa esperienza perché credo sia giusto denunciare ciò che non funziona, ma sia altrettanto doveroso riconoscere, valorizzare e raccontare ciò che funziona, soprattutto quando a renderlo possibile sono il sacrificio, la professionalità e il senso di responsabilità di tante persone.

Prima del ricovero, quando comunicavo ad amici e conoscenti che avrei affrontato l’intervento chirurgico a Cerignola, percepivo quasi sempre una certa sorpresa. Qualcuno mi chiedeva persino perché avessi scelto proprio quell’ospedale, come se il nome di una città fosse sufficiente a determinare la qualità delle cure e l’affidabilità dei professionisti che vi lavorano.

È un atteggiamento che dovrebbe farci riflettere. Perché, diciamocelo, siamo spesso fatti così: giudichiamo senza conoscere, diffidiamo senza esserci mai stati, cerchiamo altrove ciò che magari abbiamo a pochi chilometri da casa. Siamo pronti a lamentarci di tutto, ma molto meno disponibili a riconoscere il valore delle cose preziose che abbiamo sotto gli occhi.

Eppure, proprio queste realtà, lontane dai riflettori e dalle grandi celebrazioni, rappresentano spesso la parte migliore di una sanità pubblica che continua a resistere, nonostante le intemperie, le difficoltà organizzative, le carenze di personale e gli sprechi di una certa politica che, troppo frequentemente, sembra conoscere i problemi degli ospedali soltanto attraverso le carte e i numeri dei bilanci.

Devo dire, senza alcuna esitazione, che fin dal primo momento del ricovero ho avuto la netta sensazione di trovarmi in un reparto organizzato, efficiente e governato da una precisa cultura del lavoro e della responsabilità. Non parlo soltanto dell’aspetto sanitario, che naturalmente rappresenta la componente fondamentale, ma dell’intera organizzazione: dall’accoglienza alla gestione del paziente, dalla preparazione all’intervento all’assistenza durante la degenza, fino all’attenzione prestata alle necessità quotidiane di chi si trova, inevitabilmente, in una condizione di fragilità.

Chi ha vissuto un ricovero ospedaliero sa perfettamente quanto anche un piccolo gesto possa fare la differenza. Una parola rassicurante, una spiegazione fornita con pazienza, una risposta a una preoccupazione, la disponibilità a fermarsi qualche minuto accanto a un paziente. Sono attenzioni che non compaiono nelle statistiche sanitarie, non si misurano attraverso gli indicatori di produttività e non finiscono nei comunicati delle direzioni generali. Eppure, rappresentano una parte essenziale della qualità dell’assistenza.

Al Tatarella ho trovato tutto questo.

E ho maturato una convinzione: un reparto non può funzionare bene per caso. Dietro un’organizzazione efficiente non può esserci soltanto la bravura del singolo professionista, ma deve necessariamente esserci una squadra che lavora, collabora e condivide quotidianamente responsabilità e obiettivi. È proprio questa la sensazione che ho ricavato durante la mia permanenza in Urologia: quella di una comunità professionale nella quale ciascuno, pur con ruoli e responsabilità differenti, contribuisce al funzionamento dell’insieme.

Il mio primo ringraziamento va al dottor Gennaro Annunziata, direttore della Struttura Complessa di Urologia, che ha eseguito personalmente il mio intervento chirurgico. Un professionista serio, stimato e autorevole, del quale ho potuto apprezzare non soltanto le competenze professionali e umane, ma anche la capacità di guidare una struttura complessa, nella quale l’organizzazione del lavoro rappresenta un elemento decisivo per garantire qualità e continuità dell’assistenza.

Un ringraziamento altrettanto sincero desidero rivolgerlo a tutti i medici del reparto che, nonostante una mole di lavoro considerevole e un organico che meriterebbe certamente di essere rafforzato, assicurano quotidianamente la loro presenza e il loro impegno. Tra loro voglio rivolgere un pensiero particolare al dottor Matteo Rubino, al quale mi sono rivolto in alcuni momenti di maggiore sconforto e preoccupazione.

Chi si trova ad affrontare un intervento chirurgico sa che non sempre è facile mantenere serenità e lucidità. Ci sono momenti nei quali le paure prendono il sopravvento e nei quali il paziente ha bisogno non soltanto di una risposta medica, ma anche di trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo. Ho trovato nel dottor Rubino questa disponibilità, e di questo gli sono sinceramente grato. Un riconoscimento particolare va anche a Tiziana Forcignano, infermiera referente del reparto, che ho avuto modo di conoscere già durante la fase di prericovero.

Ho apprezzato la serietà, la precisione e il senso di responsabilità con cui ha seguito gli adempimenti preparatori, dimostrando quanto sia importante, anche in questa delicata fase, avere professionisti capaci di accompagnare il paziente con competenza e attenzione. E poi ci sono gli infermieri, le infermiere e gli operatori sociosanitari. Donne e uomini che rappresentano la presenza più costante nella vita quotidiana di un reparto ospedaliero.

Sono loro che affrontano turni impegnativi, che rispondono alle chiamate, che assistono i pazienti nelle ore più difficili, che devono spesso conciliare un carico di lavoro elevato con la necessità di garantire a ciascuno attenzione e dignità. Il loro è un lavoro che troppo spesso viene dato per scontato, quasi fosse una componente automatica dell’organizzazione ospedaliera. Ma non lo è. Dietro ogni turno ci sono persone, famiglie, sacrifici e responsabilità che meritano considerazione e rispetto. Naturalmente, sarebbe sbagliato trasformare questa testimonianza in una rappresentazione di una realtà nella quale tutto funziona perfettamente.

