
Il flagello della peste in Capitanata
‘FOGGIA QUASI SPOPOLÒ E LA MORTE NERA MIETÒ SPIETATAMENTE ANCHE TRA GLI ABITANTI DEL GARGANO…’: IL FLAGELLO DELLA PESTE IN CAPITANATA.
Le parole del titolo provengono dal racconto di Pompeo Sarnelli. Dalla sua cronaca apprendiamo che i cadaveri a centinaia venivano ammucchiati nelle strade, caricati su carretti e portati verso il mare o sepolti in grandi fosse comuni. Molti vedevano nella ‘Morte Nera’ un castigo divino, e cercavano protezione nella religione, anche se le processioni erano vietate dalle autorità perché occasioni di contagio.
Impotenti, di fronte a tanta devastazione, uomini e donne delle nostre terre vedevano nella fede la sola arma di salvezza spirituale e soprattutto fisica. Crebbe a dismisura il culto di San Rocco, tanto che troviamo in molte chiese la presenza del santo patrono degli appestati. Ovviamente, ci si rivolgeva principalmente a San Michele Arcangelo.
Ma andiamo con ordine: l’annus horribilis, per la Capitanata e per tutto il Mezzogiorno d’Italia, fu il 1656, quando la peste devastò contrade, paesi e città con straordinaria virulenza e aggressività; non riuscì a sottrarsi al contagio neanche Napoli, dove non solo si contarono migliaia e migliaia di morti, ma tale flagello lasciò segni molto profondi nell’immaginario collettivo dei napoletani, tanto da dar vita a una serie lugubre quanto ricca di opere in versi e in prosa, di testi teatrali, di sculture e pitture, destinati a futura memoria del terribile evento.
Come detto, al morbo non riuscì a sfuggire neanche la Puglia che, per la sua posizione geografica, per la presenza di numerosi porti molto frequentati, è stata sempre particolarmente esposta alla peste bubbonica, trasmessa da ratti e pulci che, nelle merci trasportate dalle navi provenienti soprattutto dall’Oriente, trovavano l’habitat ideale per proliferare.
Anche nella nostra regione si contò un numero tanto grande quanto imprecisato di vittime, e non mancarono scrittori e artisti che non persero l’occasione per narrare e raffigurare quegli eventi.
A tal proposito, vedremo alcune testimonianze a Monte Sant’Angelo e San Nicandro Garganico, più avanti. La peste flagellò le nostre terre anche in epoche successive, tanto da far pensare a un vero e proprio ‘saeculum horribilis’ e vedremo perché.
Quegli anni, soprattutto del XVII secolo, erano stati davvero terribili: terremoti devastanti, carestie, incursioni barbaresche, conflitti, battaglie ed epidemie da decimare letteralmente l’intera popolazione delle nostre contrade.
Apprendiamo dalle cronache del tempo, in particolare da Fabrizio Veniero nelle sue “Le disavventure di Bari” (1657), le paure, i provvedimenti sanitari e le pratiche devozionali della popolazione pugliese di fronte alla malattia: non appena si diffuse la notizia del contagio, a esempio, i baresi organizzarono una processione penitenziale con l’immagine della Madonna di Costantinopoli, utilizzando la manna prelevata dalla tomba di San Nicola, per allontanare il morbo da uomini, cose e abitazioni e si rivolsero, tra l’altro, anche a San Michele Arcangelo, quell’angelo deputato a infliggere ed eliminare le pestilenze.
Anzi, proprio perché si diceva che solo il Gargano era rimasto immune dal contagio, fu inviata a Monte Sant’Angelo una delegazione cittadina con il compito di asportare dalla grotta numerosi frammenti di pietre benedette che, una volta giunte nel porto barese in tre casse, furono poi murate con chiara funzione apotropaica sulle facciate degli edifici più importanti della città.
Il morbo si ripresentò con rinnovata violenza negli anni sessanta del Settecento, dove proprio in Capitanata fece danni ingenti. E non solo.
In tutto il Regno fu una tragedia: nell’arco del 1764, «l’Anno della Fame», la mortalità toccò punte catastrofiche sia a Napoli che in tutte le Province del Regno. Il Tanucci, nell’agosto del 1764, parlava di trecentomila morti nel Regno e, nel settembre, di centomila morti a Napoli. Secondo stime più recenti, i morti per la fame e l’epidemia non dovettero essere lontani dai duecentomila.
La crisi ebbe profonde ripercussioni demografiche perché alla mancanza di mezzi di sussistenza si associò una recrudescenza delle malattie endemiche a carattere stagionale. La carestia, in effetti, in tutto il Regno, ebbe termine verso maggio del 1764, ma fu seguita dall’epidemia che trovò facile preda in una popolazione provata già dalla fame.
L’alta mortalità del 1764 in Capitanata non fu un fenomeno isolato, ma lo stadio terminale di una crisi che la investì già dagli anni ’50 del Settecento e che si accentuò a partire dal 1760. Quanto successo circa un secolo prima si stava ripetendo nuovamente.
La crisi del ’60 – ’64 del Settecento fu una delle più gravi tra quelle che colpirono la Capitanata nell’arco del XVIII secolo. È significativo che per tutti i centri esaminati questo quinquennio sia di netta involuzione e si chiuda in forte passivo. Il saldo nel movimento naturale della popolazione risulta per Manfredonia di -305, per Orsara di -320, per Serracapriola di -279, per Foggia di -1280, per San Severo di -1014.
Il regresso demografico ha alle sue origini la successione di cattive annate agrarie dopo il 1750, la «sterilissima raccolta del grano» del 1759, bilanciata facendo ricorso ai grani della Sicilia.
