Storia

L’arte dello ‘spauracchio’ garganico: l’educazione infantile attraverso l’immaginario di figure inquientanti

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L’ARTE DELLO ‘SPAURACCHIO’ GARGANICO: L’EDUCAZIONE INFANTILE ATTRAVERSO L’IMMAGINARIO DI FIGURE INQUIETANTI.

C’erano una volta (e in fondo ci sono ancora) figure che abitavano il confine sottile tra il racconto e la paura. Non erano mostri nel senso moderno del termine, ma presenze costruite con cura, tramandate di bocca in bocca, modellate sulle esigenze di una comunità. Gli ‘spauracchi’ nascevano nei cortili, nelle cucine illuminate dal fuoco, nei campi al tramonto, quando la luce calava e l’immaginazione prendeva il sopravvento.

Non erano semplici invenzioni per spaventare i bambini. Sarebbe riduttivo pensarli così. Gli spauracchi erano strumenti educativi, codici narrativi che trasformavano regole e pericoli reali in immagini vive, memorabili, difficili da ignorare. Dove una spiegazione razionale poteva fallire (soprattutto con i più piccoli) interveniva la forza del racconto.

Il loro scopo era chiaro: proteggere, guidare, insegnare. Il tutto va ovviamente contestualizzato nelle comunità di epoche passate dove si riteneva necessario agire in tal senso.

Queste figure servivano a presidiare soglie precise: il buio domestico, la notte fuori casa, la fragilità dei neonati, il margine tra vivi e morti, il bosco e la grotta, e nelle aree costiere il mare e gli scogli. In altre parole, il mostruoso garganico non è casuale: coincide quasi sempre con luoghi, orari e comportamenti che una comunità contadina, pastorale o marinara giudicava rischiosi.

Anche i nostri ricordi di infanzia rievocano nomi come: Scazzamurreddë, Palognë, Scorciacitölö, Lupunarë, Streja, o esclamazioni tipo: (se dicevi bugie o cose sconce) “Ges’ Crist’ tadda mett’ u foch’ mmocca” ovvero “Gesù Cristo ti metterà il fuoco in bocca”.

Educazione attraverso il terrore. Era davvero utile allo scopo?

C’era lo spauracchio dei campi, che compariva quando un bambino si allontanava troppo. Non servivano lunghi discorsi sui rischi di perdersi o farsi male: bastava evocare quella presenza silenziosa tra le spighe, capace di afferrare chi non rispettava i confini. Dietro quella figura si nascondeva una verità concreta: la campagna poteva essere pericolosa, e i limiti andavano rispettati.

Poi c’era quello dell’acqua, dei pozzi o dei fiumi. Non era raro che venisse descritto come una creatura che trascinava giù chi si avvicinava troppo. Anche qui, il messaggio era limpido: l’acqua, senza controllo, è un rischio. Ma spiegare il pericolo dell’annegamento a un bambino piccolo non è semplice; trasformarlo in una storia, invece, lo rende immediatamente comprensibile.

Gli spauracchi del buio, invece, insegnavano il rispetto per ciò che non si vede. Non necessariamente per creare paura fine a sé stessa, ma per educare alla prudenza. Il buio nasconde ostacoli, animali, pericoli. Dare un volto a quell’ignoto aiutava a interiorizzare una regola: fermarsi, aspettare, non correre senza vedere.

E poi c’erano quelli legati al comportamento. Figure che punivano chi non ascoltava, chi mentiva, chi disubbidiva. Anche qui, la funzione educativa era evidente: costruire un senso di responsabilità prima ancora che il bambino fosse in grado di comprenderne le conseguenze reali.

Trovava spazio anche il locale “demone del meriggio” (o demonio meridiano, a San Nicandro Garganico chiamato ‘u Scorciacitölö’), un’antica figura mitologica e spirituale che rappresentava un’entità temuta nelle ore calde della giornata (la controra), capace di colpire i bambini nel momento di massima vulnerabilità e torpore.

Queste storie non nascevano per crudeltà. Nascevano da un mondo in cui la sicurezza non era garantita, in cui ogni errore poteva avere conseguenze serie. Gli adulti avevano bisogno di strumenti efficaci, immediati, e soprattutto trasmissibili. Gli spauracchi erano perfetti: semplici, adattabili, radicati nel contesto locale.

Ogni comunità aveva i suoi. Cambiavano i nomi, i dettagli, le forme, ma la funzione restava la stessa. Erano specchi delle paure collettive, ma anche delle priorità educative. Dove c’erano boschi, lo spauracchio abitava tra gli alberi. Dove c’erano fiumi, emergeva dall’acqua. Dove c’erano città, si infilava nei vicoli o nei cortili.

Con il tempo, queste figure hanno perso parte del loro potere. La società è cambiata, i pericoli sono diversi, e l’educazione si è spostata su altri strumenti: spiegazioni, dialogo, prevenzione. Eppure, qualcosa è rimasto.

Perché, in fondo, il meccanismo è ancora lo stesso. Anche oggi usiamo storie per insegnare, immagini per far capire, metafore per trasmettere concetti complessi. Gli spauracchi erano solo una versione più diretta, più viscerale, di questo processo.

Rappresentavano un linguaggio universale: quello della narrazione come guida. E la paura accendeva le emozioni e si imprimeva nella mente più di ogni altro elemento narrato.

E forse è proprio questo il loro lascito più importante. Non tanto la paura, quanto la capacità di trasformare un insegnamento in un racconto. Di rendere visibile l’invisibile. Di dare forma a ciò che altrimenti resterebbe astratto.

Gli spauracchi, alla fine, non servivano a terrorizzare. Servivano a crescere.

Archivio di Giovanni BARRELLA