Non è così, ci sono cose che con più risorse umane potrebbero funzionare meglio. Anche il vitto si è dimostrato all’altezza delle esigenze di un ricovero ospedaliero, contribuendo, insieme all’assistenza sanitaria e all’attenzione del personale, a rendere positiva la mia permanenza nel reparto. Questa esperienza mi induce anche a una riflessione più generale.

Da anni la sanità pugliese vive una condizione difficile, segnata da problemi strutturali, carenze di personale, liste d’attesa, difficoltà organizzative e decisioni politiche che non sempre hanno saputo rispondere ai bisogni reali dei cittadini. Tuttavia, dietro questa rappresentazione, spesso giustamente critica, esiste un patrimonio di professionalità che rischiamo di non vedere e, soprattutto, di non valorizzare. La sanità pubblica non è soltanto quella che viene amministrata nei palazzi della politica. È soprattutto quella che ogni mattina si presenta puntualmente in corsia, indossa un camice o una divisa e si assume la responsabilità della salute e della vita delle persone. Ed è proprio qui che si misura la distanza, talvolta enorme, tra chi decide e chi quotidianamente deve far funzionare i servizi.

Non possiamo continuare a pretendere che la dedizione dei professionisti compensi all’infinito le insufficienze del sistema. Non possiamo affidarci soltanto al senso del dovere di medici, infermieri e operatori sociosanitari, chiedendo loro di supplire con il sacrificio personale alle carenze organizzative e agli errori di programmazione. Le eccellenze vanno riconosciute, ma soprattutto sostenute.

Servono investimenti, organici adeguati, strumenti, organizzazione e una politica sanitaria capace di partire dalle necessità concrete dei reparti, anziché limitarsi agli annunci e alle promesse. Perché quando un reparto riesce a garantire un’assistenza di qualità nonostante le difficoltà, la risposta della politica non dovrebbe essere quella di compiacersi del risultato, ma di chiedersi cosa possa fare per metterlo nelle condizioni di lavorare ancora meglio.

La mia esperienza all’ospedale Tatarella di Cerignola mi ha insegnato anche un’altra cosa: dovremmo imparare a conoscere e rispettare maggiormente le realtà del nostro territorio. Non sempre occorre cercare lontano ciò che di buono esiste vicino a noi. Non sempre le strutture più grandi o più conosciute sono necessariamente le migliori per ogni esigenza. E soprattutto non possiamo permetterci il lusso di alimentare pregiudizi che finiscono per mortificare proprio quei professionisti che, con il loro lavoro quotidiano, contribuiscono a mantenere viva e credibile la sanità pubblica. Non scrivo queste parole per fare pubblicità a qualcuno, né per restituire un favore. Le scrivo perché ho vissuto personalmente questa esperienza e perché ritengo che la riconoscenza, quando è sincera, debba avere lo stesso coraggio della denuncia. Ho criticato e continuerò a criticare ciò che non funziona nella sanità e nella gestione della cosa pubblica. Ma proprio per questo sento oggi il dovere di raccontare una realtà positiva, nella convinzione che riconoscere il merito sia un atto di giustizia prima ancora che di gratitudine.

Un grazie a tutte le donne e agli uomini del reparto di Urologia Desidero concludere questa testimonianza rivolgendo un ringraziamento a tutte le professionalità che compongono il reparto di Urologia dell’ospedale Tatarella. Al direttore, dottor Gennaro Annunziata, e ai medici Corsini, Mastroserio, Barbieri, Rubino, Martino, Montrone e Schiavone, per la competenza, la responsabilità e l’impegno con cui affrontano quotidianamente il loro lavoro. A Tiziana Forcignano, infermiera referente, e a tutto il personale infermieristico: Ripalta Cannone, Gerardo Lodia, Carmine Montrone, Anna Briano, Cosimo Dazzeo, Fabrizio Devito, Antonella Dimuro, Nicola Fanizza, Francesco Leone, Mattia Mione, Savino Pistilli, Anna Prezioso, Matteo Pio Quarto, Alessia Maiorano e Arianna Lapenna. Al personale sociosanitario e di supporto: Luciana Calò, Michele Del Viscovo, Rosaria Gesso, Savino Marinaro, Filomena Palladino, Vincenza Seccia ed Emanuela Dalbrolo, per un’attività quotidiana che richiede pazienza, disponibilità e una sensibilità umana che nessuna organizzazione, per quanto efficiente, potrà mai sostituire.

A tutti loro va la mia gratitudine, non soltanto per ciò che hanno fatto per me, ma per ciò che continuano a fare ogni giorno per tante persone che attraversano momenti difficili della propria vita. Perché gli ospedali non sono fatti soltanto di muri, apparecchiature, posti letto e bilanci. Sono fatti soprattutto di persone. E quando le persone fanno bene il proprio lavoro, nonostante tutto, la sanità pubblica dimostra di essere ancora uno dei patrimoni più preziosi che abbiamo il dovere di difendere. E forse, prima di domandarci con sorpresa perché qualcuno abbia scelto di curarsi a Cerignola, dovremmo avere la curiosità di conoscere ciò che Cerignola, attraverso i suoi professionisti, è realmente capace di offrire. Io l’ho conosciuto.

E sentivo il dovere di raccontarlo.

Angelo Riccardi

Unipol Manfredonia