Attualità Capitanata

Padre Franco: “La Domenica delle promesse”

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Cari Fratelli e Sorelle,
in questo strano tempo pasquale, che ci ha tenuto distanti fisicamente dalla
celebrazione comunitaria della nostra fede nel Risorto, e che ci fa sentire la nostalgia di
partecipare alla festa dell’Eucaristia, ho cercato di raggiungervi con messaggi che prendono
spunto dalla domenica che si vive. Lo faccio ancora per questa VI domenica di Pasqua,
l’ultima che ci vede come sacerdoti a celebrare a porte chiuse, senza di voi, Popolo santo ed
amato di Dio.


La chiusura delle porte delle nostre chiese, non è stata, come per gli Apostoli nel
Cenacolo a motivo del timore dei Giudei (cf Gv 20, 19), ma per osservanza di norme a favore di
tutta la popolazione. Il Vangelo di oggi ci richiama l’importanza dell’osservanza della
norma come espressione d’amore e segno di consolazione. Il testo evangelico è infatti
costruito su una doppia convinzione del Signore. Gesù apre il dialogo con i discepoli
affermando se mi amate, osserverete i miei comandamenti, e lo chiude esprimendo la certezza
che chi accoglie e osserva i suoi comandamenti lo ama (cf Gv 14, 15. 21).

L’osservanza è dunque
segno e compimento dell’amore che viene da Lui e che a Lui rimandiamo come relazione
obbediente. Se abbiamo vissuto e viviamo così le norme che ci vengono richieste in questo
tempo di pandemia, compresa l’astinenza dalla partecipazione alla liturgia eucaristica,
siamo rimasti e cresciuti nell’amore trinitario: io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi (cf Gv
14, 20). La possibilità di ritornare, dalla prossima domenica solennità dell’Ascensione, alla
partecipazione comunitaria all’Eucaristia, non solo sia ringraziamento, ma anche memoria
di questa esperienza di obbedienza.


All’interno di questo dialogo con i discepoli Gesù inserisce ben due promesse. La
prima: io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito (Gv 14, 16). Contempleremo il
compimento di questa prima promessa la domenica di Pentecoste. La seconda: non vi lascerò
orfani (Gv 14, 18). Parole, queste ultime, che sembrano mitigare l’apparente distacco che
avviene tra Lui e gli apostoli nella domenica dell’Ascensione. Desidero fermarmi un po’ su
questa seconda promessa
Nel testo evangelico l’uso della parola orfani può essere assunto in una doppia
valenza: come metafora, relativa ad una situazione particolare, o come sostantivo collettivo
che sottolinea una comune relazionale. Credo, quindi, che il termine orfani possa e debba
essere considerato in entrambe le sfumature: metaforica e relazionale.
Da credenti possiamo con diritto ed esprimendo sofferenza porci la seguente
domanda: Dio non ci sta lasciando orfani durante la pandemia? Si tratta di una domanda
che tocca il profondo del cuore di ogni credente, e sembra porlo in una posizione di difficoltà
verso coloro che si professano “non credenti”. Se lasciamo per fede che Cristo viva e operi
in noi, allora possiamo vedere le opere di Dio ed il suo agire tra gli uomini (cf seconda strofa del
Salmo responsoriale). E’ Lui che soffre e geme nei malati; è Lui che prova dolore nelle
persone sole o costrette all’isolamento; è Lui che emana il suo spirito nei moribondi; è Lui
che sostiene l’impegno eroico degli operatori sanitari; è Lui che alimenta l’ingegno dei
ricercatori; è lui che motiva i responsabili della società civile e delle nazioni; è Lui che dà
forza ai lavoratori e mantiene viva la speranza di chi rischia la sopravvivenza della propria
attività professionale; è Lui che chiede giustizia e aiuto in chi ha perso il lavoro o è caduto
in trappole malavitose; è Lui che mantiene solida l’unità e l’affetto nelle famiglie e nelle case
… tutto questo, e molto di più, il Signore lo sta compiendo, permettendoci di vivere in
responsabilità e solidarietà questo tempo. Non siamo orfani, il Signore sta gemendo con noi
perché, superata la pandemia, germogli un futuro più giusto e solidale per l’intera umanità.


Nel testo il termine orfani è usato in forma di plurale collettivo: è rivolto in maniera
universale a tutti coloro che si considerano discepoli di Gesù Maestro. Il termine orfani dice
non un’assenza generica, ma la perdita di una relazione unica e particolare, che genera
identità comune e relazione: la perdita della genitorialità, del padre e della madre! Orfani
richiama quindi la comune origine, l’essere tutti fratelli e sorelle, figli di un’unica famiglia,
quella del Padre Creatore. I figli portano i tratti dei loro genitori, anche quando questi non
ci sono più; sono sempre rintracciabili in loro somiglianze che rimandano al padre ed alla
madre. Così è anche per noi credenti, ed oserei dire per tutta l’umanità. Nel volto, nella
personalità, nelle attitudini di ogni uomo e donna ci sono, per chi li sa cogliere, i segni
dell’origine divina, della provenienza dal Padre comune. Se affiniamo il nostro sguardo con
l’aiuto della fede, e scaldiamo il nostro cuore con l’affetto della carità, allora riconosceremo
nel prossimo i tratti della divinità che ci rende simili, scopriremo che siamo veramente tutti
fratelli e sorelle. Non solo, ma proprio nella pluralità delle differenze troveremo l’immensità
di Dio, di cui ognuno ne rivela un particolare unico e insostituibile. Abbiamo bisogno
veramente gli uni degli altri per non sentirci orfani, abbiamo bisogno dell’altro per
riconoscerci parte del “noi” che ci rende solidali in Dio nostro Padre.
Cari Fratelli e Sorelle,
se ci lasciamo educare con fede dalla Parola del Signore, se osserviamo con amore i
suoi comandamenti, se gustiamo ed aderiamo dal profondo del cuore le sue promesse
(promesse di Dio non di uomini), saremo sempre pronti, in ogni situazione, a rispondere a
chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cf 1Pt 3, 15).
Che l’amore del Padre ci renda testimoni credibili delle sue promesse!

  • p. Franco crs
    arcivescovo
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