Meno toccato dalla crisi, quanto a intensità, risulta il Gargano, avendo una utilizzazione della terra diversa dal Tavoliere, con un assetto cerealicolo meno esteso. Nei centri campione di questa zona: San Nicandro Garganico, Monte Sant’Angelo, Manfredonia, la crisi è accertabile; infatti, si verifica un aumento del fenomeno ma contenuto rispetto alle punte di mortalità del Tavoliere. I tassi di mortalità, anche se alti, si attestano su valori nettamente inferiori a quelli della pianura. Per San Nicandro si ottengono i seguenti dati: 1763 = 60,3%; 1764 = 74,2%; per Monte Sant’Angelo, su 5303 abitanti del 1764, il tasso è pari al 57,7%.
Ancora una volta il Gargano era stato protetto dal suo Arcangelo. Un detto montanaro recitava: “A prete de Sammechele / che ce ll’abbusche cj’arrecreje” (trad. “La pietra di San Michele / chi la riceve, si salva”).
La fama delle pietre micaeliche raggiunse un tale apice che ci furono periodi in cui venne severamente vietato ai fedeli e ai pellegrini di prelevare ‘reliquie litiche’ dalla grotta ‘per evitare che crollasse’.
E qui c’è da raccontare un fatto curioso. Lo facciamo con le parole di Beniamino Gabriele, che ci narra quanto segue.
Nel suo lavoro “Il Santuario del Gargano e il culto di San Michele nel mondo”, Ciro Angelillis informa che nell’archidiocesi di Siponto l’arcivescovo Giovanni
Alfonso Puccinelli (1652 – 1658), mentre in tutta Italia e anche in Puglia era in atto una terribile epidemia di peste, nel 1656 ebbe a Monte Sant’Angelo l’apparizione dell’Arcangelo Michele che gli indicava – per i fedeli che avessero voluto procurarsele e conservarle – le pietre della sua spelonca quali mezzi per salvarsi dal ferale morbo. Quei sassi, dopo essere stati benedetti, dovevano recare, scolpiti, il segno della croce e il nome di San Michele.
Secondo le cronache di quel tempo, molte città del Vicereame di Napoli, specialmente dell’Abruzzo, della Campania, della Calabria, della Puglia e di tutti i paesi del Gargano, oltre ad Apricena e a Lucera, si procurarono gran quantità di sassi della sacra grotta.
Secondo quanto scrive il Pitta, nei suoi appunti di storia paesana su Apricena, tale città sarebbe stata colpita e in gran parte decimata dalla peste nel 1653. Tutto ciò è quanto sappiamo, intorno alla peste, da parte dei predetti scrittori di cose garganiche.
Altro elemento curioso: ecco quanto scritto sempre da Beniamino Gabriele.
Un cippo custodito nella antica arcipretura di Santa Maria del Borgo in San Nicandro Garganico, con una sua epigrafe, ricorda ai posteri che, per intercessione di San Michele, i sannicandresi di quell’epoca furono liberati dalla peste.
L’iscrizione nel suo originale è la seguente: “DEVOTO HĀC PO-/ PULUS CŌSTRUXIT / CORDE COLUMNAM / A PESTE EREPTUS / TŪC MICHAELIS OPE / SUB D.D. SILVESTRI / DE AFFLICTO EPATU / A. D. 1651”. Traslitterando abbiamo: “DEVOTO HA(N)C PO- / PULUS CO(N)STRUXIT / CORDE COLUMNAM / A PESTE EREPTUS / TU(N)C MICHAELIS OP(ER)E / SUB D(OMINI) D(OMINI) SILVESTRI / DE AFFLICTO E(PISCO)PATU / ANNO DOMINI 1651”; con la seguente traduzione italiana: “Il popolo, in quel tempo liberato dalla peste per intercessione di San Michele, con animo riconoscente eresse questa colonna durante l’episcopato di monsignor Silvestro de Afflitto, nell’anno del Signore 1651”.
“Però è da rilevare subito che l’anno indicato dalla colonnina non concorda con il torno di tempo indicatoci dai citati scrittori. Come abbiamo visto, l’iscrizione, che è possibile leggere alla base della colonnina, indica l’anno 1651 e rappresenta il monumento di gratitudine che i nostri concittadini vollero erigere quale ringraziamento al Principe degli Angeli per il suo portentoso intervento. Qualora non si tratti di un grossolano errore dell’epigrafista, l’anno 1651 starebbe a significarci che, prima che altrove, la nostra cittadina fu colpita dalla peste.”
Il participio passato “ereptus” autorizza una duplice interpretazione: o una parte della comunità sannicandrese, in un primo momento, fu colpita da peste – con tutte le sue conseguenze – e poi ne fu liberata da San Michele, oppure tale comunità, prima ancora di essere colpita dalla peste, ne fu preservata. Tenendo conto del significato letterale del verbo latino “eripere” ( = strappare), il Beniamino Gabriele è per la prima interpretazione.
A ben guardare l’epigrafe, la data risulta ritoccata. Quando? L’uno finale in realtà è un sette. La data corretta è 1657. Un documento storico fatto affiggere vicino al cippo lo conferma, risolvendo un enigma storico che aveva non poco fatto impazzire alcuni studiosi del passato.
Anche a Monte Sant’Angelo vi è un cippo-monumento votivo a memoria dell’intercessione arcangelica per la liberazione della comunità dal flagello della peste.
Foto di G. GRANA e archivio di G. BARRELLA


