ManfredoniaStoria

Mamma, li turchi!

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MAMMA, LI TURCHI!

“Sai che giorno è oggi?”, ho chiesto questa mattina a mio figlio Domenico. E poi ho continuato: “È il 16 agosto. E sai che cosa successe a Manfredonia proprio il 16 agosto, tantissimi anni fa?”.

Lui ha nove anni e, con curiosità, mi ha guardata aspettando una storia.

E allora ho cominciato.

“Era il 1620. Immagina Manfredonia più di quattrocento anni fa. Non c’erano macchine, non c’erano telefoni, non c’era modo di sapere in pochi secondi quello che stava succedendo. Quella mattina, dal mare, si videro arrivare tantissime navi. Una dietro l’altra. Erano circa cinquantacinque.

All’inizio pensarono che fossero veneziane. Così mandarono tre uomini a cavallo verso Chianca Masitto per capire chi stesse arrivando. Ma quando si avvicinarono scoprirono con sgomento che non erano veneziani, ma Turchi.

Uno dei tre girò immediatamente il cavallo e corse verso Manfredonia più veloce che poteva. Arrivato alle porte della città cominciò a gridare: “Turchi! Turchi!”.

E da quel momento iniziò una storia terrificante per la nostra città”.

A Domenico ho evitato i particolari più terribili che conosciamo dalle cronache, come gli stupri e le efferate violenze. Gli ho raccontato che furono tre giorni tremendi. Che la città venne assalita, saccheggiata e incendiata. Che furono distrutte case, chiese e conventi. Che persino la bellissima antica Cattedrale venne data alle fiamme e che del corpo di San Lorenzo Majorano si salvò solo una parte del braccio, che conserviamo ancora oggi.

Gli ho raccontato che tanta gente cercò di scappare e tanta altra si rifugiò nel Castello.

“E poi, mamma?”, mi ha chiesto.

E poi gli ho raccontato di Antonio De Nicastro, un nostro concittadino che ebbe il coraggio di andare a trattare con Alì Pascià per ottenere la libertà dei sipontini.

E alla fine i Turchi andarono via.

Ma quando gli abitanti uscirono dai loro rifugi, trovarono una Manfredonia che quasi non riconoscevano più. Case bruciate, chiese distrutte, strade devastate. Una città che fino a pochi giorni prima era bella, ricca e piena di vita era diventata un luogo di macerie. Macerie che nel Museo Diocesano, accanto alla cattedrale, sono visibili ancora oggi.

Poi gli ho raccontato l’ultima parte.

“Sai, Domenico, su quelle navi portarono via anche molti uomini e donne di Manfredonia, fatti prigionieri. E tra loro c’era una bambina, poco più grande di te. Si chiamava Giacometta Beccarini. Era stata trovata nel convento di Santa Chiara. La portarono fino a Costantinopoli e, secondo la storia che ci è stata tramandata, quella bambina sipontina diventò addirittura la moglie prediletta del Sultano”.

Domenico mi ascoltava. E io, mentre gli raccontavo una storia che ho scritto tante volte, stamattina l’ho sentita un po’ diversa.

Perché la storia di una città non serve soltanto a ricordare quello che è accaduto, ma a tenerne viva la memoria.

Oggi l’ho raccontata a mio figlio e magari un giorno sarà lui a raccontarla a qualcun altro.

Perché finché continueremo a tramandare la nostra storia, Manfredonia conserverà le sue radici.

Maria Teresa Valente