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Il professor Vincenzo Di Lascia, quando fu amico del poeta Cardarelli

FORTE l’amicizia che nel tempo ha legato il professore Vincenzo Di Lascia e il poeta Vincenzo Cardarelli.

La vita di Nazareno, in arte Vincenzo Cardarelli, è quella di un bambino rimasto solo con il padre che gestiva un locale della stazione di Tarquinia in provincia di Viterbo, senza la mamma Giovanna che abbandonò la famiglia. La sua vita fu vissuta quasi sempre da solo; compì studi irregolari formandosi per lo più da autodidatta, Vincenzo aveva una menomazione al braccio sinistro e una propensione alla solitudine.

All’età di diciassette anni fuggì infatti a Roma per intraprendere la carriera di scrittore e giornalista, storia la sua, di amicizia con l’altro Vincenzo, il nostro Di Lascia, che veniva da Rocchetta Sant’Antonio.

Figlio di un farmacista e di una casalinga addetta anche all’attività del marito, il Prof. Vincenzo come lo chiamavo io, mi raccontava delle lunghe sere buie di Rocchetta, che lui definiva sere di lupi, e già in quell’inverni freddi in quel luogo c’erano i lupi altro che. La sua fu una fitta corrispondenza negli anni della grande letteratura italiana quando gli scrittori si scambiavano idee, pensieri di vita sociale, il Di Lascia che rispetto al Cardarelli era molto più giovane, seguiva il grande maestro dagli scritti di una poesia molto particolare per l’epoca, molto descrittiva, il suo un linguaggio discorsivo; raccontava tutto ciò che aveva vissuto e visto attraverso i viaggi.

Ricordo raccontava al suo amico Di Lascia molte storie, fu proprio in un giorno di solitudine che gli scrisse una sua frase memorabile tutt’ora oggi nella mia memoria, quando il nostro Vincenzo me la recitava così: “Io non sono un poeta,ma sono soltanto un bambino che piange”.

Il Di Lascia, grazie a lui riuscì a pubblicare alcune sue poesie nel libro del novecento di cui facevano parte i più importanti letterati della cultura Italiana, la cosiddetta cultura che non si è più ripetuta come scrittura di livello inconfondibile sia come stile, che come passaggio del verso più puro del gergo letterario, e che versi i loro versi! Nulla a che vedere con alcuni scrittori di oggi “denominata in alcuni casi la letteratura morta” di spazio fine della parola a se stessa. Tanti erano i premi letterari a cui veniva invitato il Di Lascia che intorno ai quarant’anni incontrò in un paio di occasioni il Cardarelli soprattutto a Roma.

Vincenzo il nostro,vissuto sempre all’ombra del suo nobile silenzio, con le sue passeggiate pomeridiane per il Corso di Manfredonia e per il viale che lo portava al mare fino a un decennio fa,lui era dotato di un grande spessore umano,che spiccava in lui come una qualità oggi rara,oserei dire inesistente.

Tornando al Cardarelli, in un tardi pomeriggio che tornai dalla Toscana regione nella quale vivevo,mi recai a trovare il prof. Vincenzo il nostro, che mi finì di raccontare le ultime vicende del Poeta romano il quale morì nell’Ospedale Policlinico solo e povero. Sapevo poco, quasi niente allora sulla vita di questo grande poeta quando il prof. Di Lascia quel pomeriggio terminò il discorso iniziato con entusiasmo, offrendomi tra l’altro un bicchiere di succo di frutta come spesso preparava sua moglie Rita.

di Claudio Castriotta

Redazione

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