Natura

Nuove rotte (dal Lago Salso)

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Nuove rotte (dal Lago Salso)

Estratto da “Ornitologia e Paesaggi Mediterranei” – Primavera 1997

(Rivista naturalistica indipendente)

Il fumo saliva alto, denso, ruvido. L’odore acro bruciava la gola. Era il fumo dei roghi che hanno devastato la terra, l’erba, i canneti, i nidi.

Era l’Oasi Lago Salso, ed era Manfredonia.

Là dove gli uccelli migratori tornavano ogni anno, ora restano cenere e silenzio.

Ma quando sei un uccello, sai che puoi volare più in alto del fumo, molto più su.

E sai anche che ogni volo è un’esperienza nuova, una possibilità.

Io ero là, su un ramo bruciato ma ancora solido, accanto a un merlo acquaiolo, uno di quelli che borbottano sempre, che protestano per tutto: per il fango, per il caldo, per l’abbandono.

Mi guardava e mi sussurrava con voce secca e leggera:

“Tu non conti un cazzo.”

Lo guardai, stranito. Guardai le sue penne, il becco, la determinazione negli occhi.

E dentro di me, senza pianti e senza rabbia, dissi:

“È vero. Io non conto un cazzo.”

Quando questa consapevolezza arriva, netta, e capisci che non vuoi più restare nella stessa condizione, allora diventi un falco di palude.

Sì, proprio lui: uno di quelli che vivono tra il vento e l’acqua, che cambiano rotta, che spariscono nel cielo e tornano solo quando sentono che qualcosa può rinascere.

Perché nuove rotte, per chi è stato sempre preda o spettatore inerme del fuoco, della distruzione, della dimenticanza, possono essere l’unico modo per salvarsi.

E come cantava Lucio Dalla,

“ho fatto le strade, ho visto la gente, ho fatto la guerra, ho fatto la pace…”,

anch’io ho attraversato giorni confusi, pieni di vento e parole,

ma sempre con il cielo negli occhi, come quelli che non si rassegnano.

Perché anche quando sei stanco, quando sei caduto,

se c’è ancora un orizzonte, allora vale la pena volare.

Io sono nato così: con l’istinto di deviare, di cercare, di volare dove gli altri non vanno.

E oggi, dopo il fumo, dopo il caldo, dopo le ceneri,

voglio ancora pensare che ci sia un cielo blu da attraversare,

e che da qualche parte, anche per noi, ci sia dignità da ritrovare.

E allora, adesso, ho bisogno di lasciare un segno.

Un luogo. Un posto dove chi passa deve fermarsi e dire grazie.

Grazie, anche in mezzo alla polvere. Anche in mezzo ai roghi.

Grazie a chi ha creduto in me quando io non credevo nemmeno nelle mie ali.

Grazie a chi ha condiviso stagni, cieli, nidi e paure.

Ma ora…

ora sento che devo volare via.

Ho bisogno di nuove rotte.

Di cieli dove nessuno mi conosce,

di correnti che non ho mai sfidato.

Non perché voglia dimenticare,

ma perché ho ancora da imparare a volare.

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