La calza dei morti (di Annalisa Grana)

La  Commemorazione dei defunti,  giornata apparentemente dedicata al lutto e al dolore, in alcune zona d’Italia, tra cui la nostra provincia, assume un aspetto gioioso dedicato soprattutto ai bambini  e si trasforma in “Festa dei morti”. Si tratta di una ricorrenza che cade nella notte tra il 1° e il 2 novembre, l’unica, secondo la credenza popolare, in cui Dio concede ai defunti di far visita ai propri parenti.

L’origine di questa festa è antichissima perché  erroneamente si crede che Halloween sia una festa americana; in realtà si festeggiava già in età precristiana nel nord Europa, nelle Terre dominio dei Celti ed era il loro Capodanno. Le popolazioni di questi luoghi lo chiamavano  Samhain “passaggio”. Essendo per gli antichi il tempo circolare e non lineare, questa data indicava contemporaneamente i concetti di “fine” e “inizio”. E proprio per il concetto di “fine” e “inizio” c’era la credenza che i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti divenissero più sottili permettendo al principe delle tenebre di chiamare a sé tutti gli spiriti e poter passare da un mondo all’altro. Era anche un passaggio stagionale: infatti esistevano solo due stagioni: il 31 ottobre segnava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Papa Gregorio II, nell’anno 835, visto che la chiesa cattolica non riusciva a sradicare questi antichi culti pagani legati alla tradizione celtica, spostò la festa di “Tutti i Santi” dal 13 maggio al 1° novembre con la speranza di riuscire, così, a dare un nuovo significato ai riti profani. L’intento del Papa di sradicare questo mito non riuscì. La chiesa aggiunse quindi, nel X secolo, la “Festa dei Morti” il 2 novembre, in memoria delle anime degli scomparsi.

I festeggiamenti avvenivano tramite offerte di cibo, mascheramenti e falò, e tutt’ora non mancano in alcuni paesi usanze molto particolari che riempiono di magia e mistero questa notte. C’è chi lascia la tavola apparecchiata, chi accende lucine sui davanzali per agevolare l’ingresso dei morti che fanno visita ai propri cari, chi lascia bicchieri d’acqua per dissetare i defunti dal lungo viaggio che percorrono dal regno dei morti a quello dei vivi.

Simbolo di questa festa è la calza dei morti, una tradizione che vuole che i bambini abbiano la possibilità di ricevere doni dalle anime dei morti. È un’usanza che permette ai più piccoli di avere un rapporto diverso con la morte e mantenere una sorta di legame con i loro defunti, il valore educativo sta proprio nel rompere la soglia della paura col mondo dei morti. Ai bambini si dice che i morti vogliono loro bene, non devono aver timore di coloro che gli portano in dono quello che di più bello possono desiderare: giocattoli e dolci.  Per questo, prima di andare a letto, lasciano una calza in un posto ben visibile (caminetto, davanzale, piedi del letto) o dietro “u s’pponta ped d’ la porta” (sbarra di ferro che sosteneva la porta d’ingresso) nella speranza di ritrovarla piena al loro risveglio.

Le somiglianze con la calza della Befana sono più che evidenti, ciò che cambia è, almeno nella fantasia, il soggetto che si accinge a riempire di doni le calze.

Anticamente la calza era riempita di frutta secca e frutta di stagione che erano le leccornie dell’epoca: carrube (fainelle), mele cotogne, noci, mandorle, castagne, fichi secchi, tutti doni della terra. C’è chi attribuisce significati profondi al guscio della frutta secca considerandola una bara. In realtà sono sempre convinta che in tempi andati non vi erano le stesse possibilità economiche di adesso e si cercava in qualche modo di render felici lo stesso i bambini arrangiandosi con quello che si aveva a disposizione.

Le calze erano per lo più di lana e fatte a mano. Con il tempo alla frutta si sono sostituite le caramelle, le cioccolate e i giocattoli  ma il significato ed il rituale sono rimasti intatti.

Giuseppe Pitré racconta che la  leggenda vuole che i morti rubassero ai ricchi pasticcieri, fruttivendoli, commercianti per lasciare regali ai propri cari in vita. Da qui nasce la tradizione, in alcuni paesi, della “caccia al tesoro” o di “apparrai i scarpi” per i bambini, nel mio paese meglio conosciuta come “l’anèma dè li mortè”…

La “caccia al tesoro” del 1° novembre nel mio paese consiste nell’andare  in giro bussando alle porte appunto, per ricevere “l’anèma dè li mortè” (l’anima dei morti), richiedendo dolciumi e leccornie che in tempi passati erano per lo più frutti del periodo (fichi secchi, castagne, collane di sorbi essiccati)  sotto minaccia di una filastrocca che recitava così: Dammè l’anèma dè li mortè cà se no tè  sfascè la porta! (Dammi l’anima dei morti se no ti rompo la porta) purtroppo sostituita in tempi moderni dalla più commercializzata “Dolcetto o scherzetto”.

Dopo il giretto pomeridiano in paese, a cui partecipavo con grande fervore sperando di riempire la mia busta di ogni bontà, all’imbrunire correvo a casa, … scendeva la sera e l’idea di incontrare qualche anima dell’aldilà non mi piaceva affatto!

‘A cavezètte ‘i mùrte

Purtàteme ‘na cavezètte

chièna chiène de mamberlìcche,

de cupète e fainèlle,

tùtte còse assàije bèlle.

Mettìte pùre nu purtagàlle

e tre-quàtte castagnèlle,

ije ve prèghe tùtte l’ànne

oih tatòne e mammanònne.

Agghije mìsse l’uglije ‘a làmbe

appecciànnele ‘u stuppìne,

sto annànze a ‘sti retràtte

aspettànne ch’è matìne.

M’ha purtàte ‘a cavezètte?

Ije sto qua ca prèghe e aspètte!

tratto da: http://foggiaracconta.altervista.org/blog/curiosita/la-calza-dei-morti/?doing_wp_cron=1476724897.4067389965057373046875




